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filosofia&storia

Quel giorno d’estate

cinema Posted on Sab, Settembre 21, 2019 23:37:10

“Quel giorno d’estate” del regista francese Mikhaël Hers con uno straordinario Vincent Lacoste è un film delizioso. Semplice, sobrio, solido.

Il tema narrativo è la vita quotidiana che riprende dopo un attacco terroristico a Parigi, a partire dalla relazione di un giovane zio e della sua piccola nipote. Il messaggio su cui si incentra è il senso della resilienza, della responsabilità e della virilità nell’occidente estremo. Un potente significato laico e umano in un mondo che abbandona e supera le antiche tutele religiose, traducendo nel nuovo millennio il meglio che il messaggio della saggezza filosofica e cristiana, per vie diverse, ha lasciato in eredità.

Non intendo qui recensirlo, ma semplicemente invitare alla visione.

Un elemento me lo ha fatto apprezzare particolarmente: la centralità che assume lo sport nelle scene finali. Questo regista con poche immagini sembra aver compreso in misura rilevante quanto lo sport sia l’essenza del mondo occidentale contemporaneo, quanto non si possa comprendere il presente se non si approfondiscono i legami del fenomeno sportivo con l’ontologia sociale, le dinamiche politiche, economiche e psicologiche dell’uomo di oggi.



I robot di Aristotele

Uncategorised Posted on Sab, Settembre 14, 2019 23:42:01
Diego Rivera, “Detroit industry murales”

“In verità, se ciascuno strumento sapesse, in risposta a un ordine o per una sorta di presentimento, portare a termine l’opera che gli tocca […] se le spole e i plettri tessessero e suonassero da sé, né gli architetti dovrebbero far ricorso ai muratori né i padroni agli schiavi”.

“For if every tool could perform its own work when ordered, or by seeing what to do in advance […] if… shuttles wove and quills played harps of themselves, master-craftsmen would have no need of assistants and masters no need of slaves”.

Aristotele, “Politica”, 1253b.



Laurence Sterne, “Vita e opinioni di Tristram Shandy”, 1767

letteratura Posted on Mar, Agosto 06, 2019 18:29:16

Laurence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy, trad. it. di Giuliana Aldi, Rizzoli, Milano 1958; titolo originale The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman (1767).

I diritti dello spermatozoo

“L’HOMUNCULUS per quanto sembri vivere una vita bassa e ridicola agli occhi di quest’epoca frivola e stravagante o piena di pregiudizi, viene però riconosciuto, da chi ragiona scientificamente come un essere che deve venir tutelato nei suoi diritti. I filosofi dalle vedute aperte […] ci dimostrano in maniera inconfutabile che l’HOMUNCULUS è creato dalla stessa mano divina, generato secondo il medesimo processo naturale, e dotato delle identiche facoltà dinamiche nostre […] è un essere altrettanto attivo quanto il Lord Cancelliere d’Inghilterra, ed è, nel vero e più sincero senso della parola, un nostro simile. E’ una creatura cui si può fare del bene, oppure nuocere, cui si può porgere aiuto; che, in una sola parola, può rivendicare tutti quei diritti umani che Tullietto, Puffendorf e i migliori moralisti riconoscono ai propri simili. Ora, caro signore, che direste se qualcosa fosse accaduto a quel povero essere durante il suo viaggio solitario? O se, preso dal panico, fenomeno del resto naturale per un viaggiatore giovane come lui, il mio ometto avesse terminato l’ultima tappa miseramente sfinito?…” (pp. 20-21)

Battesimo preventivo universale a mezzo catetere

“Un ostetrico fa presente ai signori Dottori della Sorbona che vi sono dei casi, benché rarissimi, in cui la madre non è in grado di partorire. Contemporaneamente il bambino è talmente trattenuto nel seno materno da non far apparire alcuna parte del suo corpo: questo sarebbe un caso, secondo il Rituale, in cui va conferito al bimbo il battesimo sotto condizione. Il chirurgo postulante pretende, con l’aiuto di una piccola cannula, di poter battezzare immediatamente l’infante senza fare alcun danno alla madre. Egli domanda se tale mezzo, che ora propone, è lecito e legittimo; e se può servirsi di esso nel caso esposto.

RISPOSTA

Il consiglio pensa che la questione proposta presenti gravi difficoltà: i teologi stabiliscono da un lato, per principio, che il battesimo che è una nascita spirituale, presuppone una nascita precedente: bisogna essere nati nel mondo per rinascere in Cristo, essi insegnano. San Tomaso (3 part. quaest. 88 art. 11) segue questa dottrina come verità costante; <<non si può>>, dice questo santo dottore, <<battezzare i bambini che sono racchiusi nel seno materno>>. San Tomaso si basa su ciò: che i bambini ancora nel grembo non possono essere considerati nel numero dei viventi. Perciò essi non possono essere oggetto di una azione esteriore, così da ricevere, per mezzo del loro ministero, i sacramenti necessari alla salute dell’anima […]. I rituali ordinano nella pratica ciò che i teologi hanno stabilito nei medesimi argomenti e proibiscono in maniera inequivocabile di battezzare i bambini racchiusi nel seno materno, se non fanno apparire una parte qualsiasi del loro corpo. Il concorso dei teologi e dei rituali (che sono la somma delle regole delle diocesi) sembra formare un’autorità che pone fine alla presente questione; tuttavia il consiglio, in coscienza, considerando da un lato che il ragionamento dei teologi è fondato unicamente su un motivo di convenienza e che la proibizione dei rituali suppone che non si possa battezzare immediatamente i bambini così racchiusi nel seno materno, il che è contro la presente proposta, e considerando d’altro canto che i medesimi teologi insegnano che si possono arrischiare i sacramenti che Gesù Cristo ha stabilito come mezzi facili, ma necessari, per santificare gli uomini,

e considerando altrimenti che i bambini racchiusi nel seno materno potrebbero essere capaci di dannazione; per tutte queste considerazioni e tenendo conto dell’esposto, secondo il quale si assicura di aver trovato un mezzo per battezzare i bambini così trattati senza procurare alcun danno alla madre, per tutto ciò insomma il consiglio crede che ci si potrebbe servire del mezzo proposto, nella convinzione che Dio non ha affatto lasciato questa categoria di bambini senza soccorso e supponendo (come è stato esposto) che il mezzo di cui si tratta è adatto a impartire il battesimo. Tuttavia, nel caso che autorizzando la pratica proposta, si dovesse cambiare una regola universalmente stabilita, il consiglio crede che il postulante debba indirizzarsi al proprio vescovo e a colui al quale spetta di giudicare dell’utilità e del pericolo del mezzo proposto. E, come con il beneplacito del vescovo, il consiglio pensa si dovrebbe ricorrere al papa, che ha il diritto di spiegare le regole della chiesa e di derogarne nei casi in cui la legge obblighi, così per quanto saggia e utile appaia tale maniera di battezzare, il consiglio non potrebbe approvarla senza il concorso di queste due autorità. Si consiglia almeno al postulante di rivolgersi al proprio vescovo e di partecipargli la presente decisione, affinché se il prelato comprende le ragioni sulle quali i sottoscritti dottori si basano, possa essere autorizzato, in caso di necessità, per non rischiare di aspettare troppo, che venga chiesto e accordato il permesso di usare il mezzo proposto, così vantaggioso per la salvezza del bambino. Del resto il consiglio, pur pensando che di ciò si potrebbe fare uso, crede tuttavia che se i bambini interessati in questa faccenda venissero al mondo contro la speranza di quelli che si sarebbero serviti dello stesso mezzo, si renderebbe necessario battezzarli sotto condizione; e in ciò il consiglio si conforma a tutti i rituali che, autorizzando il battesimo del bambino, che fa comparire una parte qualsiasi del suo corpo, ingiungono pure e ordinano di battezzarlo sotto condizione, s’egli viene poi felicemente a questo mondo. Deliberato alla Sorbona il 10 aprile 1733. A Le Moyne, L. De Romigny, De Marcilly.

I complimenti del signor Tristram Shandy ai rispettivi signori Le Moyne, De Romigny, De Marcilly; egli spera che abbiano trascorso una buona notte dopo un consulto così faticoso. Inoltre terrebbe a sapere se il battezzare per iniezione tutti i futuri uomini insieme, senza guardare troppo per il sottile, subito dopo la cerimonia del matrimonio e prima della sua consumazione, non potrebbe essere un sistema ancora più spiccio e sicuro. Sempre alle condizioni suddette: cioè che se i futuri uomini arrivassero sul serio a vedere sani e salvi la luce, ciascuno di essi dovrebbe essere battezzato di nuovo. Ah! dimenticavo, sous condition, e in secondo luogo a patto che la cosa possa essere fatta (e il signor Shandy lo crede) par le moyen d’une petite canulle, e sans faire aucun tort à le père.” (pp. 71-76).



Jorge Amado, “Gabriella, garofano e cannella”, 1958

letteratura Posted on Mer, Luglio 03, 2019 00:26:16

JORGE AMADO,
Gabriella garofano e cannella,
trad. it. di
Giovanni Passeri, Einaudi, Torino 1989; titolo originale Gabriela
cravo e canela
, 1958.

Una
scrittura sobria e calda. Nessun autocompiacimento, nessuna
leziosità. Uno sguardo realista, non di chi indaga con distacco,
bensì di chi partecipa pienamente dell’umanità che descrive senza
infingimenti. La rapacità,
la violenza, la crudezza.
La quotidianità
laboriosa e oziosa, la
politica. Sopra tutto, però,
l’amore e i suoi carnali
imperativi. Una
sensualità vibrante che non conosce lascivia. Mai
didascalico l’autore,
mai moralista. Intersecando
le vicende
di un microcosmo ribollente di vita, costruisce
la storia di uno sviluppo civile e di costumi e
affida al lettore un
messaggio progressista di emancipazione, senza dare lezioni a
nessuno.

“Tempo
felice, mesi di dolce vita, di carne soddisfatta, di golosità
appagate, di cibi succulenti: anima lieta e letto di gioia. Fra le
tante virtù di Gabriella, che Nacib elencava mentalmente durante
l’ora della siesta, si contavano, oltre tutto, l’amore per il
lavoro ed il senso di economia. Dove riusciva a trovare tempo e forza
per lavare la biancheria, pulire la casa – non era mai stata così
scintillante! – cucinare pranzo e cena per Nacib, preparare i piatti
per il bar? Senza dire, poi, che la notte era fresca e riposata,
fremente di desiderio, non dandosi passivamente, ma prendendo da
(228)
lui, mai stanca, sonnolenta o sazia. Sembrava
che leggesse nel pensiero di Nacib, preveniva le sue volontà, gli
preparava sorprese: certi piatti complicati che tanto gli piacevano –
minestra di gamberi, capretto ripieno – fiori freschi in un vaso
accanto alla sua fotografia sulla mensoletta dell’ingresso,
danaro spicciolo sempre pronto per le piccole spese, e per finire,
quell’idea di andarlo ad aiutare al bar”. (229)

“Nel
cacao c’è tanto miele,

quanti
fiori alla campagna.

Dimmi
un poco colonnello,

dimmi
un poco per favore,

quando
mai potrò dormire

dentro
il letto del mia amore?

Fra
gli alberi, lungo gli stretti sentieri, calpestando le foglie secche,
cresceva la voce degli uomini che raccoglievano:

Vado a
cogliere cacao,

il
cacao dalla sua pianta” (256)

“Quando spuntò
l’aurora, e insieme il momento di andar via, prima che i mattinieri
cominciassero a dirigersi verso i banchi del pesce, quando lei gli
dette le labbra avide per gli ultimi baci della notte di fuoco e
miele, le parlò dei piani: uscire sottobraccio, affrontando a viso
aperto la società, andare ad abitare insieme nella stanzetta sul
cinema Vittoria, in povertà ascetica, ma milionari d’amore… Una
casa come quella non avrebbe potuto offrirgliela, né lusso, né
cameriere, né gioielli, né profumi, non era fazendeiro di cacao.
Modesto professore dal misero stipendio. Ma, amore… Glória
non lasciò neppure che ultimasse proposte così romantiche:


No, caro mio, no. Così non può essere.
Voleva le due cose:
amore e benessere. Josué e Coriolano. Conosceva bene il significato
della miseria, il sapore amaro della povertà (312). Conosceva,
anche, l’incostanza degli uomini. Bisognava agire con la massima
segretezza, perché Coriolano non s’accorgesse di nulla, non fosse
preso dalla diffidenza. Incontrarsi a notte alta, separarsi al
mattino prestissimo. Senza più farsi vedere sotto la finestra, senza
salutarla mai più. Così sarebbe stato anche meglio, aveva sapore di
peccato, calore di mistero”. (313)

“Canto
di un amico di Gabriella

Oh,
cos’hai fatto, Sultano,

della
mia allegra bambina?

Le
ho dato una reggia,

trono
prezioso

scarpe
ricamate d’oro

smeraldi
e rubini

anelli
d’ametista

vestiti
di diamante

gli
schiavi per servirla

un
posto nella mia tenda

l’ho
chiamata regina.

Oh,
cos’hai fatto, Sultano

della
mia allegra bambina?

Lei voleva soltanto i campi

cogliere
i fiori del bosco.

Lei
voleva soltanto uno specchio

di
vetro semplice, per ammirarsi.

Lei
voleva soltanto il calore

del
sole, per vivere lieta.

Lei
voleva soltanto la luna

d’argento,
per riposare.

Lei
voleva soltanto l’amore

degli
uomini, per godere l’amore.

Oh,
cos’hai fatto, Sultano,

della
mia allegra bambina?

L’ho
portata al ballo dei re

la
tua allegra bambina (333)

vestita
regalmente,

frequentò
dottori

parlò
con principesse

ballò
danze straniere

bevve
vino prelibato

mangiò
frutta d’Europa

stette
fra braccia di re

unica
vera regina.

Oh,
cos’hai fatto, Sultano,

della
mia allegra bambina?

Rimandala
accanto ai fornelli

al
suo cortile con alberi

alle
sue danze marine

al
suo vestito semplice

alle
sue pantofole verdi

ai
suoi innocenti pensieri

al
suo spontaneo sorriso

alla
sua infanzia perduta

ai
suoi sospiri nel letto

alla
sua ansia d’amare.

Perché
la vuoi cambiare?

È
la canzone

di
Gabriella

fatta
di garofano

e
cannella. (334)

“-
Il dottore sarà eletto, è quasi sicuro.


Lascia che venga eletto. È
un uomo di valore. È
solo, che opposizione può fare?” (364)

“Quando
Mundinho esponeva il suo programma, gli davano ragione in pieno.

Se non fossi impegnato con Aristóteles, il mio voto l’avrei dato a
lei.
Il guaio è che erano tutti già impegnati con
Aristóteles”. (365)

“Cosa
pensi di me? Posso arrivare morto di stanchezza, ma per certe cose
sono sempre arzillo, non sono né vecchio né altro….
– Quando
don Nacib mi fa un cenno col dito, non corro subito vicino a lui?
Quando mi accorgo che vuole…
– C’è qualche altra cosa,
anche. Prima tu eri un fuoco, un vento furioso. Adesso sei la
bonaccia, sei una mummia”. (397)

“L’illegalità
è pericolosa e complessa. Richiede pazienza, sagacia, freddezza ed
uno spirito in continuo allarme. Non è facile obbedire perfettamente
alle leggi che la governano e che esige” (461).

“E qui termina la storia di Nacib e Gabriella… ” (499)



Duccio Forzano, “Come Rocky Balboa”

letteratura Posted on Ven, Dicembre 14, 2018 10:19:12

Duccio Forzano, Come
Rocky Balboa
, Longanesi, Milano 2016, pp. 360.


Approfitto di un giorno di vacanza
per staccare un po’ dagli impegni quotidiani e mettermi a leggere
Come Rocky Balboa, il romanzo di Duccio Forzano. Siamo cugini.
Lui è il figlio di Emilio, fratello di Magda, mia madre. Ci siamo
visti quattro o cinque volte in vita, perché Magda, Emilio e gli
altri otto fratelli e sorelle si dispersero presto in tutta Italia,
da Nord a Sud: Lombardia, Liguria, Sicilia.

Tengo il libro tra le mani,
sorreggendolo tra due bei pregiudizi: è un grande regista
televisivo, chissà se è capace di scrivere un libro; e il titolo,
poi, di primo acchito non mi entusiasma. Ma sono avido di conoscere i
dettagli della sua autobiografia e mi ci butto.

La lettura scorre. Lo stile è
piano, mai piatto. Non ci sono ricercatezze e leziosità, ma la
lingua non è affatto trascurata. I dialoghi sono come devono essere,
riproducendo la genuinità del quotidiano, a volte anche in
vernacolo.

Sono capitoletti brevi con titoli
semplici: “Porcini e galletti”, “La trattoria”, “Buccia
d’arancia”. Ma ognuno di essi è una sberla. Abbandono,
ingiustizia, incuria. E a soffrire maggiormente sono sempre i più
piccoli. Eppure non c’è mai autocommiserazione. Solo una sorta di
stupore incredulo per il dolore che ti atterra e ti oscura, quando
tutto dovrebbe essere luce e speranza.

È sera, domani
non lavoro, ma non vorrei fare le ore piccole. Al contrario del
protagonista, non sono mai stato mattiniero e non vorrei rovinarmi la
vacanza svegliandomi a giorno pieno. Non riesco però a staccare gli
occhi dal libro e lo divoro tutto in una notte, cosa che non mi
accadeva da tempo. Penso che devo consigliarlo subito alla mia
primogenita, che ha sedici anni, e ai miei studenti, poco più grandi
di lei, perché è davvero un romanzo di formazione, un Bildungsroman
dei nostri tempi.

Diàmine! Ha fatto bene a tirar
fuori la sua storia e a metterla nero su bianco e inizio a meditare
che può fungere da sprone per tanti che rischiano di lasciarsi
andare in un periodo non facile, dove le difficoltà economiche e
familiari sono divenute un problema molto diffuso.

In tanti demordono, abbandonano i
propri sogni o progetti di vita e si chiudono nella solitudine e
nella rinuncia. Non riescono a rispondere al dolore e alle privazioni
e si fanno vincere da un’apatia ovattata, che forse attutisce un
po’ la sofferenza ma spegne la vitalità. Leggere questo libro darà
energia e una prospettiva diversa, perché è autentico. Non c’è
nulla di artificioso, non c’è prosopopea, non c’è vanità, né
narcisismo. È questo, mi dico, il vero miracolo che è stato
realizzato.

Mi chiedo se, troppo coinvolto
affettivamente, rischio di essere poco obiettivo. Ma mi conosco bene:
avrei richiuso e buttato il volume in un angolo, se l’avessi
trovato vano o scritto male, magari con un gesto caratterizzato da
quella schietta rudezza che il ceppo Forzano ha trasmesso a tutti i
discendenti.

Invece, mi rendo conto che sto vivendo una
grande esperienza di lettura. Alcune vicende, quelle dei primi anni,
le conoscevo – anche se non nei particolari – perché ho avuto
una memoria molto vivace fin da bambino, ero curioso (anche se
timido), e registravo tutto, quando i grandi parlavano. La narrazione
di Duccio, che avanza per quadri e immagini mi ha quindi guidato per
un tratto in un percorso di scoperta, ma anche di rievocazione.
Sembra di essere in una galleria d’arte. D’arte espressionista,
dove il dettaglio e la tinta comunicano l’angoscia, il sentimento
violento, l’assenza.

Poi, man mano che il racconto
procede, non si può far altro che tifare per il protagonista nella
certezza confortante che il ko non arriverà. Proseguendo, accade
inevitabilmente qualcosa di forte. È il testo stesso che afferra il
lettore e lo scaraventa sul ring, prendendolo insistentemente a
cazzotti, perché è come se dicesse ad ogni pagina: e tu che cosa
fai? che cosa hai fatto? quante volte ti sei arreso? quante volte hai
mollato per molto molto meno? quante volte ti sei ritirato prima
ancora di giocare? Ci si sente anche un po’ piccoli – ma questo è
tipico delle letture che spingono ad essere migliori – senza però
essere intimiditi, perché il protagonista è un uomo che non
nasconde mai la sua fragilità, semplicemente la mostra nuda. E uno
se ne innamora.

A poco a poco il raggio di azione si
allarga. Dalla Liguria degli anni Sessanta-Settanta si è trasporati
di qua e di là in questo Nord postfordista, così ruvido e
laborioso, che nei decenni successivi prova a cambiare pelle tra
estro e fatica, individualismo e solidarietà, genio e
approssimazione. In questi luoghi della provincia, tutti diversi e
tutti uguali: Massa, Novara, Busto Arsizio. Dal mare ventoso alle
nebbie della pianura. Le spiagge, le cave, le officine, le stazioni,
le auto sgangherate… tutto è visibile e palpabile. Si sentono
anche gli odori e l’umido e lo scricchiolio delle focacce
finalmente messe sotto i denti. La sapienza visiva dell’autore e il
gusto per la costruzione dell’inquadratura sono trasportate nella
scrittura con naturalezza. E la musica è presente ad ogni pagina,
con un titolo, un ricordo, tra passione e nostalgia.

Ora la solitudine si approfondisce,
la lotta si rinnova sempre più dura, ma, come dice il poeta: “dove
c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva” e, quando esso si
fa ormai estremo, il pugile smette di prendere ganci in faccia, si
rialza ancora una volta, riesce lui a forgiarsi un gancio per
afferrare un cielo che mai più mollerà.

Quello che
rimane però non è solo l’eroismo, né il lieto fine del successo
meritatamente conquistato. Quello che rimane è soprattutto la
generosità. E la vitalità. La generosità di chi sa perdonare, la
vitalità di chi ama. La descrizione delle relazioni con le donne, o
meglio, si potrebbe dire, dell’unico ininterrotto corpo a corpo con
la Donna, trasmette un senso di purezza e di candore, di uno che ha
sempre voluto effondersi e darsi nella sensata ricerca del piacere e
della gioia. Spesso incompreso o deluso. Pronto, anche lì, ogni
volta, a ripartire, per inseguire la pienezza che tutti cerchiamo.

E
poi mai spazio al cinismo, al basso compromesso, sempre invece al
sogno ingenuo e ostinato; l’animale come esempio di misura ed
equilibrio; la manualità sapiente e certosina; la musica che
sorregge e rinfranca. È un libro che va molto al di là
dell’autobiografismo, rimettendo al centro l’importanza della
lotta, del lavoro, dell’amore nella vita di ciascuno. Senza
retorica, senza ideologie, senza moralismi. Con indomita tenacia.
Come Rocky Balboa.

Alessandro Salerno



La verità nel pozzo. Democrito

filosofia Posted on Dom, Dicembre 09, 2018 18:41:46

“Democrito afferma che la verità giace immersa in un pozzo talmente profondo da non avere fondo”.

Democrito, “Raccolta dei frammenti. Interpretazione e commentario di Salomon Luria”, Bompiani, Milano 2007, p. 105.

Anish Kapoor, “Descente into Limbo”, 1992.



Il vuoto. Democrito

filosofia Posted on Dom, Dicembre 09, 2018 16:53:01

“Con la parola ‘nulla’ si allude al vuoto, intendendo asserire che anche quest’ultimo possiede una certa natura e una propria sussistenza”. Democrito, “Raccolta dei frammenti. Interpretazione e commentario di Salomon Luria”, Bompiani, Milano 2007, p. 105.

(Lucio Fontana, “Concetto spaziale” 1960, Museo d’Arte Gallaratte MAGA).



Gli infiniti mondi di Democrito

filosofia Posted on Dom, Dicembre 09, 2018 16:49:58

“Se il vuoto è infinito, saranno infiniti anche i mondi”.
Democrito, “Raccolta dei frammenti. Interpretazione e commentario di Salomon Luria”, Bompiani, Milano 2007, p. 99.

(Yayoi Kusama, “Infinity Mirrored Room – The Souls of Millions of Light Years Away” 2013, Garage Museum of Contemporary Art – Mosca.



History Contest

vita scolastica Posted on Sab, Novembre 10, 2018 21:53:25

Questa
settimana ho svolto nella mia 3C scientifico un’attività didattica
nuova, che ho chiamato “History Contest” e che mi pare sia andata bene,
motivo per cui voglio pubblicizzarla un po’ per un eventuale confronto
anche con colleghi e studenti.

Premetto che gli studenti sono
quasi tutti inseriti dall’inizio dell’anno in un gruppo facebook che
utilizziamo a soli fini didattici. Al posto di facebook si potrebbe
adottare qualunque altra piattaforma didattica chiusa che consenta un
feedback istantaneo tra docenti e studenti, ma io preferisco questo
social, perché ho trovato rigide e non sempre user friendly le
piattaforme ‘didattiche’ da me sperimentate.

Dall’inizio
dell’anno il nostro gruppo facebook è una sorta di diario di bordo, in
quanto vi riversiamo dentro gli ‘appunti’ rielaborati dagli alunni dopo
le lezioni, eventuali materiali didattici, e le domande che vengono
poste o le questioni che sorgono durante le verifiche orali e che sono
riportate da coloro che fungono da segretari.

Il giovedì ho il
mio blocco di due ore di storia, che ho così organizzato: nella prima ora
ho svolto una verifica orale tradizionale programmata a tre studenti con
il coinvolgimento di uno studente segretario. Nel frattempo il resto
della classe era diviso in cinque gruppi, due dei quali, seguiti dalla
collega di sostegno Piera Strano e dalla tirocinante Rachele Mazzara,
dislocati in altri locali della scuola. Gli studenti impegnati nei
gruppi, collegandosi al gruppo facebook con il loro device, dovevano
rivedere le domande sorte nello studio della storia dall’inizio
dell’anno (una trentina circa) relativamente al modulo di raccordo
sull’Alto Medio Evo e dovevano cercare di approntare delle risposte
sintetiche, sapendo che nell’ora successiva sarebbero stati sottoposti
ad una verifica competitiva.

Nella seconda ora iniziava il vero e
proprio contest: i tre studenti sottoposti a verifica, il segretario,
la collega di sostegno e la tirocinante formavano la giuria, cinque studenti
capigruppo erano disposti uno a fianco all’altro con il loro device
collegato sul gruppo facebook e senza alcun sussidio (libro, appunti,
tracce di risposta ecc.).

Io ponevo una domanda per iscritto come
post sul gruppo, la cui homepage veniva proiettata contemporaneamente
sulla LIM a beneficio di tutti. Assegnavo il tempo massimo di risposta
(due, tre, quattro minuti a seconda della difficoltà del quesito) ed avviavo il
timer. Allo scadere del tempo, davo qualche secondo per rivedere il
testo e pubblicare la risposta come commento al mio post. A quel punto
la giuria confrontava le risposte, valutandone la ricchezza di
contenuto, la corrispondenza con la richiesta, la precisione lessicale e
formale e designando la migliore tra le cinque. Durante la valutazione
della giuria io ponevo già una seconda domanda e così via. Siamo
arrivati a fare una competizione su cinque domande in circa quaranta
minuti effettivi di attività.

Ecco ciò che mi ha sorpreso positivamente:

– le risposte migliori non sono state affatto striminzite o riduttive
per le domande di più ampio respiro, nonostante i tempi molto serrati.

– nonostante la situazione di stress le risposte migliori sono
risultate eccellenti anche dal punto di vista formale (sintassi,
ortografia, punteggiatura).

– il clima competitivo ha dato
entusiasmo all’attività senza degenerazioni: è prevalsa la possibilità
di un confronto immediato tra produzioni diverse come occasione di
crescita, piuttosto che il semplice agonismo.

Un aspetto
negativo è stato invece, forse, il tentativo di qualcuno, in uno o due
casi, di nascondere una preparazione approssimativa dietro ‘improbabili’
problemi tecnici.

Alla fine c’è stata una ‘squadra’ e un capogruppo vincitori, ma ben tre squadre su cinque hanno ‘totalizzato’ almeno un punto, cioè hanno vinto una manche.

Ho poi separato l’aspetto della competizione dalla valutazione
scolastica, perché ho valutato ex aequo con un 9 i primi due
classificati, con un 8 il terzo, con un 7 il quarto e con un 5 il
quinto, sulla base di tutte le risposte fornite. Successivamente sul
gruppo facebook, per alcune risposte, ho fornito un chiarimento
circostanziato sul perché una risposta era stata considerata più
completa, articolata e corretta di un’altra, a beneficio della
riflessione critica degli studenti.

Un errore da me commesso è
stato quello di non coinvolgere nella competizione vera e propria le
squadre per intero con batterie di concorrenti sempre nuovi, così che
alcuni hanno partecipato attivamente solo alla fase di preparazione e
poi semplicemente come ‘pubblico’ durante la competizione (anche se si
trattava pur sempre di vedere e leggere risposte a precise questioni
storiche). Ma a questo rimedierò la prossima volta ;-), preannunciando il contest molto in anticipo e richiedendo una specifica preparazione casalinga in vista di esso. Si preparino anche le altre classi! 😉



Il servo e il padrone

filosofia Posted on Lun, Ottobre 08, 2018 15:55:03

“Raccontano
che una volta sferzava un servo che aveva rubato. Avendogli costui
detto: ‘Era destinato per me rubare’, Zenone soggiunse: ‘Anche essere
percosso”.

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VII, trad. it., Laterza, Bari 1962, p. 302.

(Padrone che sferza un servo, IV sec., Mosaici della Villa romana del Casale – Piazza Armerina).



Sonetto sui Pitagorici

filosofia Posted on Lun, Ottobre 08, 2018 15:52:24

I Pitagorici

Pitagora, di certo il più famoso,
è uno dei filosofi leggendari
che ancor oggi mi sembra doveroso
menzionar tra i più straordinari.

Studiava i numeri, dispari e pari,
alla base d’un cosmo armonioso,
elementi astratti, elementari
ne formano il fulcro più operoso.

Il principio di tutto è astratto.
Il numero è la quinta essenza
di ciò che nei secoli è stato fatto.

I Pitagorici fondan la scienza
Matematica e per questo atto
meritan eterna riconoscenza.

Francesco Deiana, “Storia della filosofia a sonetti”, Sui generis, Torino 2016, p. 11.



Sonetto sulla Scuola di Mileto

filosofia Posted on Lun, Ottobre 08, 2018 15:51:57

La Scuola di Mileto

Con la famosa Scuola di Mileto
si suol cominciar la filosofia,
su quelle coste nacque l’alfabeto
del pensiero, nell’odierna Turchia.

Si cominciò chiedendosi in segreto
cosa fosse l’archè, cioè qual sia
l’origine delle cose in concreto
dal quale tutto quanto prese il via.

Prima pensavan fosse materiale
come l’acqua, l’aria, la terra ché
così sembrava molto più normale.

O, al massimo, un miscuglio dei tre,
come l’apeiron brodo primordiale
da cui nasce tutto, compreso te.

Francesco Deiana, “Storia della filosofia a sonetti”, Sui generis, Torino 2016, p. 9.



Il saggio cannibale

filosofia Posted on Dom, Ottobre 07, 2018 20:19:14

“Costretto dalle circostanze, il sapiente si ciberà anche di carne umana”.

Diogene Laerzio, “Vite dei filosofi”, VII, trad. it., Laterza, Bari 1962, p. 342.

Francisco Goya, “Saturno devorando a su hijo”, 1821-1823, Museo del Prado.



Il dilemma del coccodrillo

filosofia Posted on Gio, Ottobre 04, 2018 15:47:31

Un coccodrillo aveva afferrato un bambino che stava giocando sulle rive del
Nilo.

La madre implorò il coccodrillo di restituirglielo.

“Certo” – disse il coccodrillo – “se sai dirmi in anticipo esattamente ciò
che farò, ti restituirò il piccolo; però, se non indovinerai, lo mangerò per
pranzo.”

“Oh” – disse la madre piangendo disperata – “tu divorerai il mio
bambino”.

L’astuto coccodrillo ribatté: “Non posso ridarti il bambino perché, se
te lo rendo, farò sì che tu abbia detto il falso, e ti avevo garantito che su
tu avessi detto il falso, lo avrei divorato”.

“Le cose stanno esattamente al contrario” – rispose astuta la madre – “Non
puoi mangiare il mio bambino perché, se lo divori, farai sì che io abbia detto
la verità e tu avevi promesso che, se io avessi detto la verità, avresti
restituito il bambino.”

Chi è il vincitore di questa discussione da un punto di vista logico?

Secondo la logica che cosa accadrà?

(tratto da Nicholas Falletta, Il libro dei paradossi, trad. it., Tea, Milano 2017)



Il paradosso del mentitore

filosofia Posted on Gio, Ottobre 04, 2018 15:17:36

“Uno
di loro, proprio un loro profeta, ha detto: «I Cretesi sono sempre
bugiardi, brutte bestie e fannulloni». Questa testimonianza è vera”. Lettera a Tito 1,12-13.

L’illustrazione è tratta da Guillaume Rouillé, Promptuarii Iconum Insigniorum, Lione 1553.



Tabula rasa

filosofia Posted on Gio, Ottobre 04, 2018 15:15:22

Per
gli stoici la conoscenza deriva interamente dai sensi. L’anima umana è
alla nascita una ‘tabula rasa’ sulla quale si registrano le
rappresentazioni sensibili.

Tabula rasa, 1958, del pittore catalano Antoni Tàpies (1923-2012) – Galleria Nazionale di Arte Moderna – Roma.



Sensazione, apprensione, comprensione catalettica, scienza secondo gli stoici

filosofia Posted on Gio, Ottobre 04, 2018 15:13:51

“Zenone traduceva questo in un gesto. Infatti quando mostrava la
palma della mano con le dita aperte, diceva: “Ecco la rappresentazione”.
Poi, con le dita un po’ piegate, diceva: “Ecco l’assenso”. Infine, col
pugno completamente chiuso, affermava che quella era la ‘comprensione’.
Ed è da questa similitudine che diede il nome ‘κατάληψιν’ ad una cosa
prima inesistente. In seguito avvicinava la mano sinistra, e con essa
stringendo nel dovuto modo e con forza il pugno, diceva che questa era la scienza, di cui nessuno, tranne il saggio, ha il pieno possesso”.

Cicerone, Academica 2.47.144

Le mani raffigurate sono quelle del grande scultore britannico Henry
Moore (1898-1986): The Artist’s Hand I, V, II, IV (1979, Tate Modern –
Londra).



Hortus conclusus. La tripartizione della filosofia secondo le scuole ellenistiche

filosofia Posted on Gio, Ottobre 04, 2018 15:07:18

Gli stoici paragonano l’intera filosofia ad un giardino recintato
(hortus conclusus) in cui il muro di cinta rappresenta la logica, che
delimita e difende il terreno della scienza, gli alberi simboleggiano la
fisica, la struttura fondamentale per comprendere il cosmo e i frutti
l’etica, ovvero il fine a cui tende l’intera conoscenza.

(L’immagine è un dipinto romano del I sec. a. C. dalla Villa di Livia,
oggi conservato nel Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme –
Roma).



A immagine e somiglianza

Uncategorised Posted on Mar, Settembre 25, 2018 23:56:33
Boris Indrikov, The premonition
Boris Indrikov, The rape of Europe

Boris Indrikov, The Strongness

“Ma se i buoi e i cavalli e anche i leoni avessero mani, e con le mani potessero dipingere e compiere le opere che compiono gli uomini, i cavalli dipingerebbero immagini di dèi simili a cavalli, e i buoi simili a buoi, e plasmerebbero i corpi degli dèi tali quali essi stessi hanno, ciascuno secondo il proprio aspetto”.

Senofane, “I presocratici”, Bompiani, Milano 2008 (3ed), p. 305.



Discorso alla cittadinanza, Mascalucia 22 marzo 2018

politica Posted on Sab, Marzo 24, 2018 00:18:00

Buonasera a tutti, benvenuti!

Vi ringrazio di essere qui presenti per questo evento che
avvia la nostra campagna elettorale per le amministrative a Mascalucia.

Permettetemi di ringraziare tutti gli attivisti del nostro Meetup
che da giorni lavorano per la realizzazione di tutto ciò.

Poi tutti i portavoce locali e regionali del m5s che con il
loro impegno quotidiano stanno provando a cambiare a poco a poco le nostre
città, la nostra regione.

E un grazie particolare alla nostra deputata, Simona Suriano, che in questi
giorni importanti di insediamento in parlamento non ha fatto mancare la sua
voce di sostegno attraverso il videomessaggio che abbiamo appena visto.

Speriamo che a livello nazionale le cose possano andare nella
giusta direzione per non tradire la speranza e il mandato di milioni di
italiani.

Ho intanto il compito di presentare me stesso alla
cittadinanza… L’ho già fatto in questi giorni attraverso la stampa e il web… Ho
stasera il piacere di farlo qui in carne e ossa davanti a questa nutrita
assemblea…

Ma non voglio parlare di me stesso. Chi vuole informazioni sul mio conto può trovarle
facilmente sul nostro sito, che tra poco sarà presentato e messo on line, sui
miei profili social, su “Mascalucia Doc”, che ringrazio per l’attenzione
concessami in questi giorni

Vorrei spendere ancora qualche parola invece sul mondo del lavoro da cui
provengo, cioè, in particolare l’istituto di Istruzione Superiore “Concetto Marchesi”
di Mascalucia nel quale ho l’onore di insegnare da dodici anni.

Vedete, nel 2006 eravamo appena una sezione staccata di un
altro liceo, senza un nome, senza autonomia, senza identità, con duecento studenti, alloggiati in locali
fatiscenti…

Con l’impegno e il lavoro dei docenti, del personale, dei dirigenti davvero in
gamba che si sono succeduti e di uno straordinario direttore dei servizi
generali e amministrativi siamo diventati una realtà di 1500 studenti con tre
indirizzi, all’avanguardia nella nostra provincia, una realtà stimata e
rispettata da tutte le famiglie che ci affidano i loro figli

Un realtà che non puà esprimere al massimo ancora tutte le sue potenzialità per
le difficoltà intercorse spesso con le amministrazioni locali e provinciali, e
per lo scarso interesse strategico, nonostante tante chiacchiere e polveroni e
pseudo riforme, che la scuola ha rivestito per la politica nazionale negli
ultimi decenni.

Di recente abbiamo avuto anche l’onore di essere valutati più volte dalla Fondazione
Agnelli, attraverso un’indagine
rigorosa, come il miglior liceo classico della provincia, o di Catania e
hinterland, sulla base dei risultati dei nostri allievi nel primo anno di
università.

Oggi siamo la più grande azienda di Mascalucia con 125 docenti, una trentina di
unità di personale tecnico-amministrativo, e inoltre diverse figure di
psicologi, assistenti igienico-sanitari, assistenti alla comunicazione.

Ma non siamo solo una scuola di qualità per la didattica… siamo ormai noti a tutti come scuola
dell’inclusione, che sostiene e integra e fa progredire tutti gli studenti ,
anche i diversabili o quelli con gravi problematiche familiari e sociali.

Non mi prendo nessun merito personale, ovviamente, se non per la piccola parte
che riguarda il mio modesto contributo, ma quello che voglio dire è che se si riuscisse
ad esportare il modello “Marchesi” nell’amministrazione comunale, allora anche
Mascalucia potrebbe rifiorire in poco tempo:

È
possibile, è fattibile, perché è un
modello di buona amministrazione, di condivisione delle scelte, di laboriosità
e di visione strategica, di assenza di corruzione e di interesse esclusivamente
comune, per le nuove generazioni e quindi per tutti.

Ora, una delle cose di cui andiamo più fieri è l’internazionalizzazione, grazie alla
capacità di progettazione di alcuni bravissimi colleghi, riusciamo ad avere
fondi europei per far viaggiare gratuitamente i nostri studenti negli altri
paesi dell’Unione.

E si va spesso nei paesi meno sviluppati,
si osserva come l’Europa cammina o corre e si fa il confronto con come
purtroppo noi siamo fermi… E allora vi voglio dare un’immagine di una mia
recente esperienza in Portogallo… Nel settembre scorso ho avuto la fortuna di
poter visitare una scuola portoghese attraverso un progetto Erasmus. Il Portogallo
è un piccolo paese, che ha vissuto duramente la crisi iniziata nel 2008. E vi
voglio mostrare una foto, che per me ha un carattere simbolico:

Siamo in una cittadina del nord del Portogallo, e c’è una giovanissima donna,
che lavora nella nettezza urbana, con un
macchinario modernissimo, e le strade sono pulite, non c’è neanche una ciocca
di capelli per terra

E dovunque andiamo in Europa, anche nell’Est, troviamo
giovani al lavoro, innovazione, efficienza, e ci stanno superando tutti. E
noi?

E a noi continuano a farci vivere in queste strade sporche, sporche di rumore,
con questa mancanza di cura, senza lavoro, nell’abbandono, nell’idea che nulla
possa cambiare. Loro vogliono che voi crediate che nulla possa cambiare. Così
loro possono continuare a fare i loro miseri affari, che mandano a picco tutta
la collettività.

Ma loro chi? Loro… questi qui, ad esempio gli otto presunti estortori mafiosi di Mascalucia di recente arrestati.

Scusate, c’è un problema
tecnico, la foto è sottosopra… Ma lasciatela così, lasciateli a testa sotto,
perché devono stare a testa sotto e noi dobbiamo invece andare a testa alta! E
speriamo che li tengano in carcere per un po’, perché la prossima campagna
elettorale sia libera e democratica!

Eh, sì, siamo ancora il paese della mafia! Se non si
comprende che questa è la nostra palla al piede! Ma, vedete, perché loro sono
ancora così forti, nonostante l’impegno costante della magistratura, delle
forze dell’ordine? Perché c’è una politica connivente, o poco intransigente,
che gli fa da sponda.

Noi qui, a Mascalucia, abbiamo avuto un consigliere comunale che diceva che
certe famiglie in paese non si possono disturbare. Ecco, ora, la magistratura e
i carabinieri sono andati a disturbarli. E vedete, io non me la prendo con
loro, veramente. Perché loro il loro mestiere di criminali lo sanno fare bene.
Me la prendo con i politici che non li contrastano e anzi se ne servono, con i
vigili urbani che voltano la testa, con i cittadini che non li emarginano.

Ora voi avete un’arma potentissima con quella matita con cui andrete a votare a
fine maggio o a giugno. Noi presentiamo una lista di sedici cittadini comuni:
dallo studente al pensionato, dall’impiegato pubblico all’imprenditore, tutti
incensurati, certificati, onesti, e con
grande passione politica vera e ciascuno con le sue personali competenze da mettere
al servizio di tutti.

Gli altri, i nostri avversari, presenteranno decine e decine di liste, dove si
infiltreranno anche persone poco raccomandabili. Noi chiederemo alla Prefettura
di vigilare sulla formazione delle liste, dato che i partiti, che dovrebbero
farlo, non lo faranno, perché i partiti alle prossime amministrative, ancora
una volta, scompariranno, si nasconderanno per la vergogna, e tutti i miei
sfidanti, tutti, tutti, si presenteranno con delle liste aciviche, con delle
liste incivili, con dei nomi che sono una presa in giro dei cittadini, un
raggiro bello e buono.

Io non ho riserve a dire che i miei sfidanti a sindaco, almeno, quelli che
finora ci hanno messo la faccia, sono delle persone perbene. Anche in questo
caso il problema non sono loro, ma sono quelli che li appoggeranno. E che
saranno la loro perenne zavorra, quelli a cui dovranno dare conto, perché
dovranno dare conto ai signorotti locali del voto clientelare, i quali saranno
la corda che legherà le loro mani.

Solo noi saremo liberi di attuare un’amministrazione al servizio di tutti,
perché non abbiamo interessi di spartizioni, di poltrone, di pacchetti di voti.

Vedete, loro lo sanno che stanno per essere travolti anche a livello locale. E
infatti si agitano.

Il sindaco Leonardi, che fino a qualche settimana fa andava
in giro a dire che lui sarebbe stato sicuramente rieletto, adesso, dopo il 4
marzo, dato che le sue prospettive sono in evidente stato di
decomposizione, è stato ritirato, come
la frazione organica, in una triste mattina di un giorno feriale

È
stato ritirato da quelli che fino a ieri l’hanno appoggiato, anzi che ancora
oggi continuano ad appoggiarlo, per qualche settimana, e che domani, in gran parte,
appoggeranno quello che cinque anni fa l’aveva sfidato. E quindi questo sfidante
presunto nuovo, che invece è vecchio, che aveva già sfidato il vecchio
ritirato, sarà appoggiato da quelli che sono vecchi e stravecchi e che da
decenni stanno dentro quel consiglio e che con la loro cattiva politica, con le
loro connivenze, con le loro clientele, con i loro amici degli amici rendono
Mascalucia città del malessere e della stagnazione.

Voi potete cambiare tutto questo. Se vorrete Mascalucia città del benessere e dell’innovazione,
non dovete più votare per il consigliere uscente, per il suo amico, per l’amico dell’amico, per il parente che
spera almeno in un gettone da consigliere, perché purtroppo è disoccupato. E mi
dispiace sinceramente per lui. Ma non è questa la soluzione!

Votate per un’idea, per un progetto e per una squadra che saràin grado di
realizzarlo. Oggi c’è una possibilità concreta di cambiamento, davanti ai vostri occhi. Non ci sarà bisogno di
aspettare che cosa accadrà a Roma o a Palermo per vederlo, sarà qua sotto i
vostri occhi. Dateci fiducia! Dateci sostegno! Lottate insieme a noi e questo
paese rifiorirà in questa primavera appena iniziata! Grazie! Viva Mascalucia!
Viva il MoVimento!



Discorso di dieci minuti all’assemblea degli attivisti M5S Mascalucia

politica Posted on Ven, Marzo 23, 2018 23:46:31

Discorso all’assemblea degli attivisti
Movimento 5 Stelle Mascalucia
24 febbraio 2018


Sono profondamente emozionato e
sento il peso di una enorme responsabilità che con il vostro voto franco,
aperto e democratico avete voluto conferirmi. State certi che non tradirò la
fede che avete riposto in me e non deluderò le aspettative del movimento e di
tutta la cittadinanza di Mascalucia.

Ora permettetemi di fare una cosa.

Ho portato qui quattro libri… Lo
so, lo so… qualcuno inizia a mormorare… qualcuno si sta pentendo della scelta appena
fatta… Qualcuno pensa: “Guarda, il
professorino si illude di vincere le elezioni con i libri… e chi li
legge più oggi i libri? Chi ha il tempo di leggere, tra le chat, whatsapp, i
social, il web, i media. Libri, cose superate…”.

Ma, vi prego, datemi ancora un po’
della vostra pazienza, perché voglio solo comunicarvi che questi quattro libri
non sono semplici libri, ma sono quattro tappe recenti della mia vita, che mi
hanno portato fin qui e forse possono dire qualcosa anche su tutti noi.

Io non credo nel destino, ma credo
nella storia, e credo che le cose non avvengano per caso, ma perché giorno dopo
giorno con le nostre scelte noi costruiamo il nostro destino.

Il primo libro è questo: I discorsi
parlamentari di Concetto Marchesi

Concetto marchesi era catanese, è
stato un grandissimo uomo di cultura, un latinista, ma è stato anche uomo della
resistenza e padre costituente. Ha contribuito a scrivere la nostra splendida Costituzione,
che quest’anno compie settanta anni di vita. E li porta benissimo, nonostante
qualcuno la volesse rottamare, il 4 dicembre di due anni fa. E questo qualcuno
non ce l’ha fatta e sarà invece rottamato lui definitivamente il prossimo 4
marzo.

Ebbene, io sono uno dei docenti che
nel 2006 ha avviato le procedure per l’autonomia del liceo di Mascalucia. E poi
sono colui che nel 2010 ha proposto l’intitolazione del liceo di Mascalucia a
Concetto Marchesi: e i docenti, l’amministrazione di allora e il ministero
hanno approvato l’intitolazione al grandissimo catanese.

Il quale si era già accorto, nei
primi anni della repubblica, del rischio dell’inquinamento clientelare e
mafioso del momento elettorale e nei suoi discorsi passionali contro affaristi
e sottobosco politico usava queste parole infuocate: “Chiamano democrazia questo
spudorato commercio di voti”…. “Chiamano democrazia questo spudorato commercio
di voti”.

Noi nel nome della Costituzione
italiana non faremo mai mai mai spudorato commercio di voti e invitiamo tutte
le altre liste, liste civetta, liste accozzaglia, liste parenti e amici, liste
‘chi c’è c’è”, a non fare spudorato commercio di voti e a cercare di fare
democrazia. Ma dubitiamo che ne siano capaci, perché ormai da decenni hanno
perso il concetto stesso di democrazia, se mai l’hanno avuto.

Il secondo libro è questo: I Buddenbrook di Thomas Mann.

Un libro scritto nel 1901…

Come sei antico dirà qualcuno…

Ma vi prego… ancora un po’ di
attenzione: tre anni fa, esattamente tre anni fa, portammo centocinquanta
studenti di Acireale, Catania e Mascalucia dentro la sala consiliare del comune
di Mascalucia. Questi ragazzi avevano tutti letto questo librone di settecento
pagine e dovevano parlarne, dentro la sala consiliare del Comune di Mascalucia,
e c’era anche il sindaco Giovanni Leonardi, che era passato per un saluto di
rito.

E di che cosa parla questo libro di
uno dei più grandi scrittori di sempre? Parla di una famiglia, I Buddenbrook appunto, e parla di una
città, Lubecca, nel profondo nord della Germania. Una città meravigliosa,
moderna, ricca, ordinata, pulita, incantevole, che nell’epoca in cui è
ambientato il libro aveva 40.000 abitanti, poco più di Mascalucia oggi.

E allora io, dopo che il sindaco Leonardi
ci diede il suo benvenuto, lessi ad alta voce il giuramento dei consiglieri
comunali di Lubecca, che si trova nel libro e ve lo leggo di nuovo, oggi ad
alta voce:

“Giuro di adempiere con coscienza
al mio ufficio, di perseguire con tutte le mie forze il bene dello stato, di
essere fedele alla costituzione, di amministrare onestamente i beni pubblici e
di non tenere conto, nell’esercizio della mia carica e in occasione delle
elezioni, né del mio personale vantaggio, né di parentele o amicizie. Giuro di
difendere le leggi dello stato e di usare giustizia con chiunque, ricco o
povero”.

Il sindaco però se ne doveva andare
e non restò nemmeno un minuto in più.

E certamente non potevo immaginare
che tre anni dopo sarei stato qui a lanciare un guanto di sfida e a chiedere
alla cittadinanza di cambiare, di rinnovare tutto, di mandare a casa questa
classe politica fallimentare.

E qui mi rivolgo alla cittadinanza
e chiedo: ma secondo voi perché continuiamo a vivere da decenni, da decenni,
tra queste strade scassate e sporche, sporche di rifiuti, sporche di rumore?

Viviamo in un territorio meraviglioso
tra il vulcano più grande e più attivo d’Europa e un mare mitico, un vulcano
che hanno ridotto a discarica e un mare che hanno ridotto a fogna: senza
turismo, senza prospettive, senza lavoro.

E che cosa abbiamo noi di meno dei
tedeschi di Lubecca. Siamo intelligenti e creativi e altrettanto laboriosi. Ma
ci manca da troppo tempo, da troppo tempo, una classe politica che persegua
davvero il bene comune, che faccia un giuramento come quello dei consiglieri
comunali di Lubecca e che poi lo rispetti. Sempre.

Noi siamo qui per questo! Saremo
competenti, creativi, innovatori e saremo onesti. E trasformeremo Mascalucia in
una città del benessere e dell’innovazione, da città del malessere e della stagnazione,
come la vogliono altri per continuare a fare i loro miseri interessi.

Il terzo libro che vi presento è Il
voto di scambio politico-mafioso
del nostro senatore a 5stelle Mario
Michele Giarrusso

Ho avuto l’onore di presentare
questo libro qualche mese fa insieme con Agata Montesanto e Claudio Violetta. Questo
libretto semplice, chiaro, rapido, apre gli occhi su una cosa che molti forse
hanno ancora confusa in testa e che questo libro dimostra con una forza
disarmante: non riusciamo a vincere le mafie, non riusciamo a battere
l’estorsione, perché, a tutti i livelli,
dal locale al nazionale, c’è una politica grigia che affianca, supporta, o non
combatte le mafie. Altrimenti le mafie sarebbero state sgominate come qualunque
banda di criminali. Ed è questa pietra al collo che non fa volare l’Italia, che
non fa volare la Sicilia, che non fa volare il nostro territorio.

Continuano a farci vivere al di sotto
delle nostre potenzialità. Ma la colpa è anche nostra, la colpa è anche di chi
non reagisce, la colpa è anche di chi non va a votare.

Tornate a votare. Gli onesti, le
persone perbene, siamo maggioranza. Oggi c’è una speranza concreta in più che
prima non c’era. C’è un movimento sano che seleziona i migliori e isola ed
espelle i furbi. È notizia di
oggi che L’Espresso, un settimanale a
noi certo non amico, certifica con un’inchiesta che i 5stelle hanno i più alti
titoli di studio tra i candidati di tutti i partiti; ma già nel 2013 abbiamo
ringiovanito il parlamento e l’abbiamo colorato di rosa e l’abbiamo elevato
culturalmente. Pensate un po’ come eravamo messi! E così sarà anche dopo il 4
marzo. Coraggio, andate a votare in massa alle politiche e poi alle
amministrative. Il futuro sarà stellato.

Il quarto e ultimo libro è Candido
del grande scrittore siciliano Leonardo Sciascia.

Candido è un libro meraviglioso, che parla di un uomo ingenuo e
candido, che è nato la notte in cui in Sicilia è iniziata la liberazione dal nazifascismo,
e che per tutta la vita, da bambino fino ad adulto, dice candidamente la verità
e va contro i neofascisti, i falsi comunisti, i bigotti, e va incontro a tante
incomprensioni e delusioni, ma ha anche immense soddisfazioni e vive sempre
sereno e pacifico.

Ecco, io mi candido e sarò candido,
come i candidati che nell’antica Roma dovevano indossare una toga candida,
immacolata, pulita… ad indicare che sarebbero stati puri e avrebbero governato
nell’interesse generale e non personale. E mi candido anche con lo spirito del Candido di Sciascia, uno spirito
pacifico e ingenuo. Questo libro ha un sottotitolo meraviglioso: Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia.

Amici, un sogno se lo sogniamo da soli è solo un sogno, se lo sogniamo
tutti insieme, può diventare realtà.

Grazie di cuore a tutti! Viva Mascalucia, viva il Movimento!



Discorso dei tre minuti all’assemblea degli attivisti M5S Mascalucia

politica Posted on Ven, Marzo 23, 2018 23:25:40

Cari amici,

oggi, in questa sala, culmina un lungo processo democratico
durato mesi per scegliere il candidato a sindaco di Mascalucia del MoVimento 5
stelle.

Siamo l’unica forza politica che ancora pratica la
democrazia come partecipazione.

Quante riunioni, quanti incontri, quante riflessioni, quante
discussioni, quanti confronti, anche scontri, a volte aspri, ma sempre leali.

Vi guardo e sono commosso: vedo l’artigiana e la dipendente
pubblica, vedo il geometra e l’ingegnere, vedo la pensionata e il barista, il
poliziotto e l’operaio, l’educatrice e l’imprenditore, il militare, il libraio,
il fisioterapista, lo studente, il cuoco.

Non vedo tra noi politicanti, affaristi, portaborse, manovali del voto di
scambio.
Siamo tutti persone oneste, che hanno lavorato e lavorano duramente giorno per
giorno.

E tutti noi abbiamo messo a disposizione un po’ del nostro
tempo, a volte molto del nostro tempo, ciascuno secondo le proprie possibilità,
senza volere nulla in cambio, autofinanziandoci, sostenendoci vicendevolmente.

Per che cosa? Per un progetto politico di cambiamento, per
una speranza, una speranza che oggi può essere concreta! Cambiare in meglio la
vita dei nostri cari e dei nostri vicini, far fiorire il nostro territorio.

Sappiamo che i politicanti che da decenni ci hanno amministrato hanno fatto
vivere questa terra molto al di sotto delle sue vere potenzialità. E il motivo
principale oltre alla corruzione, all’affarismo, all’egoismo miope, è che
letteralmente non hanno idee e non hanno idea di che cosa significhi
amministrare una città oggi in Europa.

Noi abbiamo tantissime idee, innovative e praticabili, abbiamo un programma
riccho e realistico, abbiamo progetti mirati per ogni ambito
dell’amministrazione: dallo sviluppo economico, alla corretta gestione dei
rifiuti come risorse, dai servizi sociali alla disabilità, dalla mobilità alla
cultura, dai giovani all’ambiente, all’energia, alla legalità, alla connettività,
alla sostenibilità.

Oggi è un momento storico per Mascalucia e per il M5s di Mascalucia, perché
sappiamo che finalmente, dopo un lungo percorso, queste idee, questo programma,
questi progetti possono arrivare veramente dentro quel municipio ed essere
attuati da persone di altissima professionalità e di specchiata onestà.

Noi sappiamo di essere la prima forza politica nel territorio. Nelle ultime
regionali siamo arrivati primi in tutti i seggi. In tutti i seggi!

Si tratta di questo: far comprendere agli elettori del nostro territorio, che
sono maggioranza, che devono mobilitarsi anche questa volta, perché ci sono i
valori, ci sono le idee, ci sono i progetti e ci sono anche le persone giuste
per attuarli.

Io sono e sarò solo un mezzo nelle vostre mani, nelle mani del MoVimento.

Io lavoro da dodici anni, non da un giorno, da dodici anni,
per il futuro di Mascalucia, nell’Istituto di Istruzione Superiore “Concetto
Marchesi”, che è, passatemi l’espressione, la prima azienda di questo
territorio. Lavoro con i giovani che, non è retorica, ma sono davvero l’unica
nostra speranza. Lavoro con le loro
famiglie, con le associazioni e con le imprese del territorio. E conosco
benissimo quanta gente onesta e laboriosa desidera un cambiamento vero per sé e
per i propri figli. Li conosco uno per uno. Non aspettano altro che essere
mobilitati, di vedere che possono mettere da parte la sfiducia e la
rassegnazione.

Se sarò il capolista, mi batterò con tutte le mie forze,
insieme a tutti voi, per portarli a
votarci uno per uno. Penso di avere buone chances di riuscirci. E questo determinerà
anche un’ulteriore crescita di tutti
noi, come MoVimento, come radicamento del Meetup nella parte più sana, che è
maggioritaria, di questo territorio.

Voi oggi avete una grande responsabilità, che è quella di continuare a
ragionare in termini di politica, di politica nel senso più elevato del
termine. Politica significa far il bene del maggior numero possibile di
persone, non di pochi o di se stessi.

Vedete, io sono un povero insegnante ed educatore. Ma
l’insegnante è uno che lascia il segno e la parola “educatore” significa
letteralmente “colui che tira fuori il meglio”.

Io sono qui solo per una ragione, che noi tutti si possa lasciare il segno in
questo paese, e che si possa tirare fuori il meglio da ciascuno di noi,
innanzitutto, e poi da tutta la gente di Mascalucia.

Se mi darete fiducia e sostegno, ampio e convinto, vi
garantisco la continuità di un percorso che ha visto in questi anni Agata Montesanto
leader tenace, indiscussa e passionale: è stata lei la prima a comprendere l’esigenza
di aprire e potenziare il gruppo perché
tutto il gruppo possa elevarsi e arrivare ad incidere fino in fondo e
trasformare Mascalucia andando al governo della città dopo anni e anni di dure
battaglie di opposizione.

Insieme, ripeto insieme, continuando a confrontarci lealmente, costruiremo la
squadra migliore possibile. E non ci sarà partita per nessuno. La mia modesta,
ma duratura e significativa, esperienza di allenatore di squadre giovanili mi
ha insegnato che per vincere ci vogliono i leader, ci vogliono i campioni, ma
ci vuole soprattutto il gruppo coeso. Ognuno di noi sarà indispensabile nel
ruolo in cui può dare il meglio. Insieme, uniti, sono convinto che daremo
grandi soddisfazioni a questo paese. Viva il nostro Meetup, viva il m5s, viva Mascalucia.



Concetto Marchesi, “Il pessimismo di un apologista cristiano”, 1930

letteratura Posted on Gio, Dicembre 28, 2017 20:55:35

Concetto Marchesi, Il pessimismo di un apologista cristiano, in “Pègaso”, maggio 1930, pp. 536-550


SCETTICISMO

“Contro la scienza risuona senza tregua la risata
beffarda di quest’uomo vissuto nella scuola. Arnobio nega ogni valore alla
ragione umana ed esclude che per via della indagine mentale si possa giungere
alla cognizione di una verità naturale. I dotti e i sapienti – egli dice
(II,6-7) – grammatici giureconsulti filosofi, affermano falsa la promessa
cristiana: e che ne sanno? e che sanno essi? Essi conoscono le regole della
buona lingua, sono buoni ad analizzare, distinguere, definire molte cose: ma
non per questo è loro noto ciò che è falso e ciò che è vero: ciò che può essere
e ciò che non può. Anzi quelli stessi che annunciano dopo tanti studi le nuove
scoperte, dentro di sé, nell’intimità della propria coscienza sentono che
quelle verità proclamate, dimostrate, difese con accanimento, sono soltanto
labili congetture del loro pensiero, aspetti presuntuosi e vani della loro
ignoranza. E così continua l’inutile flusso della cieca e superba indagine
umana, senza alcun risultato mai, senza un punto di arrivo, mai: e la indagine
di oggi distrugge quella di ieri e il pensiero dell’uno distrugge quello
dell’altro e tutto è continuamente sommerso dall’ondata che viene. […] L’uomo
è un mistero impenetrabile per se stesso. Nulla conosce della sua origine,
della sua essenza, della sua funzione nel mondo: perché dorma e vegli e sogni:
e se la veglia sia parte di un sonno perpetuo e l’attività un sogno. […] La
scienza umana è una ignoranza che non può rassegnarsi a tacere: e le nostre
definizioni razionali quanto più appariscono precise tanto più sono fallaci.
Lasciamo da parte il mondo, lo spazio, il tempo e i grandi misteri
dell’universo: lasciamo le cose lontane da noi o che ci avvolgono impalpabili e
invisibili; ma quelle che ci sono vicine o sono dentro di noi racchiudono
misteri ugualmente oscuri e inesplicabili: l’odore, il colore, il sapore delle
cose che si attaccano ai nostri sensi, che sono? perché sono? Noi ignoriamo noi
stessi: la intelligenza umana, se non è cieca, culmina in questa conclusione
disperata”.

SOMIGLIANZA DEGLI UOMINI CON GLI ANIMALI
“Nella concezione giudaico-cristiana l’uomo è la
perfetta creatura di Dio, la creatura spirituale che Dio pose nel mondo, per
cui creò il mondo, ‘il padrone di tutte le cose che periscono e rinascono’
(Tertulliano, Apolog. 48,9). Arnobio
restò fermo nel suo convincimento antibiblico: che l’uomo è uno degli esseri
più sciagurati e inutili dell’universo; e a questo convincimento che nutre il
suo pessimismo disperato e la sua nuova fede egli conforma la propria opinione
sulla natura dell’uomo e dell’anima umana. Egli respinge con iraconda
ostinazione la dottrina platonica che considera l’anima immortale e divina;
esclude la distinzione che pone l’uomo sopra gli altri animali e cerca di
scrutarlo bene nelle apparenze, nella struttura anatomica, nelle necessità di
vita, negli istinti e infine dentro l’anima sua per ricacciarlo bruto tra i
bruti (II,16 sgg.). Costituiti come noi sono gli altri animali: come noi
respirano, si congiungono, procreano: come noi mangiano e bevono ed espellono
le sozze sperfluità del loro ventre: come noi devono procurarsi il cibo per
sostenere la vita: come noi si ammalano, invecchiano e muoiono. Ma – si dice –
noi siamo animali razionali, abbiamo in più la ragione e la intelligenza. Così
sarebbe certamente se gli uomini vivessero secondo ragione e intelligenza, e se
non cercassero invece, ciechi e ignoranti, tante volte il proprio male. Ma in
che consiste questa nostra ragione e intelligenza? Noi ci fabbrichiamo a nostro
riparo le case; anche i bruti si costruiscono le loro dimore, alcune sospese
tra le rupi e protette dalle rocce: altre giù, scavate sotto terra, comode e
sicure: e se la natura avesse loro dato, come a noi, le mani, anch’essi
avrebbero trovato tante artificiose novità; ma anche in quello che fanno con le
unghie e coi rostri ci sono miracoli di ragionamento e di sapienza che noi non
possiamo imitare con nessuna meditazione. Essi non sanno tessere vesti né
costruire navi e aratri e altri oggetti del nostro uso familiare: questi non
sono i doni della scienza, ma i trovati della miseranda necessità. Le arti non
sono cadute dal cielo insieme con le anime, ma sono nate qua, sulla terra, a
poco a poco, mediante il bisogno, l’osservazione, la imitazione, il caso. Gli
uomini credono di essere una cosa magnifica nell’universo perché si son
fatti i boccali, le gratelle, le conche, le camicie, le vesti, i mantelli, gli
abiti di gala; i coltelli, le corazze, le spade, i rostri, le scuri, i vomeri:
gli arnesi per nutrirsi, per coprirsi, per ammazzare e per faticare. A far questo
non occorreva davvero l’anima immortale e divina: il caso bastava e la
indigenza della nostra vita. Gli uomini han creato le arti liberali: questo non
è davvero sufficiente a dimostrare la magnificenza umana nell’universo e la
parentela nostra con Dio. Ma poi, perché gli uomini? Quanti sono nel mondo gli
scienziati e gli artisti? Perché il genere umano deve essere rappresentato da
poche persone ingegnose e non piuttosto dalla enorme maggioranza di ignoranti e
di sciocchi? Se le anime venissero da Dio, se dalle anime fosse illuminata la
nostra vita: se sapere – come dice Platone – è ricordare: se la nostra
conoscenza è reminiscenza dell’anima nostra, noi tutti dovremmo sapere le
stesse cose e alla stessa maniera, e avere i medesimi sentimenti e le medesime
opinioni: e non ci sarebbe secolo ignaro di arte alcuna. Qua noi abbiamo
appreso tutto, a poco a poco, stentatamente, qua, sulla terra, costretti dalla
nostra necessità: e non abbiamo portato nulla dal cielo”.

ESPERIMENTI CRUCIALI E RAGAZZI SELVAGGI
“Poniamo un esempio (II,20 sgg.). Immaginiamo un luogo
tutto chiuso scavato nella terra, abitabile a guisa di covile: dove non sia né
il freddo dell’inverno né il caldo dell’estate, ma una temperatura moderata.
Nessuna voce giunga là dentro né di bestia né di uomo: nessun rumore di
tempesta, nessun fragore di tuono. Silenzio immoto. E niente luce viva né di
fuoco né di sole: ma un che di opaco, come di nebbia. Ci siano più porte cui si
acceda per giri tortuosi: e non si aprano mai, salvo necessità. In quella vuota
dimora sia posto un bambino appena nato, magari discendente di Pitagora o di
Socrate o di Platone o di chiunque altro ritenuto, per intelletto, divino e
sapientissimo. Abbia la sua nutrice, che si avvicini a lui sempre nuda e
silenziosa: lo allatti, lo governi e lo lasci alla quiete: e davanti alle porte
chiuse trascorra i giorni e le notti. Verrà tempo in cui bisognerà sostentare
il bambino con più solido nutrimento. La stessa nutrice, nuda e muta, provveda
il cibo sempre uguale, di una sostanza e di un sapore: farinata di miglio o pan
di farro o ghiande tostate nella cenere calda o coccole selvatiche. Niente
vino: acqua pura di fonte, possibilmente somministrata nel cavo della mano.
Continui a vivere in quel nascondiglio venti, trenta, quaranta anni: poi, a un
tratto, lo si conduca quest’uomo della caverna in mezzo agli uomini civili. A
quest’essere che ha l’anima immortale e divina e onnisciente, domandate notizie
di sé, della sua vita: sarà come domandare a una pecora, a un tronco, a un
sasso. Ignaro del sole e della terra, del mare e delle stelle, delle tempeste e
dei sereni, delle piante e degli animali, fra i tanti frutti che ci alimentano
nessuno ne toccherà per mangiare e camminerà fra le vampe perché non sa che
bruciano e tra le vipere perché non sa che mordono: ignaro di ogni timore. Conducetelo quest’uomo, che ha l’anima divina, davanti alle vesti, ai
calzari, agli arnesi di fatica, di svago di uso, di lusso: come un bove o un
somaro o un porco starà inebetito a guardare a uno a uno questi oggetti
ignorando a che servano: e se sarà costretto a metter fuori la voce, dalla sua
bocca aperta uscirà il grido inarticolato della bestia”.

ANTIUMANISMO
“L’uomo – dice Arnobio (II,37) – non serve a niente
nell’universo. Senza gli uomini nessuna legge di natura sarebbe mutata: le
costellazioni compirebbero il loro corso, ci sarebbero le estati e gl’inverni,
i venti seguiterebbero a urlare e dalle nubi le piogge scenderebbero a bagnare
la terra inaridita. Tutte le cose andrebbero secondo l’ordine consueto se nel
mondo non si udisse più il nome di uomo e in questa terra fosse un silenzio di
vuota solitudine. Nessun’opera umana giova alla perfezione del mondo. Che
importa al mondo ci siano sulla terra re, dominatori, condottieri di eserciti,
oratori, filologi, poeti, filosofi, istrioni, cantanti, corridori, pugilisti,
ballerini, funanmboli, impostori, pasticcieri, profumieri, pescatori,
cacciatori, lavandai, lanaioli, ricamatori, cuochi, mulattieri, beccai,
ruffiani e meretrici? Tutta questa gente non fu davvero necessaria alla
costituzione del mondo, alla cui integrità nulla sarebbe mancato se non si
fosse aggiunto il peso di questo animale misero e inutile, dal suo misterioso
autore formato a somiglianza della scimmia (III,16). La sua miseria si
manifesta subito, fin dal momento in cui, espulso dai genitali d’una femmina
appare questo re dell’universo che urla, succia, s’imbratta delle proprie
sozzure e si accheta al dondolìo di una culla o al crepitìo di un sonaglio. Poi
cresce e vive uomo tra gli uomini, e fa quello che gli altri fanno nella pace
della vita civile: mentisce, raggira, si esercita e si addestra in tutte le
arti dell’inganno, della lusinga e della frode: predatore con la maschera della
umiltà e con la carezza della parola bugiarda; e l’ora della simulazione
finisce quando sono liberamente concessi gli odi aperti, i furori bestiali e le
crudeltà immani della guerra. Se cerca Dio non lo trova; se vuole adorarlo,
adora pezzi di legno, di bronzo, di pietra; se vuole pregarlo di una grazia, lo
prega col sangue di vittime sgozzate. Nessun sentimento comune concilia gli
uomini mai: nessuna luce di pensiero li rischiara tutti insieme: discordi nel
riconoscere il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, l’utile e il dannoso.
Bramano di sapere la verità e si trovano sempre davanti alle tenebre (II,
40-41); vogliono riposare e non possono, costretti a continua fatica per
vestirsi, nutrirsi, ripararsi: per soddisfare la insaziabile avarizia che li fa
ladri e assassini: esposti a tutte le tempeste della fortuna, a tutte le
asprezze della miseria, della schiavitù e delle infermità. […] Così è l’uomo
(II,46): cosa misera e infelice: condannato a dolersi della propria esistenza,
a detestare la propria condizione, a intendere di essere procreato per questo
solo motivo, perché nel mondo ci fosse sempre materia di male e la crudeltà
avesse sempre le sue vittime. Ma, si osserva, non tutti sono così: ci sono
uomini buoni, giusti, sapienti. Ci saranno, risponde Arnobio (II,49); ma
quanti? Uno, due, tre, quattro, dieci, venti, cento: numerabili e forse
nominabili tutti. Ma il genere umano non si misura né si giudica da un manipolo
di uomini buoni: un uomo malato in tutte le membra e urlante di dolore non si
direbbe sano perché ha un’unghia sola che non gli fa male, e il mare resta
salato se ci avrai messo alcune stille di acqua dolce, e la terra non è
d’oro perché sulla verruca di un colle si trovano alcune pepite”.

PASCAL CONOSCEVA ARNOBIO?
“Secondo ragione la promessa del Cristo può esser vera come può non
essere: l’avvenire sarà o il sì o il no. Queste sono le due tremende parole su
cui dobbiamo scommettere. Su quale punteremo? Il ragionamento più semplice ci
dice: su quella cristiana. Se è la vera, abbiamo tutto guadagnato; se non è la
vera non abbiamo nulla perduto (II,4)”.

[Il testo di Arnobio è il seguente: “…nonne purior ratio est, [et] ex
duobus | f. 29b | incertis et in ambigua exspectatione pendentibus id potius
credere quod aliquas spes ferat quam omnino quod nullas? In illo enim periculi
nihil est, quod dicitur imminere cassum <si> fiat et vacuum; in hoc
damnum est maximum id est salutis amissio, si cum tempus advenerit aperiatur
non fuisse mendacium”.]

Il testo completo dell’articolo è liberamente consultabile al seguente link:
http://periodici.librari.beniculturali.it/visualizzatore.aspx?anno=1930&id_immagine=12179630&id_periodico=7338&id_testata=56



Alfred North Whitehead, “Introduzione alla matematica”, 1911

filosofia Posted on Mar, Dicembre 26, 2017 19:14:15

Alfred North Whitehead, Introduzione alla matematica, trad. it. di A. Bonfirraro, Newton Compton Editori, Roma 1976.

“Una delle cause dell’apparente banalità di molta dell’algebra elementare, è la preoccupazione dei libri di testo per la soluzione delle equazioni”. (17)

“L’uso dell’ago magnetico non venne introdotto in Europa fino al termine del dodicesimo secolo, più di tremila anni dopo che era stato usato per la prima volta in Cina. L’importanza che la scienza dell’elettromagnetismo ha assunto da allora in tutti i rami della vita umana non è dovuta a una maggiore predisposizione pratica degli europei, ma al fatto che in occidente i fenomeni elettrici e magnetici vennero studiati da uomini che erano ispirati da interessi teorici astratti”. (25)

“La morte di Archimede per mano di un soldato romano è il simbolo del cambiamento enorme che avvenne nel mondo; i greci teorici, col loro amore della scienza astratta, vennero sostituiti alla guida del mondo europeo dai pratici romani. Lord Beaconsfield, in uno dei suoi racconti, ha definito l’uomo pratico come quello che continua a commettere gli errori dei suoi antenati. I romani furono una grande razza, ma erano afflitti dalla sterilità comportata dalla praticità”. (30)

“Il mondo doveva attendere diciotto secoli prima che i fisici matematici greci trovassero dei successori. Nel sedicesimo e diciassettesimo secolo della nostra era, dei grandi italiani, in particolare Leonardo da Vinci, l’artista (nato nel 1452, morto nel 1519), e Galileo (nato nel 1564, morto nel 1642) riscoprirono il segreto, noto ad Archimede, di mettere in relazione i concetti matematici astratti con la ricerca sperimentale dei fenomeni naturali”. (31)

“E’ un detto assolutamente sbagliato, ripetuto da tutti i libri di esercizio e dalle persone importanti quando fanno dei discorsi, che dobbiamo coltivare l’abitudine di riflettere su ciò che stiamo facendo. E’ vero esattamente l’opposto. La civiltà progredisce quando aumenta il numero delle operazioni importanti che possiamo eseguire senza riflettere”. (43)

“Molti matematici non gradiscono assolutamente il calcolo numerico, e non sono molto brillanti nell’eseguirlo”. (48)

“L’interesse della geometria analitica sta nel fatto che mette in relazione la geometria che ebbe inizio come scienza dello spazio, con l’algebra, che ha origine dalla scienza dei numeri”. (77)

“La guglia di una cattedrale gotica e l’importanza della linea retta illimitata nella geometria moderna sono gli emblemi della trasformazione del mondo moderno”. (79)

“Quando nella geometria analitica si introducono i concetti di ‘origine’, ‘coordinate’ e ‘vettori’, studiamo i concetti astratti che corrispondono ai fatti fondamentali del mondo fisico”. (83)

“Quando i geometri greci ebbero esaurito, così pensavano, le più ovvie ed interessanti proprietà delle figure costituite da linee rette e cerchi, si volsero allo studio di altre curve; e con l’istinto quasi infallibile che avevano di centrare gli argomenti su cui valesse la pena di riflettere, si dedicarono principalmente alle sezioni coniche, cioè, alle curve con cui dei piani avrebbero tagliato le superfici di coni circolari. L’uomo cui va riconosciuto il merito di aver inventato questo studio è Menecmo (nato nel 375 a. C. e morto nel 325 a. C.,); era un allievo di Platone e uno degli istitutori di Alessandro il Grande”. (84)

“‘In questo paese ci sono strade private e perfino strade riservate solo al re, ma in geometria c’è una sola strada per tutti'” (Menecmo) (84)

“Keplero era un astronomo, ma era anche un abile geometra e sull’argomento delle sezioni coniche era pervenuto a dei concetti che precorrevano la sua era. Egli è soltanto uno dei molti esempi che illustrano quanto sia falsa l’idea che il successo nella ricerca scientifica esige la dedizione esclusiva ad un solo ristretto campo di studio”. (90)

“E’ una regola sicura da applicare che, quando un autore di matematica o di filosofia scrive con nebulosa profondità, sta dicendo delle sciocchezze”. (145)

“Mentre i numeri possono applicarsi a tutte le cose, non è detto che lo possa anche lo spazio”. (153)

“La difficoltà che incontra il principiante nello studio di questa materia è dovuta alla grande quantità di dettagli tecnici che si è lasciata accumulare nei libri di testo elementari, e che ha oscurato i concetti importanti. I primi argomenti da studiare, se si esclude la conoscenza dell’aritmetica che si presuppone, devono essere la geometria e l’algebra elementare. I corsi di queste materie devono essere brevi, e fornire solo i concetti necessari; l’algebra deve essere studiata graficamente, cosicché con l’esercizio si possano anche assimilare i concetti della geometria analitica elementare. I due successivi argomenti da studiare saranno la trigonometria e la geometria analitica della linea retta e del cerchio. Quest’ultimo argomento è molto breve, perché in realtà si mescola all’algebra. Lo studente è quindi pronto ad affrontare le sezioni coniche, un corso molto breve della parte geometrica, e uno più lungo della parte analitica delle coniche. Ma in tutti questi corsi, si deve fare molta attenzione a non sovraccaricare la mente con più dettagli del necessario per l’esemplificazione delle idee fondamentali. Rimangono adesso il calcolo differenziale e in seguito il calcolo integrale, da attaccare con lo stesso sistema. Un buon insegnante li avrà già illustrati nello studio di casi speciali durante il corso di algebra e di geometria analitica. Bisogna anche leggere qualche breve testo sulla geometria a tre dimensioni. Questo corso elementare di matematica è sufficiente per alcuni tipi di carriera professionale. E’ anche il preliminare necessario per chiunque desideri studiare l’argomento per il suo intrinseco interesse. Avrà così le basi per iniziare un corso più approfondito. Comunque, non deve sperare di essere in grado di averne padronanza completa. Questa scienza è assurta a tali vaste proporzioni, che probabilmente nessun matematico vivente può pretendere di esserci riuscito”. (158)



Leonardo Sciascia, “Il mare colore del vino”, 1971

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 19:15:15

Leonardo Sciascia, <i> Il mare colore del vino </i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani, Milano 2004/7.


“‘I dialoghi di Platone dovrebbe recitarli Eduardo De Filippo in napoletano.’
‘Ma qui siamo in Sicilia, forse non è la stessa cosa’”. (1292)



Leonardo Sciascia, “La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia”, 1970

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 19:09:37

Leonardo Sciascia, <i>La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia</i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani, Milano 2004/7.


“Compiuto a Palermo il corso di grammatica passò al collegio di Messina, il solo in Sicilia che per volontà di Ignazio di Loyola, che giustamente riteneva pericoloso il moltiplicarsi delle cattedre quando mancano i buoni maestri, teneva un corso completo di studi letterari, con insegnamento di grammatica, umanità, rettorica, lingua greca ed ebraica” (975).



Leonardo Sciascia, “Morte dell’inquisitore”, 1964

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 19:02:54

Leonardo Sciascia, <i>Morte dell’inquisitore</i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani, Milano 2004/7.

“Ma effettualmente tali giudizi non si possono nemmeno vagamente considerare come proposizioni ereticali; sono, in rapporto alla religione, qualcosa di più e di peggio: muovono da una totale ed assoluta refrattarietà alla metafisica, al mistero, all’invisibile rivelazione; dall’antico materialismo del popolo siciliano” (659).



Leonardo Sciascia, “Il Consiglio d’Egitto”, 1963

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 18:52:15

Leonardo Sciascia, <i>Il Consiglio d’Egitto</i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani, Milano 2004/7.

“‘Non ci sono due modi d’intenderlo: una donna o ve la mettete sotto o è meglio non la guardate nemmeno… Se io dovessi credere che quelle labbra che cantate, voi, in qualche angolo di villa, non ve le succhiate; che il petto di una certa signora e il neo di un’altra non li palpeggiate a vostro talento, in reconditi luoghi… Ebbene, vi direi: siete un disgraziato”. (524)

“I pensieri che attingono alle idee sono come i tumori: ti crescono dentro e ti strozzano, ti accecano”. (528)

“‘Non nego che un tal fatto si possa verificare: la nostra plebe è abituata a leccare la mano che la bastona e a mordere quella che tenta di beneficarla”. (529)

“E allora don Giuseppe pianamente gli spiegava che il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri; e in ogni caso ci voleva più lavoro, ad inventarla…”. (533)

“La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie! Se ogni foglia scrivesse la sua storia, se quest’albero scrivesse la sua, allora diremmo: eh sì, la storia… Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i nostri avoli e trisavoli?… Sono discesi a marcire nella terra né più e né meno che come foglie, senza lasciare storia… C’è ancora l’albero, sì, ci siamo noi come foglie nuove… E ce ne andremo anche noi…”. (533)

“‘E i libri, poi: la malerba dei libri’ continuava monsignor Lopez ‘Non avete idea di quanti ce ne sono, di quanti ne arrivano: a casse, a carrettate… E tanti ne arrivano, tanti il boia ne brucia’ rosso di soddisfazione, quasi gli si riflettesse in faccia, gli brillasse negli occhi, il riverbero del rogo”. (579)

“Aveva sentito in Hager, inequivocabilmente, l’accento della passione, della verità; la dolente impotenza e repugnanza dell’uomo onesto di fronte alla prepotente menzogna, quel ritrarsi che appare di confusa colpevolezza ed è invece di disperata innocenza. ‘La menzogna è più forte della verità. Più forte della vita. Sta alle radici dell’essere, frondeggia al di là della vita’. (586)

“Quarantaquattro anni: una salute di ferro, una mente pronta; e come la primavera tornava a splendere, in sé sentiva una più libera stagione, un nuovo vigore”. (589)

“In realtà, se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente, impostura; se non fosse strumento in mano del potere baronale, e quindi finzione, continua finzione e falsificazione della realtà, della storia… ebbene, io vi dico che l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile… Dico di più: l’abate Vella non ha commesso un crimine, ha soltanto messo su la parodia di un crimine, rovesciandone i termini… di un crimine che in Sicilia si consuma da secoli…” (592).

“‘Si parla di idee?’ piombò il marchese di Geraci ‘da oggi in poi, a chi vi pare abbia delle idee cacciategli una sciabolata nella pancia… L’abbiamo scampata per un pelo, sapete? Senza l’intervento della Provvidenza, a quest’ora le idee giuocherebbero a bocce con le nostre teste”. (607)

“‘Per me repubblica e regno sono lo stesso brodo, la stessa soperchieria. Che ci siano re, consoli, dittatori o come diavolo si chiamino, me ne importa quanto del corso degli astri, e forse meno… per la rivoluzione, ve lo confesso, ho invece un sentimento diverso: quel levati tu che mi ci metto io, che ci posso fare?, mi piace… I potenti che vanno ad intanarsi e i miseri che fanno trionfo…”. (616)

“Ma ci sono tante belle idee che corrono per il mondo; solo che il verso delle cose è un altro, violento e disperato”. (625)

“Dai bastioni della città vecchia ecco che spaziava sulla distesa dei campi tra Siggeui e Zebbug: quasi gialle le messi del grano maiorchino, di intenso verde la tuminìa ancora in erba; e il rosso allegro della sulla fiorita, il bianco reticolo dei muretti a secco. ‘<i>Issa yìbda l-gisemìn</i>’. Cominciavano i gelsomini; ne odoravano le terrazze, le strade. I vecchi se la godevano, seduti nei comodi sofà di giunco, a fumare la pipa, a stabaccare; le donne filavano il cotone, ne facevano leggero tessuto nei piccoli telai; qualche giovane ozioso cavava dalla chitarra accordi, accennava motivi che restavano sospesi e vibratili nell’aria assorta. Poi, nella sera, le chitarre si accendevano come grilli, mentre dal porto giungeva il canto dei marinai siciliani, greci, catalani, genovesi: essenza della lontananza, della nostalgia”. (627)

“E si diceva che quel che stava facendo era stupido, persino ridicolo: come tutte le cose dettate dal sentimento, che solo nella sfera del sentimento hanno significato e sono invece grottesche nella realtà”. (633)

“Per i Bianchi, a confortare le ultime ore di Francesco Paolo Di Blasi, era già ad attenderlo don Francesco Barlotta, principe di San Giuseppe; ed era l’uomo che ci voleva, poiché a stare ventiquattro ore in sua compagnia anche la morte finiva con l’apparire una soluzione”. (637).

“Poiché sentiva di non potere e di non dovere scrivere le cose vere e profonde che gli si agitavano dentro, Di Blasi prese a scrivere dei versi. L’idea che si aveva allora della poesia gli consentiva il pensiero che in essa si potesse anche mentire. Oggi l’idea della poesia non ce lo consente più, forse ancora ce lo consente la poesia stessa”. (638)



Leonardo Sciascia, “Il giorno della civetta”, 1961

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 18:07:06

Leonardo Sciascia, <i>Il giorno della civetta</i>, in <i>Opere 1956-1971, Bompiani, Milano 2004/7

“‘E’ curioso’ disse il capitano , come continuasse un discorso interrotto ‘come da queste parti ci si sfoghi in lettere anonime: nessuno parla ma, per nostra fortuna, dico di noi carabinieri, tutti scrivono. Dimenticano di firmare, ma scrivono”.

“‘Diventa filosofo, a volte’ pensava il giovane: ritenendo la filosofia una specie di giuoco di specchi in cui la lunga memoria e il breve futuro si rimandassero crepuscolare luce di pensieri e distorte incerte immagini della realtà”. (425)

“‘Il popolo, la democrazia’ disse il vecchio rassettandosi a sedere, un po’ ansante per la dimostrazione che aveva dato del suo saper camminare sulle corna della gente ‘sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità, con rispetto parlando… Dico con rispetto parlando per l’umanità… Un bosco di corna, l’umanità, più fitto del bosco della Ficuzza quand’era bosco davvero”. (425).

“questa regione che, sola in Italia, dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni” (430).



Leonardo Sciascia, “Gli zii di Sicilia”, 1958

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 17:53:05

Leonardo Sciascia, <i>Gli zii di Sicilia</i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani 2004/7


“Oh Dio, anche di Benedetto Croce dobbiamo parlare? Io me ne fotto di lui e dei libri che ha scritto. E anche di Dante Alighieri. E di tutta questa Italia. Mi metto in un angolo e ci muoio, fate conto che sia diventato sordomuto” (200-201).



Leonardo Sciascia, “Le parrocchie di Regalpetra”, 1956

letteratura Posted on Gio, Giugno 01, 2017 14:35:43

Leonardo
Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra,
in Opere 1956-1971, Bompiani, Milano
2004/7

SUI
GALANTUOMINI DI REGALPETRA

“La lettura
di due o tre libri restano le fatiche memorabili di tutta una vita” (61)

SULL’EVOLUZIONE DELLA DC

“La Dc
cominciava a digerire, con le congestioni e le dispepsie che tutti sanno, i
resti del fascismo” (70)

LA POLITICA
LOCALE. IL CONSIGLIO COMUNALE

“Divenuto
com’era accademia di garbugli legali e di sottilissime interpretazioni
giuridiche, il Consiglio non poteva che suscitare l’appassionato consenso dei
regalpetresi, in loro si agita sofistico spirito, amore alle leggi per il
giuoco sofistico che dalle leggi si può far scaturire” (72)

FASCISMO E
PICCOLA BORGHESIA

“E poi,
quando venne il fascismo, noi tutti bardati e lustri che le strade parevano
nostre tanto la facevamo da padroni, il fascismo eravamo noi maestri di scuola,
poveri uomini splendenti di patacche; e il sabato ce ne andavamo in gloria con
la divisa di gabardina e il berretto col giummo, e i contadini e i salinari che
ci guardavano con tanto d’occhi” (108)

IL PARVENU
FASCISTIZZANTE

“Nella media
e grossa borghesia italiana si incontra spesso l’uomo che si è fatto da sé ed è tutto
d’un pezzo
, l’autodidatta della ricchezza; e come l’autodidatta
propriamente detto resta in posizione di irregolarità,
in una specie di terra di nessuno tra
l’ignoranza e la cultura, così l’autodidatta della ricchezza resta tra il mondo
della povertà e quello della ricchezza: parla come un ricco e agisce come un
povero, disprezza i ricchi che non hanno conosciuto la povertà e i poveri che
non sanno pervenire alla ricchezza, lascia i parenti poveri e non sa trovare
parenti ricchi. Questa condizione di solitudine alimenta violenza, egocentrico
furore; l’uomo ricco assume tutte le caratteristiche del fuorilegge, considera
impotente la legge di fronte al denaro e i poveri dalla stessa povertà fatti
vili e corrotti, è un fuorilegge armato di neri pensieri – gli operai meglio li
tratti peggio è; la gente comincia a star troppo bene per sentire voglia di
lavorare; a prendersela con me è come battere una quartare contro un muro; la
miseria è solo inettitudine; non è vero che c’è miseria, la domenica non si può
andare al cinema per la folla che c’è – e così via, neri pensieri su cui danza
una fatua fiammella tricolore” (136)

GLI UOMINI
DEL CONCILIO VATICANO II AVREBBERO DOVUTO ASCOLTARLO

“Non sanno,
arciprete e parroci, che ogni novità, ogni sostituzione o modifica, fa
scaturire nel popolo scetticismo e irrisione; o addirittura rancore. Il decreto
(non so precisamente come si chiami) che ha portato la novità della domenicale
messa pomeridiana, per cui un cattolico può prendere comunione tre ore dopo il
buon pasto della domenica, ha sollevato ironici commenti: benché sia stato il
Papa a dirlo, la gente non crede che una comunione presa alle quattro del
pomeriggio sia valida, come si dice in linguaggio burocratico, “a tutti gli
effetti”. Il popolo vuole la Chiesa immobile e massiccia come una dolomia, al
di fuori del tempo umano, lontana” (164).

PER LA MIA
RACCOLTA DI CITAZIONI ANTIFILOSOFICHE

“… dal
maggiore americano, un uomo tutto bianco e dritto, dicevano al suo paese
insegnasse filosofia, forse dicevano così perché qui tutto ciò che appare
strambo vien fatto scaturire da filosofia” (187).

LO ZIO NOSTALGICO
ATTACCA GLI AMERICANI E FINOCCHIARO APRILE CON CITAZIONE DI LEOPARDI (ALL’ITALIA)

“’Oh povera
Italia’ diceva mio zio ‘Italia mia vedo le mura e gli archi… manco le mura ci
lasciano questi delinquenti, gettano bombe come se dicessero paternostri; e ora
quest’altro che vuole la Sicilia indipendente, buffone lui e tutti quelli che
gli vanno appresso” (197)



Leonardo Sciascia, “Il Consiglio d’Egitto”, 1963

letteratura Posted on Mar, Maggio 30, 2017 23:30:27

Leonardo
Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, in Opere 1956-1971, Bompiani, Milano 2004/7

Don Saverio
al poeta Meli

“…una
donna o ve la mettete sotto o è meglio non la guardate nemmeno… Se io dovessi
credere che quelle labbra che cantate, voi, in qualche angolo di villa, non ve
le succhiate; che il petto di una certa signora e il neo di un’altra non li
palpeggiate a vostro talento, in reconditi luoghi… Ebbene, vi direi: siete un
disgraziato”.

“la nostra
plebe è abituata a leccare la mano che la bastona e a mordere quella che tenta
di beneficarla…”

Don Giuseppe
Vella

“Tutta
un’impostura. La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie
che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste
l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno;
e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia
delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie! Se ogni foglia scrivesse la sua
storia, se quest’albero scrivesse la sua, allora diremmo: eh sì, la storia…
Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i nostri
avoli e trisavoli?… Sono discesi a marcire nella terra né più e né meno che
come foglie, senza lasciare storia… C’è ancora l’albero, sì, ci siamo noi come
foglie nuove… E ce ne andremo anche noi… L’albero che resterà, se resterà,
potrà anche essere segato ramo a ramo: i re, i viceré, i papi, i capitani; i
grandi, insomma… Facciamone un po’ di fuoco, un po’ di fumo: ad illudere i
popoli, le nazioni, l’umanità vivente… La storia! E mio padre? E vostro padre?
E il gorgoglio delle loro viscere vuote? E la voce della loro fame? Credete che
si sentirà, nella storia? Che ci sarà uno storico che avrà orecchio talmente
fino da sentirlo?»

“E i libri,
poi: la malerba dei libri” continuava monsignor Lopez “Non avete idea di quanti
ce ne sono, di quanti ne arrivano, a casse, a carrettate… E tanti ne arrivano,
tanti il boia ne brucia”.

“Una cosa
che pareva incredibile: e pure non c’era da sbagliare, aveva sentito in Hager,
inequivocabilmente, l’accento della passione, della verità; la dolente
impotenza e repugnanza dell’uomo onesto di fronte alla prepotente menzogna,
quel ritrarsi che appare di confusa colpevolezza ed è invece di disperata
innocenza”.

Quarantaquattro
anni: una salute di ferro, una mente pronta; e come la primavera tornava a
splendere, in sé sentiva una più libera stagione, un nuovo vigore”.

“In realtà,
se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente, impostura; se
non fosse strumento in mano del potere baronale, e quindi finzione, continua
finzione e falsificazione della realtà, della storia… Ebbene, io vi dico che
l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile”.

“Si parla di
idee?” piombò il marchese di Geraci “Da oggi in poi, a chi vi pare abbia delle
idee cacciategli una sciabolata nella pancia”.

“Per me
repubblica e regno sono lo stesso brodo, la stessa soperchieria. Che ci siano
re, consoli, dittatori o come diavolo si chiamino, me ne importa quanto del
corso degli astri, e forse meno… Per la rivoluzione, ve lo confesso, ho
invece un sentimento diverso: quel levati tu che mi ci metto io, che ci posso
fare?, mi piace… I potenti che vanno a intanarsi e i miseri che fanno
trionfo…”

“… ci sono
tante belle idee che corrono per il mondo; solo che il verso delle cose è un
altro, violento e disperato”.

“Dai
bastioni della città vecchia ecco che spaziava sulla distesa dei campi tra
Siggeui e Zebbug: quasi gialle le messi del grano maiorchino, di intenso verde
la tuminìa ancora in erba; e il rosso allegro della sulla fiorita, il bianco
reticolo dei muretti a secco”.

“… a
confortare le ultime ore di Francesco Paolo Di Blasi, era già ad attenderlo don
Francesco Barlotta, principe di San Giuseppe; ed era l’uomo che ci voleva,
poiché stare ventiquattr’ore in sua compagnia anche la morte finiva con l’apparire
una soluzione”.

“Poiché
sentiva di non potere e di non dovere scrivere le cose vere e profonde che gli
si agitavano dentro, Di Blasi prese a scrivere versi. L’idea che si aveva
allora della poesia gli consentiva il pensiero che in essa si potesse anche
mentire. Oggi l’idea della poesia non ce lo consente più, forse ancora ce lo
consente la poesia stessa”.



Da re taumaturgo a re vaccinato

storia Posted on Mar, Maggio 30, 2017 12:17:34

Il 18 giugno 1774 Luigi XVI, dopo aver visto il padre, Luigi XV, morire di vaiolo, si fa inoculare il vaccino. Maria Antonietta e le altre dame di corte lanciano la moda del ‘pouf à l’inoculation’ o ‘de l’inoculation’ un’acconciatura per cui nella chioma delle signore vengono rappresentati il serpente di Asclepio, una verga, un sole nascente e un ramoscello d’olivo. Vaccinarsi diventa una moda. Purtroppo, pare non rimangano immagini di tali acconciature. Luigi XVI e Maria Antonietta non moriranno di vaiolo, come noto.



Ugo Foscolo, “Sesto tomo dell’io”, 1800-1801

letteratura Posted on Dom, Maggio 28, 2017 11:31:40

Ugo Foscolo, Sesto tomo dell’Io, (1801), EN, V, 1-27

LA GETTATEZZA

«Ma la patria?… Il cielo non me ne ha conceduto; anzi
ordinò alla fortuna di gettarmi nel mondo come un dado». (10)

AMORE E MISTERO. SI RIFERISCE A TEMIRA (VEDI ANCHE
EPISTOLARIO LETTERE ALLA ARESE 154 (II), I,214)

«Il mistero apriva e
chiudeva le cortine del suo letto: – il mistero; intendi? – Era amante per
cinque giorni, ma amica per tutta la vita» (15)

CONSIDERAZIONI SUL VERO AMORE, SUL MATRIMONIO E L’AMICIZIA

« “Se il cielo ti darà una sposa, dividi con essa tutta la
tua felicità. E dividi con essa nelle disgrazie il pane e le lagrime. Amatevi.
E se vi fosse concesso amatevi eternamente. Ma questo amore perfetto se lo
hanno pur troppo riserbato i numi. Ancor non è poco se due amanti, spenta la
passione, non s’odiano. Prevenite gli ultimi giorni di una passione languente
che cede sempre il loco alle furie della gelosia e dell’onore. La tristezza, il
sospetto e il tradimento passeggiano sempre d’intorno al letto di due sposi gelosi.
Non vi rapite la sacra amicizia, unico balsamo all’amarezze della vita. L’amore
perfetto è una chimera: il desiderio fa beati alcuni momenti: e l’amicizia
conforta tutti i tempi, ed unisce tutte l’età. Va’ mio ragazzo; te’ un bacio,
non mi giurare fedeltà ch’io nè la credo nè la voglio” ». (17)

LE COSE DA RISPETTARE

«Le cose più rispettabili sono:

La madre
col suo bambino sul braccio;

Il
servitore invecchiato in una famiglia;

La
verginella che coglie de’ fiori

Venero inoltre i vecchi e vo pazzo per i fanciulli dai tre
ai sett’anni; disprezzo i pedanti, compiango i soldati ed aborro i
criminalisti». (25)

PRODIGO PER NATURA

«Mi si legge nella fisonomia la prodigalità». (25).



Ugo Foscolo, “Lettere scritte dall’Inghilterra”, 1816-1818

letteratura Posted on Gio, Maggio 25, 2017 23:16:15

Ugo Foscolo, Lettere scritte dall’Inghilterra, EN, V, 237-454, Le Monnier,
Firenze 1951 (a cura di M. Fubini)

CONSIDERAZIONI SULL’AUTOBIOGRAFIA DI HUME

Importanti le considerazioni sull’autobiografia di Hume,
riportate alle pp. 275-276.

LETTORI DI LIBRI

«… i lettori de’ libri non sono per lo più se non gli
autori» (278).

BELLEZZA E DONNE. LA SCALA VERSO IL BELLO IN SE’

«Ed io credo di avere quasi compiuta in Inghilterra la
Galleria ch’io aveva incominciato a raccogliere in Italia – una Galleria di
quadri femminili, di ritratti spiranti e viventi non dipinti da mano mortale,
nè soggetti a vicende di fortuna e di tempo – bensì fissi nella mia memoria –
come in amabile santuario – e spesso io richiamo d’innanzi all’anima mia le
amabili immagini delle belle persone da me conosciute, e parlo con esse nella
mia solitudine, e per esse mi consolo delle noie e de’ guai della vita, e
m’ispirano una cara (?) soavità (?) di visioni, e mi rinfrescano il cuore – ed
amo in quelle immagini ed adoro il divino spettacolo della bellezza, e mi sento
come incantato da una secreta armonia.

Certo che
la bellezza è una specie d’armonia visibile che penetra soavissima ne’ cuori
umani; e se non è abbellita dal lume della virtù – allora purtroppo non è che
terrena; ma una bella giovine che è animata da un cuore virtuoso è un individuo
tra il mortale e il celeste, e chi la contempla può alimentarsi di sensi
graziosi ed animarsi ad azioni generose e salire con lo spirito ad adorare
lietamente il creatore d’ogni bellezza». (280)

GIUDIZIO SUL CALVINISMO E SU ROUSSEAU

«Nè dar mai retta ad un Ginevrino se mai con sublime fervore
ti parla di Cristianesimo puro, di incorrotti costumi e di perfettibilità,
perch’egli è naturalmente calcolatore, e per necessità vive sui forestieri; e
dove alla natura e alla necessità s’aggiunge l’ipocrisia filosofica, i mortali
acquistano la mirabile abilità di ravvolgere le ciffre dell’usura giudaica in
un vortice d’entusiasmo platonico che t’abbaglia e poi t’accieca di fumo». (287)

PER CHI SCIRVE LO SCRITTORE

«Fatto sta che gl’Inglesi per lo [più] scrivono per
procacciarsi lettori nel loro partito – i Tedeschi per i loro scolari – gli
autori Italiani per gli autori Italiani – e i Francesi per piacere alle donne:
e tutti seguono i loro interessi». (290)

LETTERE A MOSAICO

«io non so scrivere lettere che a mosaico». (295)

DIDIMO POSSIEDE UN SOLO LIBRO: LA BIBBIA

«Inoltre non avea libro veruno fuorchè la Bibbia». (305)

CRITICA DELLA POESIA LEGGERA

«Ma tutti non possiam essere il Casti da scrivere poesia
chiara da non forzare a pensare, – e sempre ridere e ridere senza pensare, – di
essa ridete, e se anche v’annoia, non vi stanca mai; dicono che non sia poesia
ma versi, – e non versi ma rime – e non rime ma filastrocche d’animali parlanti
per gli animali leggenti – »

A PROPOSITO DI COCCHI OMICIDI

Da ricollegare alla lettera 36 al ministro Sopransi le
considerazioni sui nobili che ammazzavano i servi con le carrozze: veramente da
brivido!!! pp. 335-336.

CRITICA DELLA NOBILTA’ ITALIANA p. 339

GIUDIZIO SULLE CROCIATE E SULLA RIVOLUZIONE

«La rivoluzione in vent’anni fece all’Italia il bene che le
Crociate fecero all’Europa. I teorici declamavano contro le Crociate, poi
s’accorsero che per esse l’Europa uscì dal governo feudale». (339)

SULLA CONFESSIONE DELLE NOBILI FANCIULLE

«Il cavaliere servente le faceva a un tratto smarrire la
ridicola semplicità del candore – e il confessore avvezzavala a poco a poco a
raccontare senza pudore i suoi falli – a saldare i de- (343) biti con la
coscienza , ed a farne con più fiducia degli altri». (344)

LE DONNE SONO LE SUE MAESTRE DI MORALE

«… vi confesso ch’io quel molto che ho di buono nel cuore
l’ho avuto dalle donne incominciando da mia Madre» (348).

ELOGIO DEL PARINI

pp. 353-355

DIFETTO CONTEMPORANEO

«…insegnar presto e imparar presto». (365)

ANALISI DELL’ANALISI

«Questa specie di metafisica chiamasi analisi, ed ha la
facoltà di scomporre in minime particelle i libri e gli affetti umani e gli
esamina con microscopio anatomico, ma non può più ricomporli nelle forme che avevano
ricevuto dalla Natura e li lascia freddi cadaveri». (366)

MONDO CONTEMPORANEO

«Noi abbiamo fin quasi l’arte del volare e tante religioni
dogmatiche, filosofiche, e naturali e non sappiamo oggimai a quale attenerci;
viviamo ridendo e moriamo temendo di tutte». (384)

QUANDO NON SI CREDE IN NULLA, SI CREDE IN TUTTO

«Frattanto noi correndo dietro la turba tumultuosa degli
scrittori viventi, combattiamo per conquistare un’infinità d’opinioni e di
fantasie e di novità, finchè ciascheduno di noi volendole afferrar tutte
quante, si stanca, s’annoia di tutte e cade smemorato sul campo di battaglia
del Pirronismo. Ma l’uomo ha pur
bisogno di appoggiarsi ad alcuna opinione: e chi è in istato d’imbecillità fida
al soccorso de’ ciarlatani che allora vengono ad offerire sistemi miracolosi.

Adunque è da presumersi men
barbaro quel Bel mondo popolato di
scrittori e lettori i quali, studiando i pochi grandi esemplari d’ogni
generazione fino alla nostra, possono educarsi a pensare; e quindi, a scansare
gli inconvenienti della Mania e della
Fatuità: perchè credo che
imparerebbero tre cose (385) essenziali. L’una: le poche utili verità vedute e ripetute da tutti i grandi ingegni;
e n’emergerebbe l’idea generale del Vero;
l’altra: in che modi diversi ciascheduno
d’essi le abbia sentite, meditate ed espresse
; e n’emergerebbe l’idea
generale del Bello; – finalmente: come i nostri contemporanei sappiano
applicare ne’ loro scritti queste idee generali di filosofia e di stile
; e
desumerebbesi un’idea men incerta sul Gusto».
(386)

SU OMERO, PROFETI EBREI, DANTE, SHAKESPEARE VEDI P. 392.



Jože Pirjevec, Serbi croati sloveni. Storia di tre nazioni, 1995

storia Posted on Mer, Maggio 24, 2017 22:41:52

Studi sulle radici.

Jože Pirjevec, Serbi croati sloveni. Storia di tre nazioni, Il Mulino,
Bologna 1995

Cerimonia di incoronazione e trono in pietra: quanto rimane
dell’antico stato sloveno conservati anche dai duchi tedeschi fino al 1414. Ne parlano
Enea Silvio Piccolomini nel De Europa,
Jean Bodin, Thomas Jefferson (124).

“Nel corso di essa il principe, vestito da contadino,
con promesse di buon governo e doni simbolici doveva riscattare da un contadino
libero, scelto nella classe dei kosezi
(uomini d’arme con particolari benefici e libertà), il diritto di ascendere
alla sua carica” (124).

Ballata popolare:

“Stanotte il turco ha saccheggiato, stanotte, nella
notte oscura, ha ucciso mio padre, mia madre e la mia sorellina più giovane, ha
rapito la mia amata” (126).

Rivolta contadina che ha successo nel 1515, canzone, primo
testo a stampa sloveno: “Essi alzarono il grido dell’antico diritto,
cercando di vendicarsi e indebolire la potestà del proprio signore. A raccolta,
a raccolta, a raccolta, voi tutti, poveri e derelitti” (129).

Rivolta del 1573 “Matija Gubec, che i contadini avevano
proclamato loro re, venne fatto prigioniero e portato a Zagabria per esservi
giustiziato. Secondo le fonti, egli fu incoronato con una corona di ferro
incandescente, trascinato per le strade della città, torturato con tenaglie
roventi e infine squartato” (131).

Il riformatore sloveno Trubar e il vescovo di Trieste, Bonomo, suo protettore.

Incontro-scontro ta Trubar e Pietro Paolo Vergerio (di
Capodistria). Quest’ultimo lo convince ad adottare i caratteri latini e non
gotici per i suoi scritti in sloveno.

Dalmatini, traduttore di tutta la Bibbia in sloveno.

Nel ‘600 crisi della lingua slovena, sostituita dal tedesco
e dal latino.

Il beneficio delle riforme di Maria Teresa e di Giuseppe II
sulla Slovenia.

1809, Napoleone: province illiriche con capitale Lubiana.

Il termine “sloveno” si affermò solo tra il 1806 e
il 1812 per racchiudere carinziani, istriani, carniolani, abitanti del Litorale
(136).

1848: speranze di unificazione e autonomia all’interno
dell’impero.

Divisione della terra ai contadini, economia di mercato: emigrazione
di 100.000 sloveni.

Grande attività culturale di fine ‘800. Lotte per l’identità

1897: avvicinamento ai Croati.

1907 suffragio universale.

1915: incredibile capacità dell’esercito austro-ungarico di
difendere il confine isontino, dato da tutti per indifendibile (143).

“Gli Sloveni costituivano com’è ovvio solo una parte
dell’eterogenea compagine, composta da tedeschi, boemi, slovacchi, magiari,
dalmati, bosniaci, croati, serbi, ucraini, polacchi, ebrei, italiani, zingari,
rumeni. Essi non si distinsero per ferocia come i bosniaci, né per scetticismo
o perfino disfattismo come i cechi, ma combatterono la loro guerra senza
simpatie né per l’Austria né per l’Italia, con caparbietà contadina,
consapevoli, se non altro, di combattere in difesa della propria terra”
(144).

“Fin dal ’15 cominciano ad apparire le prime uniformi
di tessuto d’ortiche, del tutto inadatte a riparare i soldati dal gelo cui
erano esposti” (145).

Caporetto = Kobarid

Alla fine del 1918 gli Sloveni sono come “bambini
politici”.

Costituzione dell’Università a Lubiana per concessione del
nuovo governo nazionale serbo.

1928, uno sloveno Korošec diviene primo ministro (149).

1929 Colpo di stato di Alessandro. Korošec resta nel governo
ma poi ne esce.

1941 Gli sloveni sono favorevoli alla scelta del reggente
Paolo di aderire al patto tripartito come minus
malum
.

6.4.1941: invasione tedesca, italiana e ungherese.

1927 nella Venezia Giulia: proibizione di ogni attività
politico-culturale slovena. Chiusura delle scuole slovene.

Ben tre volte nel ’29 nel ’30 e nel ’41, il tribunale
speciale per la difesa dello Stato si trasferì da Roma a Pola e a Trieste per
dare in loco una dimostrazione dell’efficienza della giustizia fascista. Tra il
1927 e il 1943 vennero celebrati 131 processi contro 544 imputati sloveni e
croati, 10 dei quali furono condannati a morte e fucilati nel periodo
antecedente la Seconda Guerra Mondiale” (153).

“Come scrisse Kocbek, oltre agli ebrei solo gli sloveni
erano stati condannati a morte da Hitler come soggetto etnico: a tutti gli
altri popoli sotto il suo dominio, croati, serbi, cechi e slovacchi, polacchi,
ucraini, danesi, norvegesi e olandesi, egli aveva pur riconosciuto un qualche
diritto all’esistenza; la Slovenia invece venne divisa, per suo ordine, in tre
e smembrata tra le potenze vicine” (153).

Gli Sloveni stessi pensano a una loro definitiva scomparsa
etnica.

L’ex sindaco di Lubiana si suicida (Ivan Hriber) alla
vigilia dell’invasione tedesca, lasciando sull’argine del fiume un biglietto
con un famoso verso di Prešeren: “È meno terribile la morte nel grembo
della terra oscura / dei giorni schiavi sotto il sole splendente” (154).

21.6.1941 attacco nazista all’URSS: Per i partigiani sloveni
è il via libera all’azione.

Fronte antimperialista diventa Fronte di liberazione (OF)…
“L’informatore sloveno”.

I partigiani comunisti decidono di attaccare anche i
collaborazionisti, la società slovena si spacca. Gli italiani favoriscono la
nascita di formazioni belogardiste. La repressione italiana è violenta.

“Lubiana fu circondata da una barriera di filo
spinato” (157)

Dopo la vittoria in Africa degli anglo-americani su Rommel,
i comunisti jugoslavi temono uno sbarco alleato che favorirebbe i Karageorgevic.

Domobranci :
difensori della patria

“La fine della guerra, giunta in Slovenia solo alla
metà di maggio ’45, dopo che sugli altri fronti europei non si sparava più già
da una settimana… I domobranci, seguendo le truppe tedesche, si rifugiarono,
nel maggio del ’45, nella Carinzia occupata dagli inglesi. Questi decisero
tuttavia di rinviare i fuggiaschi in patria, insieme alle donne e ai bambini
che li avevano seguiti. Con la scusa di traspor- (159) tarli al sicuro in
Italia, li fecero salire, in 10.000 circa, su treni che li portarono al di là
delle Caravanche, dove li aspettavano speciali unità di liquidatori”
(160).

1.5.45 Tito a Trieste

12.6.45 Tito costretto a lasciare Trieste, sostituito dagli
anglo-americani (161).



Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943), 1998

storia Posted on Mar, Maggio 23, 2017 15:26:46

Studi sulle radici.

Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia
(1941-1943)
, Stato Maggiore dell’Esercito, Roma 1998, pp. 400.

29.4.1941. Limitazione della circolazione degli autoveicoli
e dei motoveicoli a quelli di pubblico interesse (il 12 luglio anche a questi viene
proibita la circolazione notturna e festiva) (57)

25.aprile: Ucciso dai partigiani il podestà di san Vito di
Cerknica insieme al segretario comunale e ad un altro collaborazionista. BAC
(Brigata Anti Comunista, poi MVAC Milizia Volontaria Anti Comunista)
“Altre BAC sorsero presso Cerknica e Skrlievo) (81).

24.giugno Revocato nella provincia di Lubiana il
riconoscimento della Chiesa Cattolica Nazionale dei Vecchi cattolici. Con la
stessa ordinanza venivano disciolte le comunità vecchiecattoliche e se ne
vietava l’esercizio pubblico con un’ammenda per i contravventori fino a due
mesi” (88) Così Grazioli si ingrazia il vescovo di Lubiana Rozman
(conservatore)

Equipaggiamento cetnico: “Ogni gregario ha inoltre in
dotazione un berretto da belogardista ed uno da partigiano in modo che se
vengono incontrate truppe italiane i cetnici figurano essere belogardisti, se
quelle partigiane, partigiani” (122).

In Slovenia operano soltanto 1800 partigiani sloveni (109).

Le forze cetniche in Slovenia ammontavano a circa 600 unità
(121).

Le bande partigiane indossavano spesso uniformi dell’ex
esercito reale jugoslavo e venivano scambiati per cetnici (147).

3.1.1942 Astensione della gente dalla circolazione e dalla
frequentazione di locali pubblici per ricordare i “caduti per la causa
slovena”. La manifestazione riesce perfettamente (163).

A tali manifestazioni l’esercito di occupazione rispondeva o
obbligando a manifestazioni simili per ricordare i caduti italiani (ma
obbligatorie), oppure anticipando il coprifuoco.

7.2.1942 Altra giornata di protesta e di ricordo dei
“caduti comunisti”

Licenze di circolazione limitate a cause di estrema
necessità. “Su segnalazione del Questore venne deciso che i militari ai
posti di blocco avrebbero perquisito anche le donne, sospettate di custodire le
armi dei “ribelli”. (171)

Accantonato il progetto di sopprimere tre presidi tra cui
quello di Rakek (troppo importante per la sua importanza strategica alla
frontiera). (174)

23.2.1942 Blocco di Lubiana, circondata da filo spinato e
posti di blocco armati (175).

“XI Raggruppamento Guardia alla Frontiera:

Presidio di Rakek

Comando 17° raggruppamento d’artiglieria Guardia alla
Frontiera;

II/XXIII settore;

VIII battaglione minatori;

646a compagnia mitraglieri;

CX battaglione mitraglieri;

due batterie leggere di Guardia alla Frontiera da
stabilire.” (179)

Presidio di
Rakek

una compagnia di fucilieri;

due pezzi autotrasportati;

una compagnia mitraglieri.” (181)

“A Lubiana si ride delle perquisizioni della nostra
questura. Tutte le armi sono nascoste nel sottosuolo delle cantine e sotto i
pavimenti di legno delle abitazioni” (183)

“Il 19 e 20 marzo [1942] un reparto della Divisione
“Granatieri di Sardegna” incendiò sette frazioni del comune di
Idecano, razziò l’intero bestiame, i generi alimentari e tutte le masserizie
disponibili e infine fucilò sul posto cinque civili” (184).

“La fine del lungo e particolarmente gelido inverno…
” [1942] (194)

Robotti chiese a Grazioli di disciplinare il suono delle
campane, in quanto talvolta parroci o campanari accondiscendenti le avevano
usate per avvertire le formazioni partigiane del sopraggiungere di reparti
italiani. Grazioli assicurò che ne avrebbe parlato a Rozman [vescovo di
Lubiana] affinché limitasse l’utilizzo delle campane alle sole funzioni
religiose e a determinate ore del giorno. In seguito a tali colloqui, l’Alto
Commissario avrebbe emanato un’ordinanza, il 19 agosto 1942, nella quale si
limitava l’utilizzo delle campane alle sole funzioni religiose e, su ordine del
compe- (195) tente comando militare, come allarme antiaereo. Per chi avesse
fatto uso improprio delle campane, sarebbe stata comminata una pena pari ad un
anno di carcere e diecimila lire di multa” (196)

(Polizia, CC.RR. [Carabinieri Reali], Regie Guardie di
Finanza, MVSN [Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale], ex-squadristi) (200)

Requisizione di sci e calzature in cuoio (212)

Gli uffici postali sarebbero stati chiusi in tutte le
località soggette ad operazioni militari. Sarebbero rimasti aperti soltanto gli
uffici di Lubiana e dei centri maggiormente presidiati (Kocevje, Novo Mesto,
Longatico, Rakek, Verconico, Grosuplje, Crnomelj) (219)

Quindi quello di
Cerknica chiuse?

Dopo il 18 luglio 1942

“L’XI Raggruppamento “Guardia alla Frontiera”
avrebbe condotto rastrellamenti nella zona tra Vinji Vrh, Topol e Circonio
[Cerknica], ostacolando al contempo eventuali fughe di partigiani dal Krim
verso sud-ovest e da Turjak verso sud-est. I confini storici dell’Italia
sarebbero stati chiusi e presidiati dal XXIII Corpo d’armata” (221)

Formazioni partigiane:
“Primorska Odred”, operante in Venezia Giulia (Postumia)…”
(229)

17.9.1942

L’Alto Commissario chiese la liberazione del Ginnasio Reale
di Kocevje, di due scuole inferiori a Rakek. (237)

“Il 15 giugno 1943 Emilio
Grazioli, nominato prefetto di Catania
, fu sostituito nella carica di Alto
Commissario per la provincia di Lubiana da Giuseppe Lombrassa (1906-1966)”
(260).

“Nel giugno 1943 l’attività delle formazioni partigiane
si spostò verso occidente, interessando soprattutto i presìdi della Guardia
alla Frontiera di Longatico, Rakek e Velike Bloke e la linea ferroviaria
Postumia-Lubiana” (261)

Il vescovo
propagandista

“Il 19 luglio [1943] Rozman giunse a Cerknica, a sud
est di Lubiana. Ricevuto dal comandante del sottosettore e da una
rappresentanza del locale presidio della Guardia alla Frontiera, Rozman non
pronunciò un’omelia, bensì un “vibrante discorso” elencando le
“nefandezze compiute dai b.c. (banditi
comunisti NdA
) e rivolgendo un riconoscente saluto alle Forze Armate
italiane che da tempo in terra slovena combattono il subdolo nemico per il
trionfo della civiltà cattolico europea” [la
fonte è il notiziario giornaliero del comando dell’xi raggruppamento Guardia
alla Frontiera al comando della 2a armata n. 200, 19 luglio 1943]

“Nel
frattempo, preoccupato dalle reazioni negative registrate tra le fi- (270) la
della MVAC all’indomani del 25 luglio, il vescovo Rozman continuava il suo
peregrinare al fine di spronare gli sloveni “bianchi” a proseguire la
lotta ai comunisti. Il 9 agosto l’alto prelato si recò a Rakek, presso il
locale presidio della Guardia alla Frontiera. Tuttavia, ascoltando attentamente
le parole del Vescovo, si denotava, anche in lui, una certa malcelata
preoccupazione. “Parlando della guerra in corso ha affermato che
difficilmente una delle parti contendenti potrà raggiungere un’effettiva
vittoria sull’altra, ma se i popoli dovranno prevalere sugli altri, potranno
essere soltanto quelli che si sono mantenuti vicini a Dio ed alle dottrine
cristiane, poiché senza la provvidenza divina nessuna meta potrà mai essere
raggiunta” [Notiziario 9 agosto
1943]

“L’Ufficiale
della Guardia alla Frontiera che redasse il notiziario annotò inoltre:
“Secondo alcune voci, il discorso è stato definito come ‘coraggioso’, per
quanto non sia mancato chi lo abbia ritenuto un po’ imprudente”.

“la “crisi” del collaborazionismo fu seguita
con attenzione, come si è visto, dal movimento cetnico sloveno. Tuttavia anche
i partigiani, convinti dagli emissari britannici, tentarono di estendere la
propaganda già in atto verso gli italiani ai militi della MVAC. Ad alcuni
presidi anticomunisti della Guardia alla Frontiera furono recapitati appelli
firmati dal maggiore Jones, nei quali si chiedeva ai belogardisti di
abbandonare gli italiani e di unirsi alle unità titoiste. La crisi del sistema
politico-militare italiano stava coinvolgendo anche le sue creature: le
diserzioni dalla MVAC iniziarono ad aumentare.

Il 10 agosto venne organizzata una vasta operazione di
rastrellamento nella regione della Velika Gora settentrionale, tra Ribnica e
Cerknica” (271).

“Robotti, informato dell’imminente capitolazione, aveva
dunque deciso di abbandonare definitivamente la Slovenia, terra ingrata che non
meritava certo di essere difesa” (279)

“dal 25 luglio i Comandi germanici avevano fatto
affluire lungo i confini italiani nuove unità corazzate dell’entità di una
divisione. Inoltre, dalla fine di agosto Longatico, Planina e Verconico erano
presidiati da un battaglione della 71a divisione della Wehrmacht” (282).

“La divisione “Isonzo” venne raggiunta dalla
notizia dell’armistizio mentre era in procinto di concentrarsi e quindi
trasferirsi a Postumia, come ordinato dai Comandi superiori. L’organizzazione
del trasferimento era resa difficoltosa dall’assenza di linee telefoniche,
interrotte dai partigiani la notte del 7 settembre; ciò nonostante il generale
Cerruti riuscì a concentrare a Novo Mesto e Trbenje circa 12 mila uomini”
(284).

Cerruti poi si unirà
ai partigiani come soldato semplice (285).

Volantino del 1942

“Soldati
italiani! Mussolini vi ha strappato dalle vostre case, dalle vostre
famiglie per trascinarvi in una guerra ingiusta di conquista. Il fascismo, che
nel corso della vostra vita vi ha negato ogni gioia e vi ha procurato miseria e
fame, vuole ora distruggere ogni vostra speranza e mandarvi al macello. Nelle
caserme soffrite la fame, siete sottoposti a fatiche inutili e penose, e siete
tenuti sotto una brutale disciplina. Sui fronti della guerra siete esposti alla
più crudele morte, alle più dolorose mutilazioni. Sono i plutocrati fascisti,
che hanno voluto questa guerra e che ora da essa ne tirano grandi profitti.
Siete voi che non avete voluto questa guerra, che ora siete mandati a farla e a
sopportarne tutte le sofferenze. Sono i plutocrati fascisti e le loro famiglie,
responsabili della guerra, che non soffrono la fame, perché hanno le case piene
di riserve di generi alimentari. Siete voi e le vostre famiglie che per causa
dei responsabili della guerra soffrite la fame, non avete da mangiare. Gli
agenti del fascismo cercano di dividervi e mettervi contro gli operai delle
vostre classi non richiamati alle armi. Non lasciatevi ingannare! Questi operai
non sono degli imboscati, ma sono anch’essi vittime della guerra del fascismo,
esse assieme a tutti gli altri operai vogliono unirsi a voi e ai contadini per
difendere l’URSS, per conquistare la pace e per liberare il nostro paese dal
giogo hitleriano.

Soldati,
sottufficiali, ufficiali!

Hitler, Mussolini, dopo aver subito il più clamoroso scacco
nella loro aggressione contro l’URSS si apprestano ora a lanciare una nuova
grande offensiva contro il paese del Socialismo, della libertà, del benessere.
Rifiutatevi di combattere contro l’Unione Sovietica. I vostri nemici non sono
le popolazioni dell’URSS, della Jugoslavia e della Grecia ecc., ma il governo
Mussolini che ha ridotto voi e le vostre famiglie a soffrire la fame e che
vuole fare di voi della carne da cannone. Il vostro nemico è il governo
Mussolini che ha aggregato il nostro Paese al carro dell’imperialismo
hitelriano. (337). Le armi che il fascismo vi ha consegnato non utilizzatele
contro i gloriosi soldati e partigiani sovietici e i loro alleati, utilizzatele
per spazzare dal nostro Paese i vostri veri nemici; il governo di Mussolini e i
dominatori hitleriani. Distruggete, sabotate il materiale bellico destinato
alla guerra contro l’URSS e i suoi alleati. Passate con armi e bagagli dalla
parte dell’Esercito Rosso per continuare nelle sue file la lotta contro il
comune nemico. Alla milizia fascista che spia i vostri sentimenti, che esercita
su di voi il controllo degli sbirri, e che è disposta a spararvi nella schiena,
rispondete col piombo dei vostri fucili e delle vostre mitragliatrici”
(338).



Mario Pacor, “Confine orientale. Questione nazionale e Resistenza nel Friuli e Venezia Giulia”, 1964

storia Posted on Lun, Maggio 22, 2017 17:49:13

Studi sulle radici.
Mario Pacor, Confine orientale. Questione nazionale e
Resistenza nel Friuli e Venezia Giulia
, Feltrinelli, Milano 1964, pp. 388

Italianizzazione dei nomi

Prime organizzazioni fasciste a Trieste, 1919: “Tra i
promotori quel Bruno Coceanig che, italianizzato il nome in Coceani, sarà poi
gerarca fascista dell’industria e prefetto collaborazionista sotto
l’occupazione tedesca” (69).

D’Annunzio a Fiume, seguito di arditi, volontari

“Il 12 settembre 1919 il “poeta-soldato”
entra a Fiume alla testa di una colonna di granatieri, arditi, volontari
giuliani e dal balcone del governatorato proclama l’annessione all’Italia”
(91)

Comunisti e contadini sloveni

Prefetto di Trieste Moroni 1924 scrive al Ministero degli
Interni: “… L’elemento contadino sloveno in buona parte segue le
direttive comuniste” (119)

Repressione antislava

“Ogni minima espressione di consapevolezza nazionale,
come il solo cantare canzoni popolari slave, era presa a pretesto per arresti e
condanne come si trattasse di attività sovversiva e antinazionale”. (120)

Disordini contro i fascisti a Postumia 1927

“Nei pressi di Postumia, dove alcuni ignoti contadini
hanno, tempo addietro, audacemente assalito un posto della milizia fascista, è
stato ritolto, a viva forza, ad un agente delle tasse ciò che egli aveva preso
ai contadini in nome del governo fascista…” (127)

Plebiscito nel 1929…
intimidazioni fasciste.
(128)

Processi del tribunale speciale del 1930

“Il giorno della sentenza una folla di sloveni
esasperati assaltò a S. Pietro del Carso la Casa comunale e i fascisti per
rappresaglia incendiarono numerose case di contadini ritenuti patrioti o
antifascisti” (131)

Le prime bande partigiane… i Brkini

“Nella primavera-estate del 1942 già operavano ovunque
le prime čete (squadre, schiere, compagnie)
partigiane giuliane: la Tolminska četa,
la Vipavska, la Kraška, la Piuska, la Brkinska e la Îstrska četa, ossia le compagnie del Tolminese, della valle del
Vipacco, del Carso, della Piuca, della zona detta dei Brkini e infine
l’istriana” (166)

Rappresaglie fasciste

“Il 5 aprile 1942, in risposta a un’imboscata
partigiana, si inscena un’adunata fascista a Postumia, si terrorizza la
popolazione, si brucia la casa del noto capo partigiano Maslo…” (168)

Le foibe come vendetta rivoluzionaria non etnica

“Che poi non si sia trattato solo di uno sfogo di odio
antitaliano lo dimostra (195) il fatto che nelle foibe si sono trovati anche
resti di numerosi soldati tedeschi, e che vi sono stati gettati anche croati
traditori del loro popolo, ustascia,
cetnici
e domobrani, come non solo croati ma anche italiani furono tra gli
insorti epuratori” (196)

Misure partigiane antifoibe

“Antonio Hrovatin Stevo. Un giorno incontra per via due
contadini armati che spingono avanti un paesano disarmato. Chiede loro dove lo
portino ed essi, ammiccando gli rispondono che vanno a “farlo fuori”.
Con che ordini? Siamo partigiani è la risposta. Capisce di che si tratta, punta
contro di loro il mitra, li disarma e li porta al comando. Risulta che si
tratta d’una vendetta personale, che costui li aveva denunciati per un furto di
bestiame e che essi, usciti di prigione, volevano fargliela pagare. L’uomo non
ha altre colpe ed è liberato, i due disarmati e mandati a casa con un severo
ammonimento” (198)

L’invasione tedesca: Adriatisches Künstenland

“Colonne di poveri soldati italiani disarmati che dalle
caserme vengono condotti alle stazioni ferroviarie per essere spediti in
Germania, ai lati di quelle colonne solo quattro o cinque sottufficiali e
soldati nazisti, comandati sì e no da un ufficiale, che si trasmettono secchi
ordini o avvertimenti, il mitra pronto allo sparo – e spesso sparò contro
qualcuno che tentava la fuga… La notte, nelle città giuliane immerse nel buio
dell’oscuramento e nel profondo silenzio del coprifuoco, il rintronare nelle
vie deserte dei passi delle pattuglie tedesche ed ogni tanto spari di
rivoltella o fucile, raffiche di mitra… Basta la fama di ciò che è l’esercito
nazista, bastano quei primi atti di forza, gli atteggiamenti di spietata
durezza di quegli uomini in quelle uniformi, il tono minaccioso dei pri- (203)
mi bandi, spesso lanciati da aerei in forma di volantini, a far scendere fin
dai primi giorni dell’occupazione, su Udine, Monfalcone, Gorizia, Trieste,
Pola, Fiume come una pesante cappa di terrore, di incubo, di minaccia. La gente
ne è prostrata, annichilita, pare quasi portata fino a parlare sommesso, a non
alzare la voce per non suscitare l’ira di quel mostro che ha ghermito la
regione e la tiene nei suoi tentacoli d’acciaio. Poi, un po’ alla volta, quella
sua presenza diventa abituale, senza per questo essere meno terrorizzante, ché
anzi lo sarà anche maggiormente quando cominceranno le rappresaglie, le retate
di cittadini, le fucilazioni e impiccagioni. Ma la vita, per un momento quasi
sospesa, riprende, la gente rialza la testa, ognuno trova in quella nuova
esistenza, che pur si sente provvisoria, che durerà quanto durerà la guerra, il
posto che gli compete, e sarà per i più di passivo attendismo, per i migliori
figli di questo popolo un posto di lotta e spesso un destino di sacrificio, per
i figli degeneri un posto di collaborazione, da servi del boia. Ancora unaa
volta situazioni complesse, più torbide e confuse che altrove, faranno che
nella Venezia Giulia si pongano alle coscienze drammatici interrogativi, che i
concetti di classe, di nazionalità, di appartenenza statale si presentino in
maniera intricata, impongano scelte difficili e talora laceranti o
apparentemente contraddittorie” (204)

Il 15 ottobre viene istituito l’Adriatisches Künstenland (204)

Sostegno partigiano delle campagne

“Nelle campagne e le valli dell’Isontino, del Carso,
del Postumiese e dell’Istria, le popolazioni slovene e croate erano nella quasi
totalità a favore del movimento partigiano… ” (242)

I cosacchi agosto 1944

“Il Friuli orientale e la Carnia furono, dai primi di
agosto del 1944, meta di una vera e propria trasmigrazione di popoli: dovevano
diventare, secondo la promessa fatta dai tedeschi ai cosacchi, caucasici e
georgiani della Russkaja Osvoboditelnaja
Armija
di Vlasov la loro nuova piccola patria: il Kosakenland in Nord-Italien. Le popolazioni del Friuli orientale,
della Carnia, dell’Isontino, che li videro sempre più numerosi tra le truppe
ausiliarie dei tedeschi e che in vaste zone di qua dall’Isonzo dovettero subire
l’insediamento delle loro famiglie, li chiamarono, chissà perché,
“mongoli”. In realtà erano cosacchi del Don, del Kuban, del Terek,
del Caucaso settentrionale, e soldati caucasici e georgiani, che si erano
arresi ai tedeschi o ne erano stati comunque fatti prigionieri e che, insieme
con intere popolazioni deportate in Germania per il servizio del lavoro o
fuggite dai loro paesi, per tema di rappresaglie, al seguito delle armate
tedesche in ritirata, e agli ordini di ex emigrati zaristi, erano andati
incontro a un ben più tragico destino. Erano stati oltre tre milioni nelle
retrovie del fronte, nei campi di concentramento e di lavoro, in condizioni di
prigionieri e di deportati. Hitler aveva promesso la libertà e la possibilità
di conquistarsi un avvenire a coloro che avessero accettato di combattere con
le truppe tedesche, e duecentomila di essi, chi per attaccamento alle
tradizioni zariste e per odio anticomunista e chi semplicemente per sfuggire
alla vita dei campi, e alla probabile morte nei campi, avevano aderito,
costituendo appunto quell’ “esercito di liberazione” russo che i
tedeschi impiegarono nella repressione del movimento partigiano polacco e
dell’insur- (244) rezione di Varsavia e trascinando poi con sé attraverso la Germania
orientale, l’Ungheria, l’Austria, la Slovenia e la Croazia, fino nel Friuli.

La maggior parte di costoro era già caduta o era stata
dispersa nella lunga trasmigrazione e nelle battaglie che la avevano
accompagnata, sì che in Italia, nella terra promessa, ne erano giunti appena
poco più di ventimilia, molti con le loro donne e bambini, con i loro vecchi, i
cavalli, i carriaggi con le masserizie, perfino cammelli e dromedari. Armati
nelle maniere più inverosimili, con sciaboloni dei tempi dello zar, pugnali,
fucili da museo, uniformi di ogni genere, e con quello zingaresco seguito di
carriaggi con le famiglie e il bestiame, davano effettivamente l’idea d’una
trasmigrazione di popolazioni centro-asiatiche. Le loro ingenue speranze, gli
oscuri drammi degli ultimi mesi di quella loro odissea, le idee contrastanti
che esprimevano all’approssimarsi del disastro per i tedeschi e quindi anche
per essi, la tragica fine della maggior parte di codesti sradicati sotto i
colpi della guerra partigiana, sono narrati in forma romanzata da Bruna Sibille Sizia, giornalista
partigiana che li conobbe da vicino. Varie altre opere ne trattano non in
maniera letteraria ma storiografica le vicende politiche e militari. Il loro
capo, generale Vlasov, catturato dopo la fine della guerra, fu condannato a
morte come criminale di guerra e traditore e fu giustiziato a Mosca” (245)

Prendono parte alla repressione antipartigiana, alcuni
diventano partigiani. Le popolazioni sono costrette ad accoglierli, nelle case,
distruggono i pascoli con i loro cavalli… (245)

Trasporto di feriti partigiani

“Un’altra attività che impegnò costantemente le
formazioni del IX Korpus fu il trasporto dei feriti più gravi, che non potevano
essere curati negli ospedaletti partigiani della regione, nella zona libera del
Notranjsko, di là da Postumia, dove in un campo d’aviazione in località Babno
Polje venivano a prelevarli aerei alleati che li trasportavano in Puglia”
(258).

Due bande di partigiani ottobre 1944

“Il ottobre la Gortan e il Budicin si trasferiscono in
zona slovena, tra il monte Nevoso e il Nanos” (261)

Motto contro il re Pietro che si era fidanzato a Londra

kralj se ženio,
Tito se borio
” , quando il re faceva all’amore Tito combatteva (292)

Fine Aprile 1945 resistenza tedesca

“Frattanto, come da Trieste, anche da Fiume la
maggioranza delle forze tedesche si stava allontanando, ma qui per organizzare
un’accanita resistenza all’avanzata jugoslava sulla linea Clana-Gumanac-Monte
Nevoso” (325)

Trieste come Berlino e la Corea

“Nel suo piccolo, Trieste fu un significativo
precedente di quelle che, con l’acutizzarsi della guerra fredda, sarebbero
state Berlino e la Corea” (328)

15 settembre 1947

“Alla vigilia del 15 settembre dei neo-(344) fascisti
appiattati nel buio spararono raffiche di mitra contro un circolo popolare alla
periferia di Trieste, deliberatamente mirando sui giovani che danzavano sulla
pista all’aperto: una ragazza, Emilia Passerini, fu uccisa, e un’altra rimase
seriamente ferita. L’indomani, a Pola, Maria Pasquinelli, per
“punire” l’Inghilterra, ammazzava a rivoltellate il gen. Winton”.
(345)



José de Acosta, “Historia natural y moral de las Indias”

storia Posted on Dom, Maggio 21, 2017 23:22:06

José de Acosta, Historia natural y moral de las Indias,
in Obras escogidas, in Biblioteca de autores españoles, LXXIII,
Madrid 1954.

Limiti della scienza
naturale

“Siendo
así que en las causas naturales y físicas no se ha de pedir regla infalible y
matemática, sino que de ordinario y muy común eso es lo que hace regla…” L.
II, c. VIII, p. 46.

L’importanza dell’aria per
la salute

“Está
claro que de los elementos ninguno participamos más a menudo, ni más en lo
enterior del cuerpo, que el aire. Este rodea nuestros cuerpos, éste nos entra
en los mismos entrañas y cada momento visita el corazón, y así le imprime sus
probiedades. Si es aire corrupto, en tantico mata; si es saludable, repara las
fuerzas; finalmente, sólo el aire podemos decir que es toda la vida de los
hombres” p. 52.

Come gli indios cacciavano
la balena

El
estilo que tienen, según me refirieron personas expertas, los indios de la
Florida, donde hay gran cantidad de ballenas, es meterse en una canoa o
barquilla, que es como un antesa, y bogando llegase al costado de la ballena, y
con gran ligireza salta, y sube sobre su cerviz, y allí caballero, aguardando
tiempo, mete un palo agudo y recio, que trae consigo, por la una ventana de la
naríz de la ballena; llamo naríz a aquelle fístula por donde respiran las
ballenas; luego le golpea con otro palo muy bien, y le hace entrar bien profundo.
Brama la ballena, y da golpes en la mar, y levanta montes de agua, y hundese
dentro como furia, y torna a saltar, no sabiendo qué hacerse de rabia. Estáse
quedo el indio y muy caballero, y la enmienda que hace de mal hecho es hincarle
otro palo semejante en la otra ventana, y golpearle de modo que la tapa del
todo, y le quita la respiración; y con esto se vuelve a su canoa, va así dando
cuerda a la ballena. La cual, mientras está en mucha agua, da vueltas a una
parte y a otra, como loca de enojo, y al fin se va acercando a tierra, donde
con la enormedad de su cuerpo presto encalla, sin poder ir ni (73) volver. Aquí
acuden gran copia de indios al vencido para coger sus despojos. En efecto, la
acaban de matar, y la parten y hacen trozos, y de su carne harto perverse,
secándola y moliéndola hacen ciertos polvos que usan para su comida, y les dura
largo tiempo”. L. III, c. XV, pp. 73-74.

Considerazioni sulla coca

Es
pues, la coca tan preciada una hoja verde pequeña que nace en unos arbolillos
de obra de un estado de alto; críase en tierras calidisimas y muy humedas; da
este árbol cada cuatro meses esta hoja, que llamano allá tres mitas. Quiero
mucho cuidado en cultivarse (116) porque es muy delicada, y mucho más en
conservarse después de cogida. Métenla con mucho orden en unos cestos largos y
angostos, y cargan los carneros de la tierra, que van con esta mercadería a
manadas, con mil y dos mil y tres mil cestos. El ordinario es traerse de los
Andes, de valles de calor insufrible, donde lo más del año llueve; y no cuesta
poco trabajo a los indios, ni aun poca vidas su beneficio, por ir de la sierra
y temples fríos a cultivalla, y beneficialla y traella. Así hubo grandes
disputas y pareceres de letrados y sabios sobre si arrancarían todas las
chacaras de coca; en fin han permanecido. Los indios la precian sobremanera, y
en tiempo de los reyes Ingas no era lícito a los plebeyos usar la coca sin
licencia del Inga o su gobernador. El uso es traerla en la boca y mascarla
chupandola: no la tragan; dicen que les da gran esfuerzo y es singular regalo
para ellos. Muchos hombres graves lo tienen por supersitición, y cosa de pura
imaginación. Yo, por decir verdad, no me persuado que sea pura imaginación,
como es con un puño de coca caminar doblando jornadas, sin comer a veces otra
cosa, y otras semejante obras.

La
salsa con que la comen es bien conforme al manjar, porque ella yo la ha
probado, y sabe a zumaque, y los indios la polvorean con ceniza de huesas
quemado, y molidos, o con cal, según otros dicen. A ellos les sabe bien, y
dicen les hace provecho, y dan su dinero de buena gana por ella, y con ella
rescatan, como si fuese moneda, cuanto quieren. Todo podría ben pasar si no
fuese el beneficio y trato de ella con riesgo suyo y ocupación de tanta gente.
Los señores Ingas usaban la coca por cosa real y regolada, y en sus sacrificios
era la cosa que más ofrecían, quemándola en honor de sus ídolos”.
L. IV, c. XXII, pp. 116-117.



Sciascia, “Il giorno della civetta”, 1961

letteratura Posted on Dom, Maggio 14, 2017 16:14:46

De “Il giorno della civetta” molti hanno in mente la classificazione in cinque gradi dell’umanità: “Gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà”. Ma sono le parole di un mafioso.

Di recente, dopo la polemica sulle palme a piazza del Duomo a Milano, sono state rievocate le parole sulla “linea della palma”, che sale verso nord: “Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia”…

A me piace ricordare, a lettura ultimata, i pensieri che frullano nella testa del capitano Bellodi, proprio poco prima che don Mariano si lanci nella sua filosofica categorizzazione del genere umano:

“Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche, mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi… In ogni altro paese del mondo, una evasione fiscale come quella che sto constatando sarebbe duramente punita: qui don Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà molto ad imbrogliare le carte”.



Sciascia, “I paesi dell’Etna”

letteratura Posted on Mar, Febbraio 07, 2017 22:35:44


“Anche le lave dell’Etna sono, come quelle del Vesuvio, popolate di ginestre: ma a nessuno – da Pindaro a Spallanzani – hanno suggerito i sentimenti e i pensieri che Leopardi esprime nell’altissimo canto; e si può azzardare che non li avrebbe suggeriti allo stesso Leopardi. La ginestra erompe dalle lave dell’Etna come una promessa, non come un monito. Sta lì a disgregare primamente la durissima e compatta crosta della lava, preparandola alla disgregazione del piccone e della zappa, al lavoro tenace e paziente dell’uomo, alla coltivazione, alla «cultura». Non contenta dei «deserti», l’odorosa e lenta ginestra, ma del deserto nemica. Alleata dell’uomo, amica della fatica umana, della fecondità e della bellezza che l’uomo sa ricreare. Fragile come una canna, l’uomo, ma sempre più nobile di tutto ciò che lo uccide. E questo dicono le ginestre delle sciare, i giardini, le vigne, i ridenti paesi dell’Etna”.

Leonardo Sciascia, “I paesi dell’Etna”



E De Mauro si rivolta nella tomba

attualità Posted on Dom, Febbraio 05, 2017 19:47:58

La risposta del ministro senza laurea e senza diploma al drammatico appello dei Seicento è questa:

“Partendo dalle idee e dalla lezione di De Mauro, chiederemo alle scuole di cercare di capire cosa la scuola possa fare per migliorare l’inclusione sociale delle ragazze e dei ragazzi, per ridurre le disuguaglianze. O ancora come tradurre in azioni didattiche concrete l’esigenza di accrescere la padronanza linguistica di studentesse e studenti”.

Che cosa aspettarsi da una che scrive così male? Solo il peggio.

“Chiederemo alle scuole di cercare di capire cosa la scuola…”

“come tradurre in azioni didattiche concrete l’esigenza di accrescere la padronanza…”

Mi viene il vomito. De Mauro, buon anima, nel frattempo si rivolta nella tomba.



Distruggere la scuola

attualità Posted on Dom, Febbraio 05, 2017 12:47:26

Questa intervista, pur nella sua brevità ed estemporaneità, è davvero rivelativa.

Innanzitutto, il presidente dell’INDIRE, in meno di due minuti, utilizza due volte il termine “scardinare” e una volta il termine “aggredire” in riferimento al ‘sistema’ tradizionale. Quindi, la sua missione è esclusivamente ‘negativa’, ‘distruttiva’. Non a caso chiama ‘avanguardie’ queste ‘idee’ pseudopedagogiche che dovrebbero annientare (diciamo la parola vera) la scuola, così come esiste da tremila anni.

In secondo luogo, associa la scuola tradizionale al taylorismo. Parla di modello ‘trasmissivo’ in associazione al taylorismo. Quanto questo abbinamento sia insensato è evidente a chiunque conosca un minimo di storia. La tradizione, ovvero la ‘trasmissione’ della cultura, è sempre stato il compito primario di ogni sistema educativo, da quelli primitivi a quelli più recenti. Il taylorismo è un modello di management finalizzato alla riduzione dei tempi di produzione. La scuola moderna ha forse adottato alcuni elementi del taylorismo, ma associare il compito primario della scuola al taylorismo è un nonsense, utile solo a creare un’atmosfera di pseudoinnovazione, che dovrebbe seguire i nuovi modelli di produzione flessibili e robotizzati dell’industria moderna, e non più quelli vetusti di inizio Novecento. Insomma, nuovismo senza contenuti.

In terzo luogo, si tradisce ben tre volte, con ben tre lapsus. Parla di ‘libri’ digitali, ma poi si ricorda che nella neolingua della neopedagogia, anche il libro deve essere ‘scardinato’, ‘aggredito’, quindi non si parli più di libri, nemmeno in formato digitale, ma solo di contenuti che svolazzano di qua e di là nel web senza alcun ordine o senso. Poi, utilizza il termine ‘lezione’, orrore! E si corregge immediatamente, perché non si deve fare più ‘lezione’, ma si devono ‘costruire le competenze’ dei ragazzi (non ‘studenti’, non ‘discenti’, non ‘allievi’, non ‘alunni’, ma… ragazzi) ‘con strumenti multimediali interattivi’ con ‘ambienti di simulazione’ con… (non lo sa neanche lui con che cosa). Infine, utilizza il termine ‘banchi’, orrore, orrore, orrore… e si corregge immediatamente ‘non più banchi’, perché i ragazzi non devono stare più di fronte alla cattedra.

Non è la liquidazione di un modello tradizionale obsoleto, è la liquidazione della scuola in sé, della trasmissione del sapere tra le generazioni, è un attacco frontale al concetto stesso di civiltà, portato avanti con non chalance, con leggerezza, per consegnare le menti delle nuove generazioni alla completa manipolazione. In nome di chi? Per conto di chi agisce questo signore? Perché deve dirci lui come dobbiamo insegnare? Chi gli ha dato il mandato di “scardinare”, “aggredire”? Chi lo ha eletto?



Leonardo Sciascia, “L’utopia di Casanova” e “Casanova o la dissipazione”

letteratura Posted on Sab, Gennaio 21, 2017 17:46:45

Anche su Casanova Sciascia scrive tra le cose più interessanti e precise che si possano leggere. In due brevi note della fine degli anni ’70, intitolate L’utopia di Casanova e Casanova o la dissipazione, ricomprese nella raccolta Cruciverba.

Nella prima, che apparve originariamente in Belfagor nel 1979, l’utopia è l’incesto, il massimo grado di liberazione dal vincolo morale, raggiunto per via razionale. Per Sciascia è fine o scopo di tutta la narrazione della Storia della mia vita. Non solo, ma è come se lasciasse intendere che la centralità dell’incesto rivela quel ‘mistero’ della massoneria che lo scrittore veneziano nelle sue memorie dice ‘indicibile’ e incompreso da molti degli stessi affiliati: l’affrancamento totale da ogni vincolo morale, il superamento completo della legge, e dunque l’avvento del regno dello spirito.

‎”Coloro che entrano nella massoneria solo per carpirne il segreto, possono ritrovarsi delusi. Può infatti accader loro di vivere per cinquant’anni come maestri massoni senza riuscire a ottenere quello che si prefiggono. Il mistero della massoneria, di fatto, è per sua natura inviolabile. Il massone lo conosce solo per intuizione, non per averlo appreso, in quanto lo scopre a forza di frequentare la loggia, di osservare, di ragionare e dedurre. Quando lo ha appreso, si guarda bene dal far parte della sua scoperta a chicchessia, fosse pure il suo migliore amico massone, perché se costui non è stato capace di penetrare da solo il segreto non sarà nemmeno capace di profittarne se lo apprenderà da altri. Il segreto rimarrà dunque tale” (Storia della mia vita, I, 746-747).

Sciascia alla fine della nota afferma: “E non bisogna dimenticare che la consumazione dell’incesto, nel 1770 – dopo ventisette anni di preparazione – avviene sotto segni di massonica fraternità: il marchese di C., marito di Leonilda, e Casanova si sono al primo incontro riconosciuti ed amati come fratelli in massoneria: tra coloro, dice Casanova, che potevano ‘vantarsi di aver visto la luce’. Ed è appunto questa ‘luce’ che sembra conferire all’incesto quel carattere di utopia liberatrice che sotto gli orpelli dottrinari si nasconde nell’Icosameron” (il romanzo fantascientifico pubblicato dal veneziano nel 1788).

Nella seconda, che è un’introduzione all’omonima opera di Robert Abirached, si mette a fuoco la figura dello scrittore veneziano, sottraendola a cattive interpretazioni, come quella del drammaturgo libanese.

Inoltre si chiarisce il rapporto tra Casanova e Stendhal. Casanova è “stendhaliano”, ovviamente non perché Stendhal sia il vero Casanova, come supposto da alcuni critici ottocenteschi, ma perché Stendhal lesse Casanova. Stendhal avrebbe voluto vivere cinquant’anni prima ed essere Casanova, quel Casanova correttamente contrapposto a Don Giovanni da Apollinaire :

Je suis Casanova

L’amant joyeux et tendre

Je dis à l’Amour: «va»,

Il va sans plus attendre

Cueillir le coeur des belles.

J’en ai des ribambelles…

De l’Amour triste et nu

J’ai fait un joyeux drille.

Je n’attaque pas la vertu

Je ne trouble pas la famille

J’aime légèrement.

Si je suis parfois infidèle

Ce n’est que rarement

Que je fais pleurer une belle.

Don Juan

Était tragique et triste

Ainsi qu’un chat-huant.

Longue est la liste

De celles qui moururent pour lui.

Mais moi je ne fais pas de victimes

Je suis le plaisir et non l’ennui

Je commets des péchés, non des crimes.

Je suis gai, tendre et charmant

Je suis le meilleur des amants

Car j’aime légèrement.

Alcuni giudizi contenuti in questa introduzione sono tra i più perspicaci sulla figura del veneziano e non solo:

“Assimilando cattolicamente la moralistica interpretazione di Abirached, Fellini ha fatto di Casanova un triste manovale dell’accoppiamento, un vuoto automa di gesta erotiche”.

“… riteniamo Casanova scrittore, descrittore, di una sessualità che raramente arriva all’erotismo né d’altra parte scade nella pornografia. Altra cosa è lo scrittore erotico. Altra cosa il pornografo. Troppo sano e grossolano per essere scrittore erotico. Troppo ‘formale’ per essere scrittore pornografico”.

Chiosando i versi di Apollinaire: “E non altro, crediamo, sia stato realmente Casanova: nella vita prima pienamente vissuta, poi pienamente scritta”.



Leonardo Sciascia, “Nero su nero”,

letteratura Posted on Ven, Gennaio 20, 2017 16:06:20

Dopo una riflessione sul conformismo dei giornali e su come occorra andare a cercare dei giudizi originali altrove (nei piccoli giornali, dice lui), oggi direbbe nei blog in rete, una sfolgorante intuizione sul Vangelo di Giovanni, confermata dall’esegesi e dall’archeologia più recenti: “Non so molto di esegesi e critica evangelica, ma nel Vangelo di Giovanni sento la verità della cosa vista, della cosa sentita […] e in conclusione: alla domanda di Pilato – ‘Che cosa è la verità?’ – si sarebbe tentati di rispondere che è la letteratura”. E poco oltre, ritornando sul caso Moro, “la letteratura […] è la più assoluta forma che la verità possa assumere”. E ancora, la letteratura: “sistema di ‘oggetti eterni’ […] che variamente, alternativamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, tornano a splendere e ad eclissarsi – e così via – alla luce della verità”. Ecco, questo passare dalla cronaca al mistero, dalla fisica alla metafisica, sempre razionalmente, è la ragione fondamentale per cui occorre leggere questo straordinario diario di un decennio terribile (1969-1979).

“Il più bello esemplare di fascista in cui ci si possa oggi imbattere (e ne raccomandiamo agli esperti la più accurata descrizione e catalogazione) è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dar del fascista a chi fascista non è”.

“i libri di scuola allora non si buttavano via: giustamente, come è invece giusto buttarli via oggi”.

“Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è anche leggerezza, che sa essere ‘leggera’, può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità”.

“Sono uno degli ottomila italiani […] che denunciano quel reddito che dovrebbe essere denunciato da almeno trecentomila: e tanto per dire, tanto per inimicarmi una categoria, da quasi tutti i medici che esercitano nel territorio della Repubblica. E vivo, di fronte alle tasse, non nel sogno di occultare qualche entrata, ma nell’incubo di dimenticare a denunciarne qualcuna”.

“Nelle nostre librerie è ormai impossibile trovare un libro che non sia di giornata, come le uova”.

“In questo nostro paese quant’è difficile incontrare le persone che veramente si stimano e si ammirano; e quanto facile, fino all’esasperazione, incontrare invece quelle che profondamente disistimiamo. ‘Un enorme mostro di noia’: è una delle ultime battute di Flaiano sull’Italia”.

“Io ho votato comunista perché soltanto il comunismo potrà rompere le reni a questi operai”

“Quando c’è in giro tanta pietà per gli animali, pochissima ne resta per l’uomo”.

“Dei cretini intelligentissimi. Sembra impossibile: ma ce ne sono”.

“A cena con un fisico. Sto in silenzio ad ascoltare i suoi discorsi sulla scienza. Turbato in principio, poi annientato. Uscendo mi ritrovo a ripetere la frase di Matteotti appena sceso dal treno che lo riportava dalla Russia (o ricordo male?): “Orrore, amici miei, orrore”.

“Il trecentonovantunesimo numero di ‘Charlie Hebdo’ ha in copertina un Paolo VI che con una grinta alla Edward G. Robinson e impugnando una pistola per mano dice: ‘Finiamola di pregare!”

“Su ‘L’Espresso’ del 25 giugno, questa dichiarazione dell’onorevole Francesco Mazzola, democristiano, sottosegretario al ministero della Difesa: ‘La gente s’aspetta da noi soprattutto una persona onesta. L’unico per cui mi sentirei di mettere la mano sul fuoco, per sette anni, è Zaccagnini’. Sta parlando, si capisce, dell’uomo da mandare al Quirinale. Sembra di sognare. La DC è il più grande partito politico italiano, tra deputati e senatori dovrebbe poter contare su circa mezzo migliaio di persone oneste: oneste per definizione, se il partito le ha proposte all’elettorato e se l’elettorato le ha riconosciute come tali e sufficientemente suffragate per il Parlamento. Senza dire degli onesti in riserva, che dovrebbero essere almeno dieci volte tanto: e cioè quelli che sono stati presentati e non sono stati eletti. Ma fermandoci agli eletti: si può anche ammettere un margine d’errore, e per il partito e per l’elettorato, e considerare anche che qualcuno possa essersi guastato dopo, ad elezione avvenuta. Vogliamo far buono (e cioè cattivo) un dieci per cento? Sarebbe un po’ troppo per qualsiasi partito, per qualsiasi parlamento. Ma all’onorevole Mazzola non basta. Ne salva uno solo. E sembra di capire che ce ne sono altri di cui si fiderebbe: ma non per sette anni. Per un anno, due, tre: va bene. Ma per sette anni! Continuare ad essere onesti per sette anni, stando alla presidenza della Repubblica, attinge all’eccezionale, al sovrumano, alla santità. A conoscenza dell’onorevole Mazzola c’è solo un esemplare nella Democrazia Cristiana, che rappresenta la specie estinta delle persone oneste, delle persone di provata e durevole onestà: ed è Zaccagnini. E onestamente: è troppo poco.”

“La lettura dei giornali mi dà neri pensieri. Neri pensieri sui giornali appunto, sul giornalismo. I giornali mi si parano davanti come un sipario. Più esattamente come un velario, poiché qualcosa di quel che si muove dietro, degli oggetti che ci stanno, della scena che si prepara, la lasciano intravedere. Solo che ci vuole un occhio abituato, un occhio allenato. Non acuto, ché non basta. Esperiente. Di un’esperienza che non tutti hanno. C’è poi, impressionante, l’uniformità. Qualche differenza nel riferire i fatti si può cogliere. Ma raramente nel giudizio sui fatti. Parlo, naturalmente, dei giornali più diffusi. Tra i piccoli e meno diffusi, la valutazione dei fatti muta da giornale a giornale. Dovremmo abituarci a leggere i piccoli e meno diffusi e a trascurare quelli dalle alte tirature?”

“Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra: ma mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Tra non molto, forse, saremo costretti a celebrarne l’Epifania”.

“Mi piace fermare, per me e di me, un pensiero che mi è venuto leggendo nei Feuillets una citazione di Balzac che a sua volta cita Buffon: ‘Si, comme l’a dit Buffon, l’amour est dans le toucher…’ ‘L’amore è nel tatto’. Una di quelle verità così lampanti che difficilmente, se non al genio, si rivelano. (E il genio, secondo Buffon, è una ‘grande attitudine alla pazienza’: la pazienza, per esempio, di aspettare una rivelazione come questa.) Ed il pensiero che mi è venuto è questo, dilettevole di filologia alla Borges: Buffon annota questa rivelazione, Balzac la convalida un secolo dopo, Gide un secolo dopo Balzac; io la riscopro vera sessantasei anni dopo che Gide l’ha annotata nei Feuillets. Gide aveva allora quarantatre anni. Io ne ho cinquantasei nel momento in cui la ricevo da lui. Quanti anni aveva Buffon quando l’ha pensata e quanti Balzac quando, ne Le Paysans, l’ha citata? E in conclusione: è una verità, questa, che – anche se è vera da prima – può rivelarsi ad un uomo che non abbia superato quello che Gongora chiama il ‘climatérico lustro de la vida’?”.



Leonardo Sciascia, “L’affaire Moro”, 1978

letteratura Posted on Mar, Gennaio 10, 2017 15:06:47

L’affaire Moro è un documento di intelligenza e umanità. Stare accanto a Sciascia significa sempre avere il piacere di dilatare la propria mente, quasi senza fatica, tanto asciutta e chiara e diretta e gradevole è la sua prosa. Si può essere in disaccordo (e spesso lo si è). Ma ad ogni sua ipotesi e conclusione è giunto per via di ragionamento e di esperienza, mai per partito preso. E quindi, leggere Sciascia, è davvero mettersi in dialogo con lui. L’ironia, la sagacia, la brillantezza illuminano così anche in questo pamphlet e nella Relazione di minoranza della Commissione parlamentare presentata dal deputato Leonardo Sciascia una delle pagine più oscure della storia italiana.

“Moro non era stato, fino al 16 marzo, un ‘grande statista’. Era stato e continuò ad esserlo anche nella ‘prigione del popolo’, un grande politicante: vigile, accorto, calcolatore; apparentemente duttile, ma effettualmente irremovibile; paziente, ma della pazienza che si accompagna alla tenacia; e con una visione delle forze, e cioè delle debolezze, che muovono la vita italiana, tra le più vaste e sicure che uomo politico abbia avuto”.

“E’ come se un moribondo si alzasse dal letto, balzasse ad attaccarsi al lampadario come Tarzan alle liane, si lanciasse alla finestra saltando, sano e guizzante, sulla strada. Lo Stato italiano è resuscitato. Lo Stato italiano è vivo, forte, sicuro e duro. Da un secolo, da più che un secolo, convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletana, col banditismo sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e l’incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli di impunite malversazioni e frodi. Da dieci tranquillamente accetta quella che De Gaulle chiamò – al momento di farla finire – ‘la ricreazione’: scuole occupate e devastate, violenza dei giovani tra loro e verso gli insegnanti. Ma ora, di fronte a Moro prigioniero delle Brigate rosse, lo Stato italiano si leva forte e solenne. Chi osa dubitare della sua forza, della sua solennità? Nessuno deve aver dubbio: e tanto meno Moro, nella ‘prigione del popolo’. ‘Lo Stato italiano forte coi deboli e debole coi forti’, aveva detto Nenni. Chi sono i deboli, oggi? Moro, la moglie e i figli di Moro, coloro che pensano lo Stato avrebbe dovuto e dovrebbe essere forte coi forti. Dell’improvviso levarsi dello Stato ‘come torre ferma che non crolla’ Moro è sorpreso. Come è venuto fuori, da quella larva, questo mostro corazzato e armato?”.



Leonardo Sciascia, “Candido. Ovvero un sogno fatto in Sicilia”, 1977

letteratura Posted on Dom, Gennaio 08, 2017 19:34:36

Poiché Candido vive come si dovrebbe vivere, ecco che passa di volta in volta agli occhi dei più per stolido, ingenuo, fatuo, eretico, imbecille, folle. Ma lui, fuori da ogni chiesa, congrega e conventicola, ha vissuto la sua vita in serenità, senza rinunciare alle sue lotte e ai suoi principi, senza scendere a compromessi, in compagnia di un animo non contorto, di un amore fedele, dissolvendo con la parola e con l’esempio di vita ogni stereotipo conformista, ogni movenza da gregge. Autobiografico e profondo, ma limpido e lieve, un romanzo e una vita che hanno cercato di librarsi leggeri ma ricchi su di un tempo povero, ma greve, “assai greve”.

“Come una pagina bianca, il nome Candido: sulla quale, cancellato il fascismo, bisognava imprendere a scrivere vita nuova. L’esistenza di un libro intitolato a quel nome, di un personaggio che vagava nelle guerre tra àvari e bulgari, tra gesuiti e regno di Spagna, era perfettamente ignota all’avvocato Francesco Maria Munafò; nonché l’esistenza di Francesco Maria Arouet, che di quel personaggio era stato creatore. Ed anche alla signora, che qualche libro lo leggeva; a differenza del marito che non uno ne aveva mai letto se non per ragioni di scuola e professione. Come poi entrambi avessero attraversato ginnasio, liceo e università senza mai sentire parlare di Voltaire e di Candido, non è da stupirsene: capita ancora”.

“Non conoscevo che chiese barocche, barocche in tutto: tu entri per sentire la messa, per pregare, per confessarti; e sei entrato invece nel ventre della ricchezza… Ma la ricchezza è morta ma bella, bella ma morta: l’ha detto qualcuno, forse non precisamente in questi termini. E credo che gli uomini che sanno qualcosa di sé, che vivono e si vedono vivere, si dividano in due grandi categorie: quelli che sanno che la ricchezza è morta ma bella e quelli che sanno che è bella, ma morta”.

“Ma tutti quei dogmi, quei simulacri, quei simboli che tu credi di aver abbattuto, vanno a raccogliersi e nascondersi nel corpo della donna, nell’idea dell’amore o semplicemente nel fare all’amore”.

“Ma vedi: Stalin stava al marxismo così come Arnobio stava al cristianesimo. In entrambi era un grande e totale disprezzo per l’uomo, per l’umanità; un gigantesco pessimismo. Arnobio credeva si potesse avere salvezza soltanto dalla Grazia, la forza dell’uomo essendo naturalmente insufficiente al raggiungimento del bene. E anche Stalin: solo che la Grazia di Stalin era la polizia: una Grazia che si manifestava diciamo per esclusione, mentre quella di Arnobio per inclusione… Una Grazia, quella di Stalin, che graziava coloro che non toccava… E sto pensando ad Arnobio, è il caso di dire, non gratuitamente… Sai chi l’ha scritta la cosa più viva, direi anche la più commovente, sui suoi sette libri dell’Adversus nationes? Concetto Marchesi, il più strenuo stalinista, o almeno il più scoperto che il nostro partito abbia tollerato dopo il rapporto Krusciov”.



Domenico Starnone, “Ex cattedra”, 1987

letteratura Posted on Ven, Gennaio 06, 2017 22:01:48

Un libro pessimo. Vorrebbe far ridere e invece desta solo rabbia e amarezza. Insegnanti sedicenti di sinistra vivacchiano nella scuola pubblica, anziché difenderla strenuamente, anziché opporsi alla deriva, ci sguazzano dentro e ci fanno libri. Tanto la colpa è del sistema, del riflusso. Starnone e quelli come lui pensavano di cambiare il mondo per aver letto due libri: sono finiti a fare i soldini con i librettini e i filmetti.

La cosiddetta scuola ‘classista’, che lui continua a denigrare, era cento volte meglio di quella qui descritta. Ma anche con Don Milani, Starnone e compagni non hanno nulla a che spartire.

Ci sono tutti i tic della pseudosinistra, ma rappresentati non con distacco e vera ironia, ma con affetto e indulgenza: i collettivi inconcludenti, i sindacati inconcludenti, la pseudo superiorità etica, il pauperismo… a loro della ‘sinistra patetica’ (esatta l’autodefinizione) addirittura ‘ripugna’ il tema dell’aumento dello stipendio. Quando, invece, il cuore è quello: se gli insegnanti fossero stati pagati, o fossero stati in grado di farsi pagare meglio, intelligenze più limpide, professionisti più seri avrebbero aspirato alla professione e lo spazio per questi sinistri patetici si sarebbe ridimensionato.

Tutto è ridotto a macchietta, persino i colleghi già defunti. Non si esce per un solo attimo dal macchiettismo. Ogni slancio è frustrato, gli studenti sono tutti un po’ scemi, anche quelli più bravi. E’ tutto un tic la scuola del riflusso. E lui, Starnone, che faceva? Niente, all’uscita da scuola si chiudeva nella sua stanzetta a ridacchiare e a scrivere questo libretto di successo, da cui è stato poi ricavato anche un film di successo, altrettanto penoso. Da qui una serie di altri libretti di successo e fiction di successo, dove la scuola è rappresentata sempre come un luogo a metà tra la clinica psichiatrica e il bordello, gli insegnanti, nel migliore dei casi, sono degli assistenti sociali o parapsicologi che risolvono i problemi degli adolescenti, nel resto sono dei frustrati con vari tic da ingigantire, per la risata collettiva.

Il danno che ha fatto questa gente all’Italia è incalcolabile.

Cito solo un passo dignitoso, che ha una sua profondità. Il resto è noia.

“A ogni stagione l’immutabile giovinezza dei nostri allievi rende sempre più intollerabile questo lavoro: non ce ne importa niente delle passioni dei giovani, sempre tra i piedi, eccoli qui per tutta la durata della nostra vita – diciamo – giovani per sempre: spariscono, sono sostituiti da altri giovani, non li vediamo mai invecchiare. Mentre noi infrolliamo nella carne e incupiamo la voce e tra noi e loro lentamente cresce una parete di vetro e le voci non si sentono più: solo le labbra si muovono – succede così”



Alberto Savinio, Partita rimandata. Diario calabrese, 1996 (1948)

letteratura Posted on Mar, Gennaio 03, 2017 15:23:16

Di digressione in digressione, di tangente in tangente, Savinio ci conduce lungo una galleria di pittura metafisica, dove le persone diventano cose e animali, le cose si animano, gli spazi si aprono silenziosi e geometrici, oppure silenziosi e perduti. Il mito si rinnova o si rinnega, un fiume di secoli lo sedimenta o lo distrugge. L’immagine si sostanzia in parola e in pensiero. Parola così forbita, mai snob.

“Ed è appunto ora, spariti i modelli del bello e del brutto, e in procinto di sparire quelli del bene e del male, che comincia la vera condizione ‘cristiana’”.

“I libri di Giulio Verne ho cominciato a leggerli intorno agli otto anni. Altri libri ho letto nel frattempo, tra cui l’Etica Nicomachea, il De Monarchia, la Critica della ragion pura; e ora, superato il mezzo secolo di vita, questi libri non li leggo più, quelli invece continuo a leggerli con dilettazione sempre maggiore e chissà che…”

“Ciascuno ha l’Hemingway che più gli talenta. E’ dalla bocca dello Stromboli, portati da un tapis-roulant di lava, che il professore Lidenbrock e i suoi compagni di viaggio – entrati nel cratere dello Sneffels, in Islanda, e traversato il viscere della terra, nel quale sotto cieli densi di vapori si stendono oceani interni in riva ai quali pastori di là da ogni storicità stanno a guardia di armenti di megateri – riescono alla superficie del globo, si trovano tra gli ulivi, i vigneti e i fichidindia, incontrano un fanciullo lacero e sofferente, che alla vista di quegli esseri irsuti e combusti che gli pongono domande moltilingui, risponde: ‘Stromboli’, e fugge impaurito”.

“Siamo per arrivare a Cosenza. Nella cattedrale di Cosenza, Tommaso Campanella passò una notte intera a colloquio col cadavere di Bernardino Telesio. Questo colloquio notturno, nella tenebrosa vastità della chiesa, tra un filosofo vivo e un filosofo morto, è uno degli episodi più drammatici e assieme più commoventi che io mi conosca. Quanto amore, quanta venerazione di discepolo! Quando Campanella seppe che il suo maestro era morto, lui, che in vita non era mai riuscito a vederlo, corse a Cosenza per vederlo almeno morto, entrò nella cattedrale ove la salma era stata portata e deposta sul catafalco, eluse la vigilanza dei guardiani, passò la notte presso la bara. Ma da dove partì Campanella per arrivare a Cosenza? Da Stilo, sua città natale, no. Troppo lontana. E allora?”



Leonardo Sciascia, “I pugnalatori”, 1976

letteratura Posted on Mar, Gennaio 03, 2017 14:44:04

L’oscura vicenda ricostruita ne “I pugnalatori”, consente a Sciascia di far vedere in controluce tanti mali dell’Italia dei suoi tempi: la radicale incomprensione tra Sud e Nord del Paese, la strategia della tensione, le stragi impunite, l’opacità del potere, i giornalisti come mestatori.

(Parlando del principe di Sant’Elia) “La peculiare disposizione della sua classe – in lui magari più pronta e affinata – a mutar tutto e anche se stessa, per non mutar nulla, e tanto meno se stessa: e rimandiamo a I Viceré di Federico De Roberto e a Il gattopardo di Giuseppe Tomasi”.

“Complottavano; e con tutta probabilità, a livello della plebe cittadina, della camorra rionale e della mafia rurale, contavano dalla loro parte quegli elementi stessi che il partito borbonico contava dalla sua: il che può sempre accadere ai ‘partiti esagerati’ in Sicilia e ovunque sia in corso una sicilianizzazione, e cioè una disgregazione sociale secondo l’antico e stabile modello siciliano”

“un ‘sommesso sussurro’, dice Giacosa: ed evitò di raccoglierlo fin oltre il processo ai dodici, non sapendo che a Palermo qualcosa di vero soltanto si può apprendere per ‘sommessi sussurri'”.



Stefan Zweig, “Casanova”, 1928

letteratura Posted on Mer, Dicembre 28, 2016 17:58:22

Scrivere una vita
romanzata di Casanova sarebbe stato un puro nonsense. Zweig realizza,
dunque, con la “materia” Casanova un’opera diversa. E meritoria. Egli ha il
coraggio e l’acume di accostare l’avventuriero veneziano a Stendhal e Tolstoj
in una ideale trinità di invincibili della scrittura, tentando, in nove brevi
capitoli, un’analisi della multiforme personalità del veneziano.

Lo scrittore viennese mette a fuoco
progressivamente il genio casanoviano, ma non fino in fondo. Alcune pagine sono
più fluide e appassionate, come quelle in cui analizza il rapporto con la
donna, contrapponendo, correttamente, Casanova a Don Giovanni; oppure quelle in
cui esalta le qualità letterarie del vecchio cavaliere di Seingalt. Altre sono
più impacciate, gravate da qualche riserva. In alcuni capitoli è come se la
cultura filosofico-letteraria del mitteleuropeo, anziché aiutare a comprendere
meglio il caso “Casanova”, proiettasse un’ombra un po’ snobistica e impedisse
all’autore di riconoscere al grande veneziano un profilo intellettuale
compiuto. C’è poi, qua e là, come un’invidia latente (pronta ad esplodere in
qualche rimbrotto) per l’uomo completo che ha saputo godere non di
una sola, ma di cento vite, e al tempo stesso è riuscito a consegnarsi all’immortalità
letteraria. Forse, un residuo di spiritualismo tardoromantico impedisce a
Zweig di comprendere fino in fondo il secolo stesso di Casanova.

Inoltre, alcuni aspetti che avrebbero aiutato l’indagine psicologica restano proprio non toccati, come ad esempio il
rapporto di Casanova con la malattia, con il cibo. Lo stesso tema del denaro è
non ben approfondito, rispetto al materiale che la Storia della mia vita offre. In ogni caso, il ‘saggio’ su Casanova, riproposto singolarmente in
questa edizione Castelvecchi, Roma 2015, merita di essere letto e conosciuto: è
un Casanova ricco e non stereotipato quello che Zweig offre al lettore, in una sorta
di brillante e colta introduzione alle Memorie.

“Casanova non vuole avere né conservare nulla, nulla vuole contare e nulla
possedere, poiché ciò che richiede la sua scatenata passione non è di vivere
una vita sola ma cento in un’unica esistenza”.

“Colui che non è mai stato né mai ha voluto essere qualcosa, diventa uno dei
poeti dell’esistenza più impareggiabili”.

“Poiché vedere le donne felici, beatamente sorprese, affascinate, ridenti e
rapite è per Casanova il piacere in cui culminano tutti i piaceri”.

“L’ho appena detto: onestà, parola che riempie di stupore a sentirla usare per
Casanova. Ma non serve: proprio nel gioco d’amore bisogna riconoscere a questo
baro incorreggibile, a questo lestofante consumato, una specie di probità”.

“Ognuno è libero di definire questa specie d’erotismo amore inferiore, puramente sessuale, epidermico, animalesco e
senz’anima, ma non si tenti di negarne la probità”.

“Non provoca disastri né disperazioni, ha reso molte donne felici e nessuna
isterica, tutte tornano, per nulla danneggiate dall’avventura puramente
sensuale, alla loro vita quotidiana, ai loro uomini o altri amanti. Ma nessuna
si suicida o si dispera, il loro equilibrio interno non appare turbato, anzi,
nemmeno toccato poiché l’inequivocabile e, nella sua univocità, sana passione
di Casanova non è arrivata alla profondità del loro destino. Casanova passa su
tutte come un vento tropicale, che le fa fiorire a più calda sensualità. Le
infiamma senza bruciarle, le conquista senza distruggerle, le seduce senza
traviarle”.

“accanto a lui, di sangue più nobile e indole più scura e molto più demoniaco
come apparizione, sta il suo rivale spagnolo Don Giovanni”.

“E in effetti le donne, una volta vinte da quella fredda tecnica, pensano a Don
Giovanni come al demonio in persona, odiano con tutta la foga del loro amore di
ieri il loro più grande nemico che già all’indomani rovescia sulla loro
passione la gelida doccia della sua risata beffarda […] Le donne che si sono
date a Casanova, invece, lo ringraziano come fosse un dio e ne ricordano
volentieri l’amplesso ardente poiché non solo lui non ha tolto loro nulla in
quanto a sentimenti e non le ha offese nella loro femminilità, ma anzi le ha
arricchite di una nuova consapevolezza. Proprio quello che il satanista
spagnolo Don Giovanni le costringe a disprezzare come umiliazione suprema,
ardore bestiale, momento del diavolo, debolezza femminile e cioè l’ardente
corpo nel corpo, l’infiammato abbandonarsi, è per l’appunto ciò che Casanova,
il delicato ‘magister artium eroticarum’, insegna loro come il vero senso, come
il più beato dovere della loro natura di donna”.

“Se in principio si sorride un po’ freddamente alle spiritosaggini e alle
spacconate di questo filou travestito da filosofo, al sesto, al decimo, al
dodicesimo volume si è già disposti a ritenerlo il più savio degli uomini e la
sua filosofia della superficialità la più intelligente e affascinante di tutte
le dottrine”.

“Che ricchezza! Soldati e principi, papi e re, furfanti e bari, commercianti e
notai, evirati ruffiani cantanti, vergini e prostitute, scrittori e filosofi,
savi e pazzi, il più divertente e ricco serraglio umano che una persona sola
abbia mai messo insieme entro il chiuso recinto di un libro”.

“Qui, come sempre, la disinvoltura fa il perfetto narratore. Lo scrittore più
consumato e noi tutti che ci affatichiamo intorno al suo ritratto non saremmo
capaci di rifare plasticamente Casanova come fa lui stesso con la sua assoluta
e spensierata noncuranza: come si arriva a conoscere un carattere addirittura
fin nella fisiologia grazie a quest’impareggiabile schiettezza!”.



Leonardo Sciascia, “La scomparsa di Majorana”

letteratura Posted on Lun, Dicembre 26, 2016 02:41:41

Le indagini di Sciascia hanno una caratteristica ricorrente: esordiscono con fiducia illuministica, proseguono con asciuttezza e rapidità, assemblando con destrezza le tessere che devono comporre il disegno. Ma l’ultimo tassello quasi sempre è mancante e in quel piccolo vuoto si spalanca un abisso che si affaccia sull’incompreso, sul mistero, sull’indicibile. L’ultima parola, la prosecuzione più sensata del discorso è affidata al margine bianco della pagina, al silenzio. Non c’è mai una perentorietà assertiva nelle sue conclusioni, ma sempre un rimando: ad un inevitabile supplemento di indagini, ad una sosta di riflessione, ad un nuovo interrogarsi. In questo senso, il finale de La scomparsa di Majorana è emblematico: un convento, un monaco votato al silenzio, un dialogo elusivo, un restare sospesi…

“Come tutti i siciliani ‘buoni’, come tutti i siciliani migliori, Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della ‘cosca’)”.

“Perché la sua scomparsa noi la vediamo come una minuziosamente calcolata e arrischiata architettura; qualcosa di simile alla beffa architettata da Filippo Brunelleschi a danno del Grasso Legnaiuolo”.

“Nato in questa Sicilia che per più di due millenni non aveva dato uno scienziato, in cui
l’assenza, se non il rifiuto della scienza era diventata forma di vita”.



Leonardo Sciascia, “Todo modo”, 1974

letteratura Posted on Ven, Dicembre 23, 2016 01:45:51

Il laico Sciascia, l’illuminista Sciascia, ossessionato dalla teologia. A ragione. Teologia, scienza di Dio, ovvero del potere. E “Todo modo” è un romanzo sul fondamento del potere. La conclusione è che non si deve eliminare il corrotto, né il corruttore, ma chi giustifica e sorregge con la sua corrotta teologia il sistema dell’opacità. Le cose sarebbero molto più semplici, in verità, se si avesse il coraggio di chiamare con un nome chiaro ciò che appare sotto gli occhi di tutti. Il labirinto è dipinto in tutti i suoi meandri. E il pittore-narratore mostra con l’ultimo colpo la via d’uscita.


“C’era un eremo: una casa diroccata, una chiesetta mal tenuta; e don Gaetano, tre anni fa, ha tirato su quest’albergo… La Repubblica tutela il paesaggio, lo so; ma poiché don Gaetano tutela la Repubblica… Insomma la solita storia”.

Sciascia aveva in mente l’obbrobrioso Emmaus di Zafferana Etnea, che nel romanzo chiama “Eremo di Zafer”.

“Mi avvicinai cautamente. Nella radura, al sole, c’erano delle donne in bikini. Erano certamente quelle dell’albergo, di cui mi aveva detto il giovane prete. Cinque, infatti. Mi avvicinai ancora, sempre silenziosamente. E stavano in silenzio anche loro: distese sugli asciugamani a spugna dai colori vivaci, quattro; una invece seduta, immersa nella lettura. Era un’apparizione. Qualcosa di mitico e di magico. A immaginarle del tutto nude (e non ci voleva molto), tra l’ombra cupa del bosco in cui io stavo e la chiazza di sole in cui stavano loro, con quei colori, in quell’assorta immobilità, ne veniva un quadro di Delvaux”.


“Mi creda: il miglior modo di fare all’amore è quello immediato, fuggevole, che offrono le prostitute… […] E’ una cosa talmente semplice, il fare all’amore… Che è poi l’amore: non ce n’è altro, tra un uomo e una donna… E’ come aver sete e bere. Non c’è niente di più semplice che aver sete e bere; essere soddisfatti nel bere e nell’aver bevuto; non avere più sete. Semplicissimo”

“Era sì un ladro, uno che, in altri tempi, avrei rubricato mille volte per malversazione e peculato, per corruzione, per tutti quei reati che i legislatori hanno constatato o previsto in rapporto all’amministrazione del denaro pubblico; ma per la morale corrente, per la prassi oggi in uso, era considerato strenuamente onesto: e soltanto perché pochissimo, o addirittura nulla, rubava per sé”.

“C’è una netta demarcazione, per costoro, tra le donne da sposare e far prolificare e le donne con cui peccare: queste bisogna che emanino il senso del peccato a prima vista, a primo odore”.



Arthur Schopenahuer, “Del chiasso e dei rumori”

filosofia Posted on Mer, Dicembre 21, 2016 16:24:15

Schopenhauer fu il primo filosofo a comprendere che la filosofia ritornava ad essere letteratura, ovvero mito, racconto, narrazione. E quindi scrisse di filosofia con stile, adoperando parole leggiadre e sferzanti ad un tempo.

E ritmo e verve. Il pensiero abbandona l’architettura per tornare ad essere musica. Non più spazio dentro cui abitare al riparo, illusoriamente protetti, ma canto interiore che consola o incita o, semplicemente accompagna lungo i sentieri di ciò che non è riconducibile a coerenza, ad ordine, a sistema.

Tra gli ultimi saggi di “Parerga e Paralipomena” merita di essere tenuto sempre presente, soprattutto nei nostri giorni, quello che ha per titolo “Del chiasso e dei rumori”. Chi può godere del piacere intellettuale del pensiero, della musica del pensiero, questa sinfonia che ha imparato ad orchestrare fin dalle prime letture, dalle più antiche infantili solitudini, detesta i rumori, il chiasso, il frastuono. Chi ha una musica interiore non ama che essa venga interrotta per nulla.

“Tutti gli spiriti eminenti sono sempre stati estremamente ostili a ogni disturbo, interruzione e distrazione, ma soprattutto al disturbo violento dovuto ai rumori; mentre gli altri individui non ne vengono irritati in modo particolare. La più ragionevole e spiritosa delle nazioni europee ha perfino chiamato la regola NEVER INTERRUPT (NON INTERROMPERE MAI) undicesimo comandamento. Il chiasso è la più impertinente di tutte le interruzioni, poiché interrompe, anzi perfino spezza i nostri pensieri”.

A. Schopenhauer, Del chiasso e dei rumori



Alessandro Salerno, “Perduto incantamento”, 2016

letteratura Posted on Mar, Dicembre 20, 2016 23:53:28

È uscito il mio libro di poesie, Perduto incantamento, Le Nove Muse, Catania 2016.

Si può trovare a Catania presso le librerie “La Paglia”, via Etnea e “Vicolo stretto”, via Santa Filomena, oppure presso

IBS

Amazon



Leonardo Sciascia, “Il contesto. Una parodia”, 1971

letteratura Posted on Mar, Dicembre 20, 2016 23:48:28

Mentre gli altri si agitano nella corrente, l’intellettuale si rende conto dove essa li porterà. Ne “Il contesto” (1971) Leonardo Sciascia, ancora una volta, vede in anticipo la sicilianizzazione dell’Italia, la mafizzazione del potere. Il potere che si costituisce solo ed esclusivamente come menzogna e assassinio seriali: la caduta seriale di ogni cercatore di verità, la non rivoluzione permanente. Le stragi, le strategie della tensione, la menzogna totalitaria.

Uno scritto che inizia in modo molto confortante, come un perfetto poliziesco, ma che sul più bello perde il suo protagonista. I nomi improbabili, le atmosfere sudamericane, i falsi d’autore dicono la menzogna, il posticcio, ad ogni riga, e precipitano nel dubbio e nello sconforto il lettore, che troppo ingenuamente aveva sperato nel bravo Rogas e nella risoluzione dei casi.

Verità e bellezza si rifugiano solo nella perfezione della lingua così pura dello scrittore.

“- Il Pontormo – disse Rogas.
– Già, il Pontormo… Ma come fa a saperlo?”

“L’uomo umano ha avuto la sua luna
umana dea
quieto lume d’amore
voi avete la vostra
grigia pomice vaiolosa
deserto degno delle vostre ossa non più umane
natura morta con le morte ampolle del senno
ma già non sapete niente
dell’ariostesca fiaba di Orlando
del suo senno recuperato da Astolfo
in un viaggio lunare
del senno sigillato in un fiasco
come il vostro (ma irrecuperabile
è il vostro). Il fiasco natura morta
il fiasco cilecca dell’eros
come Stendhal diceva
in italiano nel testo
Stendhal che voi non conoscete
Stendhal che parla
la lingua della passione cui siete morti.”

“… sugli operai in sciopero, sui contadini che chiedono acqua, sugli studenti che chiedono di non studiare”

“la palazzina a tre piani che si levava in sgraziata, disgraziata anzi, geometria”

“Argumentum ornithologicum”

“… sono i libertini che preparano le rivoluzioni, ma sono i puritani quelli che le fanno”.



Cialtroni, inesperti, incompetenti, in una parola… Italici

attualità Posted on Lun, Settembre 12, 2016 14:16:12

Quando l’Italicum sarà bocciato dalla Corte costituzionale, vorrei sentire i tg a reti unificate definire cialtroni, incompetenti, inesperti, Renzi, la Boschi, la Finocchiaro e tutta questa classe politica che sta portando il paese al collasso. Ovviamente, non accadrà. Per mesi e mesi hanno bloccato il Parlamento per farlo legiferare in modo palesemente incostituzionale, quando questo Parlamento, eletto con legge elettorale incostituzionale, avrebbe dovuto fare una legge elettorale seria e condivisa e poi chiedere lo scioglimento delle camere. Invece hanno fatto pure le ‘riforme’ costituzionali. Ora, come può una maggioranza che non sa scrivere nemmeno una legge elettorale arrischiarsi a riformare unilateralmente tutta la Costituzione? Vergogna. A casa!



Publish or perish… a scuola

vita scolastica Posted on Gio, Settembre 08, 2016 13:03:53

Oggi in una quinta classe ho svolto un’attività didattica nuova sia per me sia per i miei alunni. Vengo e mi spiego. Tutti sapevano di dover venire in classe con un tablet o portatile o smartphone personale con possibilità di connessione dati. Abbiamo acceso la LIM e ho proiettato una mappa concettuale relativa all’empirismo moderno e in particolare a Hume.

Per trenta minuti ho tenuto una lezione frontale su questi argomenti, riuscendo a fornire dei concetti generali sull’empirismo e ad introdurre la figura del filosofo scozzese; ho parlato del progetto di scienza della natura umana da lui avviato, quindi dell’esperienza come origine e controllo della conoscenza, della distinzione tra impressioni e idee, della distinzione tra senso interno ed esterno, delle facoltà della sensazione, della memoria e della immaginazione, del principio di associazione delle idee e ho iniziato ad affrontare la critica del concetto di causalità.

Gli studenti prendevano appunti con carta e penna.

Finita la spiegazione, si sono collegati tutti al nostro gruppo facebook di classe, la cui pagina veniva proiettata alla LIM al posto della mappa. Avevano 20 minuti di tempo per rielaborare gli appunti, digitarli attraverso il loro ‘device’ e pubblicarli come commento ad un post relativo a Hume. Il motto di questa attività è: “Publish or perish” (oppure, come qualcuno si è inventato in un inglese forse approssimativo: “post or lost”).

Tutti sono arrivati a pubblicare gli appunti, alcuni in forma completa (paradossalmente quelli che avevano lo smartphone e che io credevo avessero difficoltà di digitazione!!!), altri quasi in forma completa.

A quel punto io ne ho scelti alcuni e leggendoli a tutta la classe ne ho evidenziato eventuali errori concettuali o formali, evidenziando e sottolineando con gli strumenti della LIM.

Avevo annunciato che non ci sarebbe stata una valutazione sul lavoro, se non negativa per chi non avesse pubblicato nulla (ma ciò non si è verificato).

Che cosa credo di aver ottenuto:
1) Gli studenti sono stati attenti e concentrati più del solito, sapendo di essere chiamati a produrre immediatamente un feedback.
2) Durante la spiegazione hanno posto domande importanti e pertinenti di chiarimento relative agli snodi più difficili, sapendo di doverli esplicitare da lì a breve alla classe negli appunti.
3) Durante il lavoro di rielaborazione digitale degli appunti hanno chiesto individualmente ulteriori chiarimenti a me che giravo tra i banchi per sostenere il loro lavoro.
4) L’attività di rielaborazione degli appunti ha costituito un immediato rinforzo a quanto trasmesso poco prima oralmente, con necessità immediata di riorganizzazione e chiarimento di quanto appreso.
5) Nella fase di correzione degli appunti pubblicati si è quindi tornati per una terza volta sullo stesso argomento, con ulteriore rinforzo. Si è colta l’occasione per risolvere alcuni fraintendimenti, per correggere alcuni errori concettuali, per mettere in evidenza tanti aspetti formali di tipo grammaticale, stilistico, o di trattamento testi.

Inoltre:
6) Tutti rivedranno gli appunti e modificheranno il loro post di commento, anche sulla base delle correzioni già suggerite in classe.
7) Il docente darà da casa un’ulteriore occhiata ai lavori prodotti e poi segnalerà i lavori migliori come “materiale” che può essere utilizzato da tutti per lo studio.
8) Gli studenti che utilizzeranno la mappa concettuale fornita e gli appunti ‘certificati’ avranno strumenti per una verifica sufficiente o discreta. Chi volesse rafforzare e approfondire il tema e aspirare ad una valutazione ancora più elevata dovrà fare riferimento anche alle pagine del libro, indicate ad inizio lezione dal docente stesso.

Sono stato molto soddisfatto dell’esperimento. Credo anche i miei alunni. Attendo ulteriori sviluppi circa le ricadute didattiche di più lunga durata.



Se 4+4 fa 5+3 ma non 3+5

vita scolastica Posted on Lun, Settembre 05, 2016 23:14:20

Collegio diviso a metà su trimestre-pentamestre o quadrimestre-quadrimestre. Non è mai una cosa buona. Però si dovrebbe fare anche una riflessione sulle parole e sui dati oggettivi, che sono mutati, e non ripetere sempre stancamente gli stessi cliché. Intanto, sulle parole.
La scelta, infatti, poteva essere posta in questi termini: volete il pentamestre + trimestre o il trimestre + pentamestre? Infatti, con lo scrutinio fatto a fine gennaio e con le festività agatine e carnacialesche di febbraio, con la Pasqua ad aprile, i ponti del 25/4 del 1°/5 e del 2/6, la festività dell’Autonomia siciliana il 15/5, i viaggi di istruzione e le visite guidate, il secondo periodo si ridurrebbe ad un misero trimestrucolo, dove poter dare una valutazione finale serena diventa davvero rischioso e problematico. Posta così la questione, sarebbe davvero irragionevole optare per un primo periodo lungo e un secondo molto più breve. Ma le parole possono occultare anche dati numerici obiettivi, se usate in modo improprio (senza alcuna malizia, si intende). In verità, però, le cose stanno ancora in modo diverso, perché se il collegio approva l’inizio delle lezioni il 7/9 (quest’anno come lo scorso anno), allora settembre è un mese come tutti gli altri. E quindi noi abbiamo una prima frazione, da settembre al 22 dicembre, che è davvero un quadrimestre pieno; e da gennaio a fine maggio abbiamo un pentamestre che è in realtà un quadrimestre. Quindi, chi ha votato per il trimestre-pentamestre, in realtà ha votato per il quadrimestre-quadrimestre; mentre chi ha votato per il quadrimestre-quadrimestre, voleva il pentamestre-trimestre, che sarebbe stata una assurdità. Mi sto sentendo Mark Twain, quando dimostra di essere il nonno di sé stesso. Ma sto portando dati oggettivi, numeri. Per favore, colleghi, meditiamo. L’anno prossimo, comunque, se si riproporrà la stessa ‘vexatissima quaestio”, io dirò solo due parole: chi vuole il 3+5 in realtà vuole il 4+4 e chi vuole il 4+4 in realtà vuole follemente il 5+3. I colleghi nuovi non capiranno un cazzo, i colleghi di matematica mi metteranno alla gogna, alcuni si alzeranno dovendo stare seduti, altri siederanno dovendo stare in piedi, e se vedrò una folla che si dirige di corsa verso di me, non sarà un plebiscito, ma il principio di un linciaggio.



L’ultima spiaggia

attualità Posted on Mer, Agosto 24, 2016 23:57:03

La spiaggia libera comunale n. 3. Parcheggi e dei tizi poco raccomandabili ti chiedono 2 euro. Non rilasciano ricevuta. Altri parcheggiano gratuitamente accanto, perché un muretto è caduto e si può arrivare con l’auto fino al mare. Un cassonetto della spazzatura davanti all’ingresso, transennato perché dall’orribile struttura di cemento armato cadono calcinacci. Senso di precarietà, di abbandono. Sporcizia ovunque. Un chioschetto dei gelati chiuso. Piante secche attorno ad una passerella di truciolato che porta verso il mare. Bagni fetidi, docce sgangherate. Nessun servizio. Solo sporcizia ovunque. Poche persone, perché il tempo è variabile. Incontro una giovane coppia con un bambino di 9 mesi. Lei romana, lui catanese in vacanza; devono essere dei tipi in gamba, che lavorano nella ricerca, nell’università. Nonostante tutto ci godiamo il mare, il vento, un panorama mozzafiato. Catania, città unica al mondo, ma incivile. Con un’amministrazione penosa, scandalosa direi. Il nuovo Bianco è un’imbolsita controfigura di quello che fu negli anni ’90. Nessun rapporto col territorio, la città alla deriva. Nessuna inversione di tendenza. Se ne deve andare. Bisogna mandarlo via il prima possibile. E ricominciare con un grande patto di solidarietà tra tutti i catanesi onesti. Catania all’ultima spiaggia.



I britannici e la lezione olimpica

attualità Posted on Mar, Agosto 23, 2016 12:35:48

Nel1996 ad Atlanta, il Regno Unito conquistava in totale 15 medaglie di cui una sola d’oro, collocandosi nel medagliere sotto l’Etiopia oltre che sotto l’Eire e sopra la Bielorussia. Anche nelle precedenti edizioni i risultati erano davvero penosi, totalmente non in linea con gli altri paesi del mondo civilizzato. I britannici si saranno detti che, va bene il declino, la fine dell’impero, ecc. ecc. ma così non poteva andare. L’olimpiade si risolveva in un’umiliazione internazionale quadriennale. E così, a ritmi diversi, nelle altre competizioni (esclusi il cricket e l’equitazione, ovviamente). A quel punto è’ iniziato un massiccio piano di investimenti nello sport, finanziato dalle lotterie nazionali. Gradualmente, il trend è stato invertito. Già nel 2000 le medaglie raddoppiavano e quelle d’oro divenivano 11. Nel 2008 ben 47 medaglie di cui 19 d’oro. A Londra nel 2012 il record di 29 ori; ma quello assoluto di medaglie l’hanno ottenuto quest’anno a Rio con ben 66 podi (uno in più di Londra 2012) di cui 27 d’oro, 22 d’argento e 17 di bronzo. Il Regno Unito così, pur se terzo nel medagliere, si conferma, per la seconda Olimpiade consecutiva, il vero vincitore mondiale, se si considerano le proporzioni di popolazione e risorse disponibili rispetto a USA e Cina. Questo ci induce a riflettere su quanto possa essere efficace una politica di governo che decida di investire ‘pesantemente’ in un certo settore. Pensate che cosa si potrebbe fare nel campo dell’istruzione, dello sport, della cultura con un piano nazionale serio e finanziato. I britannici, ancora una volta, danno lezioni a tutti.



Dialogo sul papa eretico

filosofia Posted on Mer, Settembre 09, 2015 10:12:33

E’ uscito il 3 settembre il mio volume: Guglielmo di Ockham, “Dialogo sul papa eretico”, Bompiani, a cura di A. Salerno, Milano 2015, pp. 2240.



“Feste” per piccole cavie

attualità Posted on Dom, Agosto 30, 2015 13:39:23

La mercificazione di ogni aspetto della vita è sempre più invadente e aggressiva. In particolare, mi ripugna la mercificazione della convivialità e in special modo quando tocca i bambini. Le feste dei piccoli sono ormai dei mordi e fuggi a tempo cronometrato dentro le catene commerciali. Bambini seduti ad un tavolo trangugiano pizze scadenti e patate nauseabonde, bevendo zuccheri liquefatti. Non possono giocare, non possono parlarsi, rumori di ogni sorta li sovrastano. Si obesizzano. Ad un certo punto iniziano ad urlare e girano come criceti impazziti, prime innocenti cavie sacrificali dentro la gabbia del produciconsumacrepa.



Le mani sulla scuola

attualità Posted on Gio, Giugno 25, 2015 12:50:39

Un governo che mette la fiducia su un provvedimento di riordino della scuola è un governo che vuole mettere le mani sulla scuola. Non è un caso che non abbiano voluto assolutamente discutere l’eccesso di potere discrezionale affidato ai dirigenti, i quali diventeranno la “longa manus” del governo di turno in un’istituzione che, per sua natura, dovrebbe essere libera, democratica e pluralista più di ogni altra. Spesso si paragona la scuola alla sanità. In verità bisognerebbe paragonarla alla giustizia. Questo DDL infligge alla scuola un “vulnus” paragonabile ad una riforma della giustizia che prevedesse la nomina governativa di pubblici ministeri e giudici. Sarebbe il totale stravolgimento del concetto di giustizia come ordine sovrano e terzo. Lo stesso vale per la scuola. Non ci sarà più la scuola della Repubblica, ci sarà la scuola del governo di turno. Si tratta di un atto intrinsecamente autoritario e fascista. Mi viene da ridere, per non piangere, se penso a quei colleghi di “sinistra” che temevano il fascista Grillo e hanno votato il Partito Dittatoriale. Che tristezza!



Come incistare la corruzione anche nella scuola

attualità Posted on Sab, Marzo 21, 2015 16:19:32

Anche nel disegno di legge sulla scuola, come nel “Jobs act”, si crea una discriminazione tra anziani e giovani, secondo la logica, vecchia come il mondo, del ‘divide et impera’. La nuova norma prevede, infatti, che solo i docenti di nuova assunzione finiscano dentro albi regionali, da cui i dirigenti pescherebbero i ‘loro’ docenti. La discriminazione cade nel momento in cui si chiede trasferimento. Qualunque docente, anche già di ruolo, che volesse o dovesse chiedere un trasferimento ad altra scuola, non potrebbe farlo direttamente: all’atto della richiesta di mobilità finirebbe dentro l’albo, dal quale dovrebbe essere pescato eventualmente da un altro dirigente che leggesse il suo curriculum e ne rimanesse folgorato. E questo varrebbe anche per i docenti in esubero “costretti” a mettersi in mobilità. Immaginate solo le opportunità di corruzione che si andrebbero ad incistare dentro questo meccanismo folle, per cui masse di docenti dovrebbero piatire l’assunzione al dirigente-caporale, magari in cambio di bustarelle o prestazioni sessuali. Sostanzialmente, si vuole introdurre la corruzione dilagante nel Paese anche in un ambito, la scuola, che finora ne è stato toccato solo marginalmente o in forme ridicole.



Come umiliare definitivamente una nobile professione

attualità Posted on Sab, Marzo 21, 2015 16:18:39

Disegno di legge sulla scuola. Articolo 2, comma 11: “I dirigenti scolastici, definito il Piano triennale dell’offerta formativa ai sensi del comma 6, scelgono il personale da assegnare ai posti dell’organico dell’autonomia, con le modalità di cui all’articolo 7”. Articolo 7, comma 3: “L’attribuzione, da parte dei dirigenti scolastici, degli incarichi ai docenti, avviene nel rispetto dei seguenti principi e criteri: a) incarichi di durata triennale rinnovabili, coordinata con il ciclo triennale di definizione degli organici di cui all’articolo 6”. Ciò significa che ogni tre anni ci sarà il valzer dei posti. Il DS potrebbe decidere di non riconfermare l’incarico a qualche docente. In quel caso il malcapitato docente finirà nell’albo, che, ormai avrete capito, è una sorta di limbo o antinferno. Da lì poi si verrebbe ripescati da qualche DS che agogna gli scarti delle altre scuole. Se nessun DS ti chiama, l’USR ha facoltà di prelevarti e sbattarti presso qualche scuola a Vattelappesca, dove il DS locale aveva trascurato di ricoprire un posto (si veda art. 7 comma 3, lettera e). Possiamo immaginare il servilismo strisciante per farsi riconfermare e non finire nell’albo; le possibilità infinite di compiacenza o corruzione; moltiplicate quello che già oggi è presente per un milione di volte. Così, una professione già sottopagata e svilita socialmente diventerà perfino servile e umiliante. Perderà del tutto ogni traccia di nobiltà che ancora essa riveste in virtù della libertà con cui si esercita l’insegnamento, peraltro secondo la lettera della Costituzione (art. 33).



Il piano triennale dell’offerta formativa e il delirio burocratico-manageriale di un venditore di pentole

attualità Posted on Lun, Marzo 16, 2015 23:56:46

Allora, secondo il delirante disegno di legge del venditore di pentole che ci s-governa, ogni scuola, ogni tre anni, entro ottobre (cioè mentre si stanno avviando le lezioni, si redigono gli orari dei docenti, si programma l’attività annuale), deve decidere che cosa insegnare (materie curriculari, extracurriculari, potenziamento dell’offerta formativa per il successivo triennio), decidere con quanti e quali insegnanti farlo, con quali necessità finanziarie. Il tutto lo farà il Dirigente Scolastico, dopo aver “sentito” (sic!) gli organi collegiali e i principali “attori economici, sociali e culturali del territorio” (sic!). Dopo di che manda il piano all’Ufficio Scolastico Regionale, il quale, attraverso i suoi burocrati deve valutare se è compatibile economicamente e finanziariamente e se risponde alle richieste di potenziamento degli obiettivi formativi stabiliti dal governo, fra i quali al primo posto spicca il CLIL (sic!!!). Se il piano della scuola è congruo, l’USR lo invia al Ministero, il quale verifica ancora che il piano rispetti gli indirizzi strategici e la compatibilità finanziaria, dopo di che, eroga le risorse, che però potrebbero essere inferiori a quelle richieste. In tal caso, la scuola, entro febbraio, deve rimodulare il suo piano. Si potrebbe dare anche il caso che il piano della scuola non passi il vaglio dell’USR, il quale, immagino lo rispedirebbe indietro alla scuola, con dei rilievi, e questa (ormai indico scuola per indicare il DS, perché nel disegno di legge c’è questa totale identificazione molto renziana della comunità con il venditore di pentole solo al comando) lo dovrebbe riscrivere; oppure potrebbe darsi che l’USR lo validi, ma che il ministero opponga dei rilievi. Moltiplicate tutto ciò per le decine di migliaia di istituzioni scolastiche italiane, statali e paritarie; immaginate i ricorsi multipli e incrociati tra i vari livelli; e provate a immaginare l’immonda e putrescente massa di atti burocratici che questa farneticante e inutile procedura produrrà. Il tutto entro febbraio. Ma perché entro febbraio? Ovvio, perché il tutto sarà trasparente su internet e così, comodamente da casa, sarà possibile “una valutazione comparativa da parte degli studenti e delle famiglie” dei vari piani degli istituti; il tutto prima delle iscrizioni. Ma andate a cagare, branco di mentecatti senza arte né parte.



Mondo occidentalizzato, Islam e terrorismo

attualità Posted on Mar, Febbraio 17, 2015 14:46:03


Nessun tagliatore di gole “islamista”, nessun Boko Haram, nessun ISIS è in grado di produrre armi sofisticate. Ciò significa che la potenza di questi gruppi è data a monte dal rifornimento continuo di armi, provenienti dalle industrie del mondo occidentalizzato. Se si volesse fermare davvero il terrorismo, lo si potrebbe fare controllando a monte il mercato delle armi con rigide regolamentazioni, come avviene nel caso di sanzioni internazionali (vedi le sanzioni alla Russia, all’Iran, a Cuba…). Si vuole invece intervenire a valle, dopo aver creato e armato questi gruppi, per determinare ulteriore terrore e guerra. Basta questa semplice ed elementare constatazione, che però viene quasi sempre sottaciuta, per rendersi conto che ogni fenomeno di terrorismo, non è qualcosa di esterno al mondo occidentalizzato, ma è una proiezione di tensioni interne al mondo occidentalizzato, che vengono create e mantenute ad arte dalle stesse potenze mondiali per le loro politiche di dominio o per il mantenimento dello status quo. La ragione di fondo è che le classi dirigenti dei paesi avanzati sono da decenni ormai totalmente delegittimate e verrebbero facilmente spazzate vie da movimenti di popolo, se non ci fosse un clima di paura generalizzato, che viene via via sempre più fomentato, proprio per mantenere tali apparati di potere. Il gioco, ed è un gioco vecchio, che ricalca i vecchi schemi della politica colonialista, riesce per ora molto facilmente, sfruttando l’ignoranza delle masse, inebetite in occidente e mandate al macello nei paesi periferici.



La scuola perisce

attualità Posted on Ven, Febbraio 13, 2015 21:43:58


Il governo italiano sta affidando l’ennesima inutile e distruttiva ‘riforma’ della scuola a questo tale Davide Faraone, classe 1975, perito chimico, sostenitore delle occupazioni studentesche come vertice della sua formazione politica, la cui faccia fisiognomicamente dice già tutto. Che paese di merda che siamo diventati.



Speranza per il 2015, anno denapolitanizzato

attualità Posted on Gio, Gennaio 01, 2015 13:05:13


Napolitano deve averci creduto veramente. Dico di essere divenuto una sorta di monarca, anzi, di papa della Repubblica. Ha infatti tenuto a precisare nel suo ultimo discorso di fine anno che la Costituzione prevede espressamente la possibilità di dimissioni del Presidente. Insomma, ci ha informati che, in questo caso, non dobbiamo farci inquietare dai dubbi che arrovellarono i dotti e la gente comune ai tempi di Celestino V e molti secoli dopo di Benedetto XVI. No, stavolta, è tutto chiaro. L’art. 86, comma 2, della Costituzione della Repubblica Italiana prevede espressamente il caso di dimissioni del Presidente. Grazie, Presidente. Effettivamente, dal momento che quello della Costituzione è diventato un testo obsoleto, dimenticato e da modificare a piacere e a “cazzo di cane” ogni due per tre, è anche possibile che qualche cortigiano, in uno impeto di usuale leccaculismo le abbia insinuato il dubbio della necessità di rimanere a capo della Repubblica monarchica napolitan-italiana fino all’esalazione dell’ultimo respiro, come Giovanni Paolo II, poniamo. E Lei, magari, avrà esitato per un momento, non ricordando più da quanti secoli si aggira dentro i palazzi felpati del potere e constatando di risiedere, effettivamente, in una residenza papale, e risalendo indietro dalla sua stagione migliorista, a quella stalinista, a quella fascista, avrà pensato ad una sua stagione antigiansenista e ad una precedente anticonciliarista… e…. E invece, no, ci ha strabiliati tutti con un energico sussulto di costituzionalismo formale e si è ricordato di riaprire uno scricchiolante cassetto della sua immensa scrivania di rappresentanza e ne ha estratto una polverosa copia della Costituzione della Repubblica Italiana, che, sì, in effetti, prevede ‘apertis verbis’ le dimissioni del Presidente, pur non prevedendo, va detto, il doppio mandato, la prevaricazione sistematica di governo e parlamento fino a trascinare la nazione in guerra (Libia 2011), l’amnesia costituzionale prima di firmare in fretta e furia leggi palesemente anticostituzionali, l’attacco alla magistratura nelle sue prerogative fondamentali, l’imposizione alla magistratura della distruzione di prove compromettenti, ecc. ecc. e nemmeno il preannuncio delle dimissioni, e neanche il preannuncio del preannuncio delle dimissioni. Uatinni va’, pulicinella napolitano…

P.S.: La Costituzione prevede il reato di vilipendio di presidente dimissionario?



Mille leccaculo per Renzi

attualità Posted on Dom, Dicembre 14, 2014 00:19:32

La consultazione su “La buona scuola” non è andata come ci si aspettava: poca partecipazione e molte critiche. La nuova trovata del presidente del consiglio non eletto da nessuno, allora, è quella di rinviare la “riforma” e di convocare per febbraio una grande “convention” con mille esponenti del mondo scolastico che lo aiutino a far percepire la bontà e l’importanza del suo progetto. ‘Occorrono, dichiara testualmente, persone costruttive e positive, che con la loro energia potrebbero allargare il consenso intorno alla riforma. E contrastare quei cinici e arrabbiati che ci chiedono di non cambiare nulla’. Insomma, occorrono mille leccaculo per Renzi. Non si farà alcuna fatica a trovarli e a metterli sotto i riflettori. Credo che una pletora di mediocri arrivisti, incolti e incapaci stia già sgomitando.



Lotta di classe e di scuola

attualità Posted on Gio, Dicembre 04, 2014 18:49:16

Le società partecipate dagli enti locali sono più di 10.000 (nessuno è riuscito mai a fare un censimento). Costano 26 miliardi di euro l’anno di trasferimenti dallo Stato centrale. Di queste ben 1800 non hanno nemmeno un dipendente, ma hanno un consiglio di amministrazione (leggasi politici trombati messi lì a riscuotere stipendi d’oro e a fare intrallazzi). Oltre 2600 di queste società hanno più consiglieri di amministrazione che dipendenti. Con tutti questi amministratori, che amministrano come sappiamo dalle cronache, nel 2012 hanno accumulato perdite per 1,2 miliardi di euro. La prossima volta che qualcuno mi dice che non ci sono soldi per la scuola, né per gli scatti di anzianità, né per il contratto gli sparerò questi dati addosso a revolverate.



Ancora me state alla destra e sinistra?

attualità Posted on Mer, Dicembre 03, 2014 22:59:47

Si leggono post di “amici” di sinistra, che gongolano, perché Alemanno, hai visto? Hai visto i fascisti con la mafia? E poi se la prendono con i Rom, hai visto? Fascisti carogne, tornate nelle fogne ecc. ecc. Tutto giusto, sì certo. Non foss’altro che nella “cricca” di indagati l’altro uomo di punta è tale Salvatore Buzzi, ex terrorista rosso, che poi ha fatto carriera in lega coop, gestisce i servizi di accoglienza per immigrati nella cooperativa “rossa” ’29 giugno’ e che dichiara nelle intercettazioni: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno io co gl’immigrati? Il traffico de droga renne meno”. Gli amici sinistrorsi sono sempre abili a buttarla in questioni ideologiche che non c’entrano nulla, ma proprio nulla. Questi rubano tutti, rossi, neri, pseudodestra, pseudosinistra. Ancora qualcuno si ostina a non capire. Bisognerebbe cacciarli via tutti.



Le poppute distrattrici di massa

attualità Posted on Sab, Novembre 15, 2014 14:04:29


Settecento anni fa, uno dei più grandi filosofi di ogni tempo, il francescano Guglielmo di Ockham, si batteva come un leone contro il potere tirannico dei papi, che allora contavano qualcosa, argomentando razionalmente per migliaia di pagine sui limiti del potere e sul valore della libertà. Oggi abbiamo le Femen, prezzolate nudiste, poppute distrattrici di massa, che, usando come argomento tette e culi, fanno credere ai gonzi che il potere tirannico che ci calpesta e umilia si annidi ancora nei palazzi vaticani. Com’era quella storia dei secoli bui? Occorrerà rivedere qualcosa, credo…



Una scuola orientata al lavoro? E’ già superata!

attualità Posted on Lun, Novembre 03, 2014 14:13:37

In questi anni di crisi economica, il settore primario e il secondario hanno espulso lavoratori, creando disoccupazione. Il terziario ha continuato ad assumere, almeno fino a qualche tempo fa. Da sei mesi in Francia anche il terziario espelle lavoratori e crea disoccupazione. Una situazione analoga è presumibile anche in Italia, pur in mancanza, ancora, di cifre circostanziate. Alcuni analisti interpretano il dato come l’inizio di una ristrutturazione della nostra società ancora più radicale di quella prodotta dalla crisi. Semplicemente, sta scomparendo il lavoro, non solo quello in fabbrica, sostituito da robot o delocalizzato, ma anche quello di concetto, sostituito da algoritmi, software, procedure informatiche. Anche i lavori di cura della persona iniziano a essere svolti da macchine sempre più precise. Ciò significa che occorre immaginare società con un 25-30% di disoccupati fissi, ai quali occorrerebbe garantire un reddito, per lo meno tassando le rendite prodotte al capitale dal lavoro delle macchine. Lo proponeva già l’economista svizzero Jean de Sismondi ai primi dell’800. Ritorna adesso in vari programmi politici l’istituzione del reddito di cittadinanza, garantita da una tassazione delle rendite finanziarie. Anche ammessa una soluzione del genere, rimarrebbe il problema: chi farà dei disoccupati, mantenuti con reddito di cittadinanza, dei cittadini? Non più il lavoro, che una volta educava alla dignità, al diritto, alla responsabilità. Resterebbe la scuola, che dovrebbe sempre più essere orientata ad un insegnamento di tipo critico, filosofico, valoriale (in senso pluralista) per aiutare a formare identità salde, nonostante la perdita del lavoro come luogo della formazione della persona, e di tipo scientifico superiore verso la ricerca pura e l’innovazione. Già negli anni ’50 Marshall McLuhan prevedeva che l’unico lavoro del futuro sarebbe stato quello dell’insegnante. Se l’analisi e le previsioni vanno nella direzione giusta, ciò significa che chi oggi vuole una scuola orientata principalmente alla formazione lavorativa è, come spesso accade, una pseudoavanguardia, in realtà una pericolosa retroguardia. Credono di essere avanti, ma i loro discorsi, andavano bene, sì e no, cinquant’anni fa. Si rischia di creare eserciti di diplomati e laureati tecnici, futuri disoccupati, totalmente privi di qualunque capacità di ricerca e di comprensione del proprio tempo.



Diego Fusaro e la pornoattrice

attualità Posted on Ven, Ottobre 31, 2014 22:13:02

Quando Talete cadde in un fosso, fu dileggiato da una servetta tracia, che si mise a ridere sguaiatamente. Oggi il filosofo rischia di cadere in un fosso di vipere e di essere dileggiato da una pornoattrice, che magari gli eiaculerà in faccia. I tempi si sono involgariti parecchio, su questo non c’è dubbio. Ma la sostanza non cambia. Il filosofo va avanti per la sua strada e se incontra un verme cerca di non schiacciarlo. Difficilmente, poi, potrà confondere l’oblungo anellide con le belle rotondità di una afrodite pandemia.

P.S. I video di Fusaro con Preve, girati quasi tutti poco prima della morte del filosofo comunitarista, sono tali emblemi di lucidità e amore e rispetto, che per definirli stucchevoli bisogna avere la vista annebbiata dallo sperma.



Catastrofe meridionale

attualità Posted on Mar, Ottobre 28, 2014 15:26:00

Adesso vi snocciolo alcuni dati dalle anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2014. Si percepiscono già da sé, ma vedere i numeri fa davvero impressione.

Prodotto interno lordo meridionale: 2012: -3,2%, 2013: -3,5%, dal 2008 a oggi: -13,3%

Prodotto interno lordo in Sicilia: 2012: -4,8%, 2013: -2,7%, dal 2008 a oggi: -14,6% (peggiore regione italiana dopo il Molise)

Occupazione: dal 2008 al 2013 – 9%

Consumi delle famiglie: 2012: -4,5%, 2013: -3,3%; dal 2008 a oggi: -12,7%

Spese per la cura della persona e l’istruzione: dal 2008 a oggi: -16,2%

Investimenti nel primario: dal 2008 a oggi – 44,6%
nel secondario: dal 2008 a oggi: – 49,4%
nel terziario: dal 2008 a oggi: – 26,5%

Famiglie povere: nel 2007: 5,8%, nel 2012: 9,8%, nel 2013: 12,6%

Dati demografici:
Emigrati dal Sud: 2001-2013: 1.559.100
Rientrati nel Sud: 2001-2013: 851.000
Saldo negativo: 708.000, il 70% giovani, di cui, il 40% laureati.
Nuovi nati nel 2013: 177.000, il dato più basso dal 1861!!!
Fecondità: 1,36 figli per donna (nel 1980 era 2,20, nel 1990 1,75); al centro-nord è attualmente 1,46; la soglia di ricambio per garantire la stabilità della popolazione è 2,1!
Per il secondo anno consecutivo il numero dei morti sopravanza quello dei nuovi nati. Tale situazione è stata registrata l’ultima volta nel 1918!

Non riporto i dati occupazionali agghiaccianti. Chi ha voglia può leggere le anticipazioni del Rapporto SVIMEZ qui: http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2014/2014_07_30_anticipazioni.pdf

Buone riflessioni a tutti.



Naturalmente filosofi

filosofia Posted on Lun, Ottobre 27, 2014 16:55:30

Quando al terzo anno di liceo si avvia il discorso filosofico, il docente e gli studenti impattano con i cosiddetti presocratici, con la filosofia occidentale alle sue origini, che è uno dei prodotti più straordinari che l’umanità abbia realizzato. Si inizia dunque in grande. Se si riesce ad evitare la filastrocca di opinioni, e se si prende sul serio il filosofare (cosa che con tutti i nostri limiti ci sforziamo di fare), possono accadere cose molto interessanti. Ciò che più mi sorprende, ogni volta, è che, risvegliata l’attitudine al pensiero, spesso sopita dietro anni di studi scolastici, i giovani studenti riescono a sviluppare da sé le trame del pensiero. In questi giorni siamo a Parmenide. Ebbene, oggi mi sono sentito formulare da uno studente, “sostanzialmente” ed “ex abrupto”, la critica di Platone a Parmenide. Non ho potuto fare altro che dirgli: “Questo è in nuce il tentativo di superare Parmenide da parte di Platone”. Un’altra studentessa ha prefigurato uno sviluppo dell’eleatismo in senso severiniano. Programmaticamente, cerco di non dare spazio alle varie opinioni degli studenti. Non faccio la lezione su “cosa ne pensate di Parmenide?”. Non sollecito. Non vellico. Chiedo anzi sempre l’umiltà di cercare innanzitutto di comprendere, per quanto ci è possibile, queste vette di speculazione. Eppure, scatta incomprimibile l’urgenza del pensare da sé. Ed è bello osservare questo processo: si mette in moto la riflessione, la contraddizione, il superamento, in modo quasi istintivo, naturale. E spesso ciò porta a ricalcare autonomamente le orme che il pensiero ha già tracciato, a rivivere in sé ancora una volta la grande filosofia. Non credo che si tratti di miei abbagli. Credo che si tratti di autentici germogli di pensiero. Occorrerebbe molto tempo per farli sviluppare fino a frutti maturi ulteriori. In parte è davvero solo questione di tempo. Che quegli antichi avevano, trovavano. Noi, no. Perché intanto è suonata la campanella. Inizia la lezione di… religione.



Golem – Pastorale americana

vita scolastica Posted on Lun, Ottobre 27, 2014 15:43:19

All’incontro di avvio del gruppo lettori di “Pastorale americana” erano oggi presenti al Liceo “Concetto Marchesi” di Mascalucia 84 studenti di ben 16 classi (6 del classico e 10 dello scientifico)! 84 potenziali lettori del grande romanzo di Roth, che si incontreranno poi insieme con i lettori di altre scuole il prossimo 5 dicembre!

https://www.facebook.com/events/792665797441236/?ref_newsfeed_story_type=regular



Zuckerberg e i cinesi

attualità Posted on Gio, Ottobre 23, 2014 21:51:34

Vedo un video dove Zuckerberg, il fondatore di Facebook, viene ricevuto in un’università cinese e interloquisce con gli studenti in mandarino: https://www.youtube.com/watch?v=S5qXkPNk5cA#t=409 . Penso al nostro presidente del consiglio e alle sue magre figure internazionali quando biascica due parole in un inglese surreale. E mi deprimo. Mi sembra che il mondo viaggi ad un’altra velocità e che noi stiamo diventando periferia della periferia della periferia. Leggo che nelle scuole cinesi si studia dalle 5,30 del mattino alle 21,30 di sera, un solo giorno di vacanza al mese, vietati i cellulari. In una delle scuole con i più alti risultati in tutto il paese campeggia un motto: “La vita non è una prova, perché non ti è concessa la possibilità di riviverla”. Eccessi, si dirà. Scuole lager, vengono chiamate. Ma questi, i cinesi dico, hanno fame del mondo; gli altri, gli americani, continuano ad averne. Noi sembriamo così stanchi, senza mordente. Anche se, in questi giorni, i miei studenti mi hanno sorpreso in positivo. Mi sembrano tutti più maturi, più consapevoli. L’insegnamento filosofico e storico, unitamente a quello delle altre discipline, piano piano fa il suo lavoro. Non saremo più i primi del mondo, come un tempo, ma forse riusciamo ancora a formare spiriti complessi, capaci di sondare i misteri della natura e dell’uomo. Chissà…



Un giovane favoloso?

attualità Posted on Dom, Ottobre 19, 2014 23:29:26

Da qualche parte Hegel nelle Lezioni sulla filosofia della religione afferma che i commenti ai testi sacri dicono di più sull’epoca dei commenti stessi che sui testi sacri. Così, Mario Martone con il suo film su Leopardi ci rivela molto di più del nostro tempo che non su Leopardi stesso. Alla legge del circolo ermeneutico non sfugge nemmeno questo mio breve post, che probabilmente rivelerà qualcosa più su me, sui miei criteri di giudizio, che sul film di Martone. Ci confrontiamo con l’altro per conoscere meglio noi stessi. Così, tra rimandi speculari e inevitabili pregiudizi, il lettore veda, se gli interessa e se ha pazienza, di cavarci qualcosa da sé sul film o su Leopardi.

Fare un film su Leopardi non è certo impresa semplice. E il regista ha avuto coraggio. Virtù che ha già mostrato nel suo corpo a corpo con il Risorgimento in Così credevamo. Per di più ha voluto fare un film sulla vita di Leopardi, con ciò mostrando ulteriore coraggio. La vita del poeta recanatese, non fu quella, che so, di un Foscolo. Fu oltremodo breve, priva di grandi gesta, principalmente assorbita nel tormento del pensiero e della poesia. Una vita non avventurosa, né vissuta secondo i criteri più comuni, paralizzata dall’educazione familiare, dallo studio, dalla deformità, dalla malattia. Una vita che consumò rapidamente sé stessa nell’impossibilità di sapersi vitale, di viversi nell’energia dello slancio. E il regista sceglie deliberatamente di non mettere al centro la grandezza della poesia e del pensiero, ma la fragilità dell’uomo con la sua progressiva decadenza, la mancanza di pienezza, il rimanere bambino, nella purezza dello sguardo, certo, ma anche nell’infantilismo dei pochi vizi.

Il dramma dei primi anni è molto ben sviluppato, con la capacità di dare spessore tragico alla figura di Monaldo e all’anaffettività bigotta di Adelaide Antici, e complice levità al rapporto col fratello Carlo e la sorella Paolina. Dopo, il film prende una piega monotona, nel rapporto monocorde con l’amico Ranieri, alter ego sano e vitale del poeta, proprio quando ci si aspetterebbe che la fuga dal chiuso mondo recanatese possa aprire una prospettiva più movimentata e complessa. Il primo soggiorno romano non è raccontato, perdendosi così l’elemento del ritorno a Recanati e del successivo distacco. Si dirà, non si voleva fare un documentario. Però proprio la cronaca di un disfacimento sembra essere la seconda parte della narrazione che indulge sui fallimenti amorosi, la malattia, i traslochi, l’incapacità di vivere, l’asocialità, il dileggio e l’incomprensione di popolani e letterati, fino a presentarci il sommo poeta come una macchietta all’interno di un bordello preso in giro da un transessuale e da monelli. Un po’ troppo, a mio parere, anche se la scena del bordello avrebbe mantenuto una sua suggestività senza la sciocca appendice vladimirluxuriana.

Martone però non dimentica la poesia e la filosofia, e le scene più belle del film sono quelle dei versi del recanatese recitati o pensati – sullo sfondo meditativo di stupende immagini naturali – del dialogo con una mostruosa donna Natura, delle sentenze graffianti sputate in faccia agli intellettuali. Il vero Leopardi, lo sa anche Martone, è questo. E, in fondo, questa è la sua vera vita, vissuta in una dimensione di profondità e grandiosità tali da valere le vite di cento e mille altri uomini “normali” o persino avventurosi. E quando il regista segue il “vero” Leopardi, anche il film diventa grandioso, emozionante, profondo. Ma lo segue poco, preferisce giocare questa dimensione di profondità e immensità dell’animo del Poeta in contrasto con la pochezza fisica ed esistenziale, preferisce inseguire il disfacimento fisico, l’incapacità sessuale. Perché? Alla fine lo spettatore avrebbe desiderato ancora più poesia e ancora più filosofia leopardiane. E invece si ritrova costretto fino alla noia dietro a Leopardi al bar che reclama il gelato, sempre più deforme e caricaturale. Durante la visione mi veniva in mente Morte di un matematico napoletano sugli ultimi giorni di Caccioppoli e non mi ricordavo, sul momento, che è proprio il film di esordio dello stesso Martone. E’ proprio vero che ogni regista gira sempre un unico film. Poi mi veniva in mente il sordido Faust di Sokurov. Per la nostra epoca ossessionata dalla prestanza fisica, dal salutismo e dall’igiene, vedere un corpo deforme che vaga tra il colera e che non si cambia mai la biancheria è una sorta di incarnazione dei peggiori disvalori. Oggi Leopardi sarebbe uno sfigato penserà un certo pubblico, come generazioni di studenti hanno dedotto il pessimismo dalla gobba. Il problema però secondo me è il seguente: oggi Leopardi avrebbe potuto essere Leopardi? E abbiamo ancora poeti che sappiano trovare le parole per parlare dell’infinito, del nulla, della natura e della morte, come fece il grande recanatese? E queste domande gettano uno sguardo inquietante su di noi.

Straordinaria l’interpretazione di Elio Germano.



L’ignoranza è forza

attualità Posted on Dom, Ottobre 19, 2014 10:49:12


Nella prossima legge di stabilità (denominazione orwelliana della legge finanziaria) avremo seicento milioni di tagli all’istruzione, ottocentocinquanta milioni di euro in più alle missioni militari all’estero. Propongo di incidere sulla facciata di Palazzo Chigi il famoso slogan del Ministero della Verità di ‘1984’: “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”.



Addio, professor Reale!

attualità Posted on Mer, Ottobre 15, 2014 15:36:12

Ci ha lasciati Giovanni Reale, un grande uomo e un grande studioso. Ho avuto l’immensa fortuna di incrociare il mio piccolo sentiero con la sua strada maestra nell’ultimo tratto della sua vita. A luglio, quando l’ho visto l’ultima volta, era molto vivace e pimpante. Stava per andare in vacanza, a mare. Però scherzava sulla morte… diceva: “Eh, io sono entrato in quella fascia tra gli ottanta e i novanta che la statistica condanna senza pietà”. Aveva fretta di concludere il suo lavoro sui dialoghi giovanili di Platone e accennava ad un’opera sulla filosofia da Nietzsche a oggi. Se ne è andato lo stesso giorno della morte di Teresa d’Avila, dottore della chiesa. Addio, professor Reale!



Audiolectio

vita scolastica Posted on Mar, Ottobre 07, 2014 15:12:26

In 5CC stiamo facendo attività didattica di storia così. Stiamo approfondendo la figura di Napoleone III, centrale per l’Ottocento europeo, in modo da richiamare alcune importanti dinamiche storiche di quel secolo con particolare riferimento anche al Risorgimento italiano. Dopo un ripasso di alcune nozioni attraverso una sintetica scheda ricavata dal libro di testo, stiamo adesso ascoltando l’intero ciclo di trasmissioni di “Alle otto della sera” dedicate alcuni anni fa da Franco Cardini alla figura di Luigi Napoleone. Ogni trasmissione dura esattamente 20 minuti. Fornisco preventivamente agli studenti sul nostro gruppo fb didattico una griglia di domande relative ad una determinata puntata del ciclo. Gli studenti ascoltano a casa autonomamente la puntata e provano a rispondere alle domande. Le domande sono ora di tipo meramente nozionistico ora più di taglio critico e possono richiedere anche conoscenze previe da parte dello studente o un’attività minima di ricerca. La volta successiva, in classe, gli studenti pongono delle domande, dei dubbi, relativi all’ascolto; ad essi seguono le mie delucidazioni. Dopo di che si riascolta la puntata in classe. Alla fine del secondo ascolto, alcuni studenti a caso, sono invitati a rispondere oralmente alle domande e ad interloquire con il docente su tutti gli argomenti dell’unità trattata. Il punto di forza di questa attività è la possibilità di mettere a contatto gli studenti con l’eloquio di un grande storico, il costringerli a ricavare dall’ascolto attento le informazioni richieste e a fare gli opportuni collegamenti fra di esse e delle riflessioni critiche su di esse, il rinforzo con i chiarimenti e l’ascolto in classe costituiscono una sorta di ripasso e di riscaldamento, per poi affrontare autonomamente l’esposizione di tematiche molto complesse. Alla fine del ciclo di ascolti gli studenti dovranno produrre un breve saggio scritto o un’ampia verifica orale sulla figura di Napoleone III. Sugli aspetti critici o migliorabili dell’attività faremo una riflessione insieme con gli studenti alla fine del ciclo di ascolti.



Quanto lavoro

vita scolastica Posted on Mer, Ottobre 01, 2014 23:50:16

A poco a poco sto caricando sul mio sito personale tanti lavori realizzati dai miei studenti negli anni passati. Sintesi, schemi, ricerche, approfondimenti: la vita di un imperatore o le ottanta domande e risposte su Kant, la rielaborazione personale di un argomento storico o un tema sui presocratici. Seleziono i testi qualitativamente migliori, li controllo, li ricorreggo. E li metto a disposizione dei nuovi studenti, che a loro volta, se volenterosi, produrranno altri lavori. Quanta ricchezza, quanto tempo. Gli studenti lavorano, i docenti pure!



GOLEM. Inizia il 9 ottobre!

vita scolastica Posted on Dom, Settembre 28, 2014 22:59:41

GOLEM su facebook!



GOLEM: Grandi Opere della LEtteratura Mondiale

vita scolastica Posted on Mer, Settembre 24, 2014 21:52:44

Il Golem sta arrivando!
Quattro Grandi Opere della LEtteratura Mondiale. Studenti di almeno tre scuole (Liceo Marchesi – Mascalucia, Liceo Spedalieri – Catania, Liceo Gulli e Pennisi – Acireale), che si incontreranno in luoghi pubblici per discuterne. Per condividere le idee e le emozioni che le grandi opere sanno dare. Con il desiderio e la speranza di coinvolgere tanti altri nella lettura. Il GOLEM infatti, cresce su se stesso e diviene sempre più grande. Ma, attenzione! Occorre dargli un’anima! L’idea è aperta a tutti, chiunque può leggere o rileggere e venire a dire la sua. Il primo incontro di presentazione del progetto si terrà giovedì 9 ottobre presso la Libreria Mondadori di via Umberto a Catania alle 16,30. La prima opera scelta è Pastorale americana di Philip Roth. Da leggere entro il 5 dicembre. A breve la locandina con tutti i libri e le date. Stay tuned!



Il corpo docente

vita scolastica Posted on Mar, Settembre 23, 2014 14:57:30

Entrare in una classe. Offrirsi a occhi e orecchi avidi. Essere puntato dagli sguardi. Usare la voce, la gestualità, la postura per comunicare e cercare di lasciare il segno. Ed essere trafitto per una o due ore da occhi, parole. Divorato, respinto, assorbito, annusato, fagocitato. Insegnare è un’ostensione quotidiana del proprio corpo. E il tuo corpo invecchia, mentre di là, di fronte a te, i giovani sempre eternamente giovani. Sempre sedicenni i sedicenni, fattene una ragione. Ogni anno. Ma tu no. Tu ti allontani sempre più. Mentre loro stanno fermi lì nella beata, immobile, eterna adolescenza degli studenti. Insegnare è principalmente un’ostensione del proprio corpo, dato in pasto alle nuove fameliche generazioni. Fino alla consunzione.

Questo post è dedicato in particolare a chi, anche fra i miei amici, non ne sa nulla, ma proprio nulla di che mestiere meraviglioso e atroce sia insegnare.



Scuola nuova, vita nuova!

vita scolastica Posted on Lun, Settembre 15, 2014 13:35:10

Oggi abbiamo iniziato le

lezioni presso il plesso di vie Case Nuove, a Mascalucia, un edificio di nuova costruzione, finalmente una scuola! Aule luminose, ampi spazi. Finalmente una scuola! Certo, problemi gravi di viabilità, alcune scelte di progettazione molto discutibili (corridoi oppressivi, bidet ovunque… perché????!!!! :-)))), ma oggi è un giorno felice per il Marchesi, per tutti i lavoratori della nostra scuola e per gli studenti! Ad maiora!



L’11 settembre di tredici anni fa

storia Posted on Gio, Settembre 11, 2014 17:05:47

Dove eravate l’11 settembre di tredici anni fa? Chiunque avesse già quel giorno l’età per ricordare se ne ricorderà. Io ero in auto. Da Catania andavo verso Siracusa per una riunione di dipartimento nel mio primo anno di insegnamento di ruolo. Per radio ho appreso del fattaccio. Arrivo nella solita aula sgarrupata dell’anonima palazzina che ospitava il liceo e ci trovo una giovane collega di filosofia e storia, il telefonino in mano, lo sguardo fisso verso il piccolo display, il volto raggiante. Ci legge la notizia che le è appena giunta sull’aggeggio infernale: “E’ scoppiata la terza guerra mondiale!”. Una collega più anziana, posata, bei capelli bianchi corti, pur essendo perfettamente a conoscenza dell’attacco alle torri gemelle, fa: “Guerra mondiale di chi? Chi ha attaccato chi? Chi è stato?”. L’altra, isterica, quasi urlando riprende: “Siamo in guerra, lo vuoi capire che siamo in guerra? E poi in un crescendo delirante… io quest’anno in quinta inizierò il programma dalla terza guerra mondiale e poi tornerò indietro”. Per un momento pensai che fosse tutto un sogno: la notizia alla radio, il caldo appiccicoso siracusano, l’aula fatiscente, la collega delirante, il programma di storia all’incontrario. Per carità, massimo rispetto e profondo dolore per le vittime dirette e indirette di quel vergognoso attentato. Magari poi fra vent’anni gli storici ci diranno chi furono i responsabili e che da quel giorno iniziò una terza guerra mondiale lunga e strana, una sorta di guerra dei trent’anni del nuovo millennio. Però il mio primo ricordo personale è così, cieco (vidi le immagini in tv solo la sera), surreale, sgangherato.



La mala scuola

attualità Posted on Mer, Settembre 10, 2014 11:54:26

Riporto la conclusione della critica al rapporto “La buona scuola” del bravissimo Enrico Rebuffat, un collega del liceo Michelangiolo di Firenze, del quale si può leggere l’intervento completo al seguente link:
http://www.leparoleelecose.it/?p=16051

“…«i docenti mediamente bravi, infatti, per avere più possibilità di maturare lo scatto, potrebbero volersi spostare in scuole dove la media dei crediti maturati dai docenti è relativamente bassa e quindi verso scuole dove la qualità dell’insegnamento è mediamente meno buona, aiutandole così a invertire la tendenza … il meccanismo nel suo complesso consentirà di ridurre la disparità tra scuole, e aumentare la coesione sociale» (ib.)

È un ragionamento che lascia sgomenti. Dunque: Giorgio è un docente ‘mediamente bravo’ (non bravissimo, ma neppure scarso: mediamente bravo), ma nella sua scuola non riesce ad ottenere lo scatto perché molti suo colleghi sono bravissimi. A questo punto, secondo il Rapporto, Giorgio dovrebbe pensare così: “in questo istituto mi trovo abbastanza bene, non è troppo lontano da casa, sto portando avanti un lavoro con le mie classi… però non riesco ad avere l’aumento di 60 €. Sai cosa? Potrei chiedere il trasferimento in un’altra scuola, magari più lontana, dove iniziare tutto da capo, ma che sia piena di insegnanti mediocri con pochi crediti”. A questo punto, secondo il Rapporto, i nuovi colleghi di Giorgio lo accoglieranno a braccia aperte, riconoscendo subito in lui quella media bravura di cui loro sono ancora privi; i membri del Nucleo di Valutazione gli concederanno lo scatto agognato, a scapito di colleghi che conoscono da anni e con i quali hanno lavorato fianco a fianco; l’intera scuola lo prenderà a modello per il proprio miglioramento professionale; la coesione sociale del Paese ne trarrà giovamento.

Il rapporto “La Buona Scuola”. Facciamo crescere il Paese”, si legge, «è il frutto del lavoro portato avanti congiuntamente, tra luglio e agosto 2014, dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal Ministro Stefania Giannini» (p. 134).

La scuola pubblica meritava un lavoro più intelligente, più serio, più onesto.”

Enrico Rebuffat
Liceo Michelangiolo, Firenze



Il futuro dell’istruzione

attualità Posted on Dom, Settembre 07, 2014 01:06:41

Lo scorso anno in due conferenze sul futuro del liceo classico ricordavo, tra le altre cose, che il modello di istruzione odierno è sostanzialmente ancora quello di cinquecento anni fa. Allo stesso tempo facevo notare come le trasformazioni in atto nella società rendono cruciale decidere che cosa salvare del vecchio modello per traghettarlo nella nuova realtà. Mi fa piacere pertanto riportare il seguente breve passo dall’intervento di Gianroberto Casaleggio al Forum Ambrosetti di quest’anno: “Secondo David Houle, un futurologo, l’educazione universitaria avrà una fortissima trasformazione nei prossimi anni, da qui al 2020, e il modello applicato fino a oggi, che ha 500 anni di vita cambierà di più nei prossimi 10 anni di quanto non sia cambiato negli ultimi 100”. C’è da riflettere.



Addio alla Falcucci

attualità Posted on Gio, Settembre 04, 2014 23:06:51

E’ morta Franca Falcucci, politico democristiano, che fu ottimo ministro della Pubblica Istruzione (prima donna) negli anni ’80 nei governi Craxi e Fanfani. Riuscì a ridare parzialmente dignità e centralità alla scuola italiana dopo il decennio della contestazione. Era un’insegnante di liceo e di scuola ne capiva. Molto. Dopo di lei sulla poltrona di viale Trastevere si sono succeduti giuristi, magistrati, docenti universitari, ingegneri, linguisti, imprenditori, medici, capre, scienziati, glottologi. Caro Renzi, su quella poltrona sarebbe ora di rimetterci un buon insegnante che ti dica cosa fare, come e perché, se proprio non c’è nessun Croce o Gentile nei paraggi.



Annuncite e riformite

attualità Posted on Gio, Settembre 04, 2014 12:48:26

Raramente sono d’accordo con Roger Abravanel. Questa volta sì, in toto. Scrive su Corriere.it: “Esistono Paesi, come la Finlandia, che hanno ottimi sistemi educativi. Eppure non valutano le scuole e non differenziano gli stipendi degli insegnanti per merito. Come ci riescono? Puntando moltissimo sulla selezione all’ingresso degli insegnanti (una professione che attira i migliori laureati) e su una vera formazione, fatta in classe da professori esperti e non attraverso corsi di aggiornamento. Proprio le due leve che questo decreto sembra ignorare o addirittura penalizzare“. I punti sulla scuola di Renzi non hanno niente di nuovo, niente di veramente pensato, e mirano intanto ad un obiettivo immediato: impedire una resistenza organizzata del corpo docente all’ennesimo attacco alla scuola pubblica, creando false aspettative (stabilizzazione in un colpo di 150.000 precari, si vabbé…), divisioni tra pseudo-meritevoli e non meritevoli alla caccia dell’euro in più, illusioni su un dibattito di mesi, che servirà solo a distrarre e a creare ulteriori false aspettative. Non è un dire no a priori alle proposte di Renzi. E’ la constatazione che quel che dice è vecchio e sbagliato. Del resto non mi pare che né lui né la Giannini sappiano qualcosa realmente di scuola. E quel che effettivamente c’è nei punti è roba trita e ritrita. Un’inversione radicale nella scuola sarebbe data solo da: aumento generalizzato degli stipendi, in modo da attrarre una fascia medio-alta fra i laureati, miglioramento delle condizioni di lavoro, totale sburocratizzazione, controllo ispettivo sul lavoro dei docenti, superamento dell’inutile autonomia e dell’attuale sistema di governance, compreso l’istituto della dirigenza, risparmi e tagli sugli esami di stato e sulle bocciature, attacco frontale ai diplomifici privati. Altro che chiacchiere.



A dieci anni dalla tragedia di Beslan

storia Posted on Lun, Settembre 01, 2014 00:36:35

Dieci anni fa dedicavo alla terribile tragedia di Beslan questi umili versi. Li riporto qui in memoria delle vittime.

Osservando una fotografia di bambini che ritornano a scuola a Beslan dopo la tragedia

La scuola è linda
con il parquet
i banchi
di legno.
Le giacchette blu
i fiocchi
bianchi.
Che dignità
che nitore
nelle aule semivuote
all’appello del dolore.
Non so però
se è più amaro
l’orrore violento
o il lento tarlo
che da noi
la notte e il giorno
divora
il ragazzo senza pensiero
il maestro senza parola.



Language immersion

vita scolastica Posted on Sab, Agosto 30, 2014 14:14:08

Quest’anno inizia alle superiori l’obbligo di insegnamento in lingua di intere parti di discipline. Un esempio lampante del velleitarismo e provincialismo della classe dirigente italiana, che, sia detto ‘en passant’, impone agli altri quello che essa stessa non si sogna nemmeno lontanamente di praticare. Le profondità di discipline scientifiche, filosofiche, storiche, letterarie saranno affidate a docenti che biascicheranno quattro frasette in una lingua incomprensibile a tutti e parlata in nessun luogo. Si tenga presente che non è raro in Italia il docente di lingua straniera che non pratica la lingua straniera che dovrebbe insegnare. Fatte salve le lodevoli eccezioni, immaginate un docente non di lingua che ha fatto un corsetto striminzito per imparare un po’ di inglese o francese, e che poi spaccia i contenuti della propria disciplina attraverso questa lingua veicolare. Ma che veicolo sarà? Un carretto a pallini direbbero dalle nostre parti. Le scienze, la filosofia, la storia, la letteratura viaggeranno su traballanti carretti a pallini. Bon voyage!



Nietzsche e le lingue

vita scolastica Posted on Sab, Agosto 30, 2014 13:57:16

“L’imparare molte lingue riempie la memoria di parole invece che di fatti e di pensieri; mentre la memoria è un serbatoio che in ogni individuo può ricevere solo una certa limitata massa di contenuto. Poi, l’imparare molte lingue nuoce in quanto produce l’illusione di una grande versatilità ed effettivamente conferisce anche un certo ingannevole prestigio nei rapporti con gli altri; nuoce poi anche indirettamente perchè ostacola l’acquisizione di cognizioni solide e l’intenzione di meritarsi la stima degli uomini in maniera onesta. E’ infine l’ascia che viene posta alla radice di un più fine senso della lingua nella favella materna: esso viene in tal modo irreparabilmente danneggiato, rovinato. Entrambi i popoli che hanno prodotto i maggiori stilisti, Greci e Francesi, non imparavano lingue straniere”.

F. Nietzsche, Umano troppo umano, Parte V, 267.



Italo Calvino sul dramma palestinese. 46 anni fa

attualità Posted on Mer, Agosto 27, 2014 00:49:50

“… Il dramma dei palestinesi perseguitati ha una speciale risonanza perché i loro attuali persecutori hanno sofferto – in loro o nelle loro famiglie – persecuzioni tra le più atroci e inumane sotto il nazismo e anche molto prima per secoli e secoli. Che i perseguitati d’un tempo si siano trasformati in oppressori è per noi il fatto più drammatico…”
Italo Calvino, Lettera a Issa I. Naouri, 1968, in I libri degli altri, Torino 1991, p. 575.



Gentile su Marx

filosofia Posted on Mar, Agosto 26, 2014 16:18:34

Breve saggio sull’interpretazione di Marx in due operette di Gentile.