Raramente sono d’accordo con Roger Abravanel. Questa volta sì, in toto. Scrive su Corriere.it: “Esistono Paesi, come la Finlandia, che hanno ottimi sistemi educativi. Eppure non valutano le scuole e non differenziano gli stipendi degli insegnanti per merito. Come ci riescono? Puntando moltissimo sulla selezione all’ingresso degli insegnanti (una professione che attira i migliori laureati) e su una vera formazione, fatta in classe da professori esperti e non attraverso corsi di aggiornamento. Proprio le due leve che questo decreto sembra ignorare o addirittura penalizzare“. I punti sulla scuola di Renzi non hanno niente di nuovo, niente di veramente pensato, e mirano intanto ad un obiettivo immediato: impedire una resistenza organizzata del corpo docente all’ennesimo attacco alla scuola pubblica, creando false aspettative (stabilizzazione in un colpo di 150.000 precari, si vabbé…), divisioni tra pseudo-meritevoli e non meritevoli alla caccia dell’euro in più, illusioni su un dibattito di mesi, che servirà solo a distrarre e a creare ulteriori false aspettative. Non è un dire no a priori alle proposte di Renzi. E’ la constatazione che quel che dice è vecchio e sbagliato. Del resto non mi pare che né lui né la Giannini sappiano qualcosa realmente di scuola. E quel che effettivamente c’è nei punti è roba trita e ritrita. Un’inversione radicale nella scuola sarebbe data solo da: aumento generalizzato degli stipendi, in modo da attrarre una fascia medio-alta fra i laureati, miglioramento delle condizioni di lavoro, totale sburocratizzazione, controllo ispettivo sul lavoro dei docenti, superamento dell’inutile autonomia e dell’attuale sistema di governance, compreso l’istituto della dirigenza, risparmi e tagli sugli esami di stato e sulle bocciature, attacco frontale ai diplomifici privati. Altro che chiacchiere.