Da qualche parte Hegel nelle Lezioni sulla filosofia della religione afferma che i commenti ai testi sacri dicono di più sull’epoca dei commenti stessi che sui testi sacri. Così, Mario Martone con il suo film su Leopardi ci rivela molto di più del nostro tempo che non su Leopardi stesso. Alla legge del circolo ermeneutico non sfugge nemmeno questo mio breve post, che probabilmente rivelerà qualcosa più su me, sui miei criteri di giudizio, che sul film di Martone. Ci confrontiamo con l’altro per conoscere meglio noi stessi. Così, tra rimandi speculari e inevitabili pregiudizi, il lettore veda, se gli interessa e se ha pazienza, di cavarci qualcosa da sé sul film o su Leopardi.

Fare un film su Leopardi non è certo impresa semplice. E il regista ha avuto coraggio. Virtù che ha già mostrato nel suo corpo a corpo con il Risorgimento in Così credevamo. Per di più ha voluto fare un film sulla vita di Leopardi, con ciò mostrando ulteriore coraggio. La vita del poeta recanatese, non fu quella, che so, di un Foscolo. Fu oltremodo breve, priva di grandi gesta, principalmente assorbita nel tormento del pensiero e della poesia. Una vita non avventurosa, né vissuta secondo i criteri più comuni, paralizzata dall’educazione familiare, dallo studio, dalla deformità, dalla malattia. Una vita che consumò rapidamente sé stessa nell’impossibilità di sapersi vitale, di viversi nell’energia dello slancio. E il regista sceglie deliberatamente di non mettere al centro la grandezza della poesia e del pensiero, ma la fragilità dell’uomo con la sua progressiva decadenza, la mancanza di pienezza, il rimanere bambino, nella purezza dello sguardo, certo, ma anche nell’infantilismo dei pochi vizi.

Il dramma dei primi anni è molto ben sviluppato, con la capacità di dare spessore tragico alla figura di Monaldo e all’anaffettività bigotta di Adelaide Antici, e complice levità al rapporto col fratello Carlo e la sorella Paolina. Dopo, il film prende una piega monotona, nel rapporto monocorde con l’amico Ranieri, alter ego sano e vitale del poeta, proprio quando ci si aspetterebbe che la fuga dal chiuso mondo recanatese possa aprire una prospettiva più movimentata e complessa. Il primo soggiorno romano non è raccontato, perdendosi così l’elemento del ritorno a Recanati e del successivo distacco. Si dirà, non si voleva fare un documentario. Però proprio la cronaca di un disfacimento sembra essere la seconda parte della narrazione che indulge sui fallimenti amorosi, la malattia, i traslochi, l’incapacità di vivere, l’asocialità, il dileggio e l’incomprensione di popolani e letterati, fino a presentarci il sommo poeta come una macchietta all’interno di un bordello preso in giro da un transessuale e da monelli. Un po’ troppo, a mio parere, anche se la scena del bordello avrebbe mantenuto una sua suggestività senza la sciocca appendice vladimirluxuriana.

Martone però non dimentica la poesia e la filosofia, e le scene più belle del film sono quelle dei versi del recanatese recitati o pensati – sullo sfondo meditativo di stupende immagini naturali – del dialogo con una mostruosa donna Natura, delle sentenze graffianti sputate in faccia agli intellettuali. Il vero Leopardi, lo sa anche Martone, è questo. E, in fondo, questa è la sua vera vita, vissuta in una dimensione di profondità e grandiosità tali da valere le vite di cento e mille altri uomini “normali” o persino avventurosi. E quando il regista segue il “vero” Leopardi, anche il film diventa grandioso, emozionante, profondo. Ma lo segue poco, preferisce giocare questa dimensione di profondità e immensità dell’animo del Poeta in contrasto con la pochezza fisica ed esistenziale, preferisce inseguire il disfacimento fisico, l’incapacità sessuale. Perché? Alla fine lo spettatore avrebbe desiderato ancora più poesia e ancora più filosofia leopardiane. E invece si ritrova costretto fino alla noia dietro a Leopardi al bar che reclama il gelato, sempre più deforme e caricaturale. Durante la visione mi veniva in mente Morte di un matematico napoletano sugli ultimi giorni di Caccioppoli e non mi ricordavo, sul momento, che è proprio il film di esordio dello stesso Martone. E’ proprio vero che ogni regista gira sempre un unico film. Poi mi veniva in mente il sordido Faust di Sokurov. Per la nostra epoca ossessionata dalla prestanza fisica, dal salutismo e dall’igiene, vedere un corpo deforme che vaga tra il colera e che non si cambia mai la biancheria è una sorta di incarnazione dei peggiori disvalori. Oggi Leopardi sarebbe uno sfigato penserà un certo pubblico, come generazioni di studenti hanno dedotto il pessimismo dalla gobba. Il problema però secondo me è il seguente: oggi Leopardi avrebbe potuto essere Leopardi? E abbiamo ancora poeti che sappiano trovare le parole per parlare dell’infinito, del nulla, della natura e della morte, come fece il grande recanatese? E queste domande gettano uno sguardo inquietante su di noi.

Straordinaria l’interpretazione di Elio Germano.