In questi anni di crisi economica, il settore primario e il secondario hanno espulso lavoratori, creando disoccupazione. Il terziario ha continuato ad assumere, almeno fino a qualche tempo fa. Da sei mesi in Francia anche il terziario espelle lavoratori e crea disoccupazione. Una situazione analoga è presumibile anche in Italia, pur in mancanza, ancora, di cifre circostanziate. Alcuni analisti interpretano il dato come l’inizio di una ristrutturazione della nostra società ancora più radicale di quella prodotta dalla crisi. Semplicemente, sta scomparendo il lavoro, non solo quello in fabbrica, sostituito da robot o delocalizzato, ma anche quello di concetto, sostituito da algoritmi, software, procedure informatiche. Anche i lavori di cura della persona iniziano a essere svolti da macchine sempre più precise. Ciò significa che occorre immaginare società con un 25-30% di disoccupati fissi, ai quali occorrerebbe garantire un reddito, per lo meno tassando le rendite prodotte al capitale dal lavoro delle macchine. Lo proponeva già l’economista svizzero Jean de Sismondi ai primi dell’800. Ritorna adesso in vari programmi politici l’istituzione del reddito di cittadinanza, garantita da una tassazione delle rendite finanziarie. Anche ammessa una soluzione del genere, rimarrebbe il problema: chi farà dei disoccupati, mantenuti con reddito di cittadinanza, dei cittadini? Non più il lavoro, che una volta educava alla dignità, al diritto, alla responsabilità. Resterebbe la scuola, che dovrebbe sempre più essere orientata ad un insegnamento di tipo critico, filosofico, valoriale (in senso pluralista) per aiutare a formare identità salde, nonostante la perdita del lavoro come luogo della formazione della persona, e di tipo scientifico superiore verso la ricerca pura e l’innovazione. Già negli anni ’50 Marshall McLuhan prevedeva che l’unico lavoro del futuro sarebbe stato quello dell’insegnante. Se l’analisi e le previsioni vanno nella direzione giusta, ciò significa che chi oggi vuole una scuola orientata principalmente alla formazione lavorativa è, come spesso accade, una pseudoavanguardia, in realtà una pericolosa retroguardia. Credono di essere avanti, ma i loro discorsi, andavano bene, sì e no, cinquant’anni fa. Si rischia di creare eserciti di diplomati e laureati tecnici, futuri disoccupati, totalmente privi di qualunque capacità di ricerca e di comprensione del proprio tempo.