Schopenhauer fu il primo filosofo a comprendere che la filosofia ritornava ad essere letteratura, ovvero mito, racconto, narrazione. E quindi scrisse di filosofia con stile, adoperando parole leggiadre e sferzanti ad un tempo.

E ritmo e verve. Il pensiero abbandona l’architettura per tornare ad essere musica. Non più spazio dentro cui abitare al riparo, illusoriamente protetti, ma canto interiore che consola o incita o, semplicemente accompagna lungo i sentieri di ciò che non è riconducibile a coerenza, ad ordine, a sistema.

Tra gli ultimi saggi di “Parerga e Paralipomena” merita di essere tenuto sempre presente, soprattutto nei nostri giorni, quello che ha per titolo “Del chiasso e dei rumori”. Chi può godere del piacere intellettuale del pensiero, della musica del pensiero, questa sinfonia che ha imparato ad orchestrare fin dalle prime letture, dalle più antiche infantili solitudini, detesta i rumori, il chiasso, il frastuono. Chi ha una musica interiore non ama che essa venga interrotta per nulla.

“Tutti gli spiriti eminenti sono sempre stati estremamente ostili a ogni disturbo, interruzione e distrazione, ma soprattutto al disturbo violento dovuto ai rumori; mentre gli altri individui non ne vengono irritati in modo particolare. La più ragionevole e spiritosa delle nazioni europee ha perfino chiamato la regola NEVER INTERRUPT (NON INTERROMPERE MAI) undicesimo comandamento. Il chiasso è la più impertinente di tutte le interruzioni, poiché interrompe, anzi perfino spezza i nostri pensieri”.

A. Schopenhauer, Del chiasso e dei rumori