Le indagini di Sciascia hanno una caratteristica ricorrente: esordiscono con fiducia illuministica, proseguono con asciuttezza e rapidità, assemblando con destrezza le tessere che devono comporre il disegno. Ma l’ultimo tassello quasi sempre è mancante e in quel piccolo vuoto si spalanca un abisso che si affaccia sull’incompreso, sul mistero, sull’indicibile. L’ultima parola, la prosecuzione più sensata del discorso è affidata al margine bianco della pagina, al silenzio. Non c’è mai una perentorietà assertiva nelle sue conclusioni, ma sempre un rimando: ad un inevitabile supplemento di indagini, ad una sosta di riflessione, ad un nuovo interrogarsi. In questo senso, il finale de La scomparsa di Majorana è emblematico: un convento, un monaco votato al silenzio, un dialogo elusivo, un restare sospesi…

“Come tutti i siciliani ‘buoni’, come tutti i siciliani migliori, Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della ‘cosca’)”.

“Perché la sua scomparsa noi la vediamo come una minuziosamente calcolata e arrischiata architettura; qualcosa di simile alla beffa architettata da Filippo Brunelleschi a danno del Grasso Legnaiuolo”.

“Nato in questa Sicilia che per più di due millenni non aveva dato uno scienziato, in cui
l’assenza, se non il rifiuto della scienza era diventata forma di vita”.