Scrivere una vita
romanzata di Casanova sarebbe stato un puro nonsense. Zweig realizza,
dunque, con la “materia” Casanova un’opera diversa. E meritoria. Egli ha il
coraggio e l’acume di accostare l’avventuriero veneziano a Stendhal e Tolstoj
in una ideale trinità di invincibili della scrittura, tentando, in nove brevi
capitoli, un’analisi della multiforme personalità del veneziano.

Lo scrittore viennese mette a fuoco
progressivamente il genio casanoviano, ma non fino in fondo. Alcune pagine sono
più fluide e appassionate, come quelle in cui analizza il rapporto con la
donna, contrapponendo, correttamente, Casanova a Don Giovanni; oppure quelle in
cui esalta le qualità letterarie del vecchio cavaliere di Seingalt. Altre sono
più impacciate, gravate da qualche riserva. In alcuni capitoli è come se la
cultura filosofico-letteraria del mitteleuropeo, anziché aiutare a comprendere
meglio il caso “Casanova”, proiettasse un’ombra un po’ snobistica e impedisse
all’autore di riconoscere al grande veneziano un profilo intellettuale
compiuto. C’è poi, qua e là, come un’invidia latente (pronta ad esplodere in
qualche rimbrotto) per l’uomo completo che ha saputo godere non di
una sola, ma di cento vite, e al tempo stesso è riuscito a consegnarsi all’immortalità
letteraria. Forse, un residuo di spiritualismo tardoromantico impedisce a
Zweig di comprendere fino in fondo il secolo stesso di Casanova.

Inoltre, alcuni aspetti che avrebbero aiutato l’indagine psicologica restano proprio non toccati, come ad esempio il
rapporto di Casanova con la malattia, con il cibo. Lo stesso tema del denaro è
non ben approfondito, rispetto al materiale che la Storia della mia vita offre. In ogni caso, il ‘saggio’ su Casanova, riproposto singolarmente in
questa edizione Castelvecchi, Roma 2015, merita di essere letto e conosciuto: è
un Casanova ricco e non stereotipato quello che Zweig offre al lettore, in una sorta
di brillante e colta introduzione alle Memorie.

“Casanova non vuole avere né conservare nulla, nulla vuole contare e nulla
possedere, poiché ciò che richiede la sua scatenata passione non è di vivere
una vita sola ma cento in un’unica esistenza”.

“Colui che non è mai stato né mai ha voluto essere qualcosa, diventa uno dei
poeti dell’esistenza più impareggiabili”.

“Poiché vedere le donne felici, beatamente sorprese, affascinate, ridenti e
rapite è per Casanova il piacere in cui culminano tutti i piaceri”.

“L’ho appena detto: onestà, parola che riempie di stupore a sentirla usare per
Casanova. Ma non serve: proprio nel gioco d’amore bisogna riconoscere a questo
baro incorreggibile, a questo lestofante consumato, una specie di probità”.

“Ognuno è libero di definire questa specie d’erotismo amore inferiore, puramente sessuale, epidermico, animalesco e
senz’anima, ma non si tenti di negarne la probità”.

“Non provoca disastri né disperazioni, ha reso molte donne felici e nessuna
isterica, tutte tornano, per nulla danneggiate dall’avventura puramente
sensuale, alla loro vita quotidiana, ai loro uomini o altri amanti. Ma nessuna
si suicida o si dispera, il loro equilibrio interno non appare turbato, anzi,
nemmeno toccato poiché l’inequivocabile e, nella sua univocità, sana passione
di Casanova non è arrivata alla profondità del loro destino. Casanova passa su
tutte come un vento tropicale, che le fa fiorire a più calda sensualità. Le
infiamma senza bruciarle, le conquista senza distruggerle, le seduce senza
traviarle”.

“accanto a lui, di sangue più nobile e indole più scura e molto più demoniaco
come apparizione, sta il suo rivale spagnolo Don Giovanni”.

“E in effetti le donne, una volta vinte da quella fredda tecnica, pensano a Don
Giovanni come al demonio in persona, odiano con tutta la foga del loro amore di
ieri il loro più grande nemico che già all’indomani rovescia sulla loro
passione la gelida doccia della sua risata beffarda […] Le donne che si sono
date a Casanova, invece, lo ringraziano come fosse un dio e ne ricordano
volentieri l’amplesso ardente poiché non solo lui non ha tolto loro nulla in
quanto a sentimenti e non le ha offese nella loro femminilità, ma anzi le ha
arricchite di una nuova consapevolezza. Proprio quello che il satanista
spagnolo Don Giovanni le costringe a disprezzare come umiliazione suprema,
ardore bestiale, momento del diavolo, debolezza femminile e cioè l’ardente
corpo nel corpo, l’infiammato abbandonarsi, è per l’appunto ciò che Casanova,
il delicato ‘magister artium eroticarum’, insegna loro come il vero senso, come
il più beato dovere della loro natura di donna”.

“Se in principio si sorride un po’ freddamente alle spiritosaggini e alle
spacconate di questo filou travestito da filosofo, al sesto, al decimo, al
dodicesimo volume si è già disposti a ritenerlo il più savio degli uomini e la
sua filosofia della superficialità la più intelligente e affascinante di tutte
le dottrine”.

“Che ricchezza! Soldati e principi, papi e re, furfanti e bari, commercianti e
notai, evirati ruffiani cantanti, vergini e prostitute, scrittori e filosofi,
savi e pazzi, il più divertente e ricco serraglio umano che una persona sola
abbia mai messo insieme entro il chiuso recinto di un libro”.

“Qui, come sempre, la disinvoltura fa il perfetto narratore. Lo scrittore più
consumato e noi tutti che ci affatichiamo intorno al suo ritratto non saremmo
capaci di rifare plasticamente Casanova come fa lui stesso con la sua assoluta
e spensierata noncuranza: come si arriva a conoscere un carattere addirittura
fin nella fisiologia grazie a quest’impareggiabile schiettezza!”.