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filosofia&storia

Alberto Savinio, Partita rimandata. Diario calabrese, 1996 (1948)

letteratura Posted on Mar, Gennaio 03, 2017 15:23:16

Di digressione in digressione, di tangente in tangente, Savinio ci conduce lungo una galleria di pittura metafisica, dove le persone diventano cose e animali, le cose si animano, gli spazi si aprono silenziosi e geometrici, oppure silenziosi e perduti. Il mito si rinnova o si rinnega, un fiume di secoli lo sedimenta o lo distrugge. L’immagine si sostanzia in parola e in pensiero. Parola così forbita, mai snob.

“Ed è appunto ora, spariti i modelli del bello e del brutto, e in procinto di sparire quelli del bene e del male, che comincia la vera condizione ‘cristiana’”.

“I libri di Giulio Verne ho cominciato a leggerli intorno agli otto anni. Altri libri ho letto nel frattempo, tra cui l’Etica Nicomachea, il De Monarchia, la Critica della ragion pura; e ora, superato il mezzo secolo di vita, questi libri non li leggo più, quelli invece continuo a leggerli con dilettazione sempre maggiore e chissà che…”

“Ciascuno ha l’Hemingway che più gli talenta. E’ dalla bocca dello Stromboli, portati da un tapis-roulant di lava, che il professore Lidenbrock e i suoi compagni di viaggio – entrati nel cratere dello Sneffels, in Islanda, e traversato il viscere della terra, nel quale sotto cieli densi di vapori si stendono oceani interni in riva ai quali pastori di là da ogni storicità stanno a guardia di armenti di megateri – riescono alla superficie del globo, si trovano tra gli ulivi, i vigneti e i fichidindia, incontrano un fanciullo lacero e sofferente, che alla vista di quegli esseri irsuti e combusti che gli pongono domande moltilingui, risponde: ‘Stromboli’, e fugge impaurito”.

“Siamo per arrivare a Cosenza. Nella cattedrale di Cosenza, Tommaso Campanella passò una notte intera a colloquio col cadavere di Bernardino Telesio. Questo colloquio notturno, nella tenebrosa vastità della chiesa, tra un filosofo vivo e un filosofo morto, è uno degli episodi più drammatici e assieme più commoventi che io mi conosca. Quanto amore, quanta venerazione di discepolo! Quando Campanella seppe che il suo maestro era morto, lui, che in vita non era mai riuscito a vederlo, corse a Cosenza per vederlo almeno morto, entrò nella cattedrale ove la salma era stata portata e deposta sul catafalco, eluse la vigilanza dei guardiani, passò la notte presso la bara. Ma da dove partì Campanella per arrivare a Cosenza? Da Stilo, sua città natale, no. Troppo lontana. E allora?”



Leonardo Sciascia, “I pugnalatori”, 1976

letteratura Posted on Mar, Gennaio 03, 2017 14:44:04

L’oscura vicenda ricostruita ne “I pugnalatori”, consente a Sciascia di far vedere in controluce tanti mali dell’Italia dei suoi tempi: la radicale incomprensione tra Sud e Nord del Paese, la strategia della tensione, le stragi impunite, l’opacità del potere, i giornalisti come mestatori.

(Parlando del principe di Sant’Elia) “La peculiare disposizione della sua classe – in lui magari più pronta e affinata – a mutar tutto e anche se stessa, per non mutar nulla, e tanto meno se stessa: e rimandiamo a I Viceré di Federico De Roberto e a Il gattopardo di Giuseppe Tomasi”.

“Complottavano; e con tutta probabilità, a livello della plebe cittadina, della camorra rionale e della mafia rurale, contavano dalla loro parte quegli elementi stessi che il partito borbonico contava dalla sua: il che può sempre accadere ai ‘partiti esagerati’ in Sicilia e ovunque sia in corso una sicilianizzazione, e cioè una disgregazione sociale secondo l’antico e stabile modello siciliano”

“un ‘sommesso sussurro’, dice Giacosa: ed evitò di raccoglierlo fin oltre il processo ai dodici, non sapendo che a Palermo qualcosa di vero soltanto si può apprendere per ‘sommessi sussurri'”.