L’oscura vicenda ricostruita ne “I pugnalatori”, consente a Sciascia di far vedere in controluce tanti mali dell’Italia dei suoi tempi: la radicale incomprensione tra Sud e Nord del Paese, la strategia della tensione, le stragi impunite, l’opacità del potere, i giornalisti come mestatori.

(Parlando del principe di Sant’Elia) “La peculiare disposizione della sua classe – in lui magari più pronta e affinata – a mutar tutto e anche se stessa, per non mutar nulla, e tanto meno se stessa: e rimandiamo a I Viceré di Federico De Roberto e a Il gattopardo di Giuseppe Tomasi”.

“Complottavano; e con tutta probabilità, a livello della plebe cittadina, della camorra rionale e della mafia rurale, contavano dalla loro parte quegli elementi stessi che il partito borbonico contava dalla sua: il che può sempre accadere ai ‘partiti esagerati’ in Sicilia e ovunque sia in corso una sicilianizzazione, e cioè una disgregazione sociale secondo l’antico e stabile modello siciliano”

“un ‘sommesso sussurro’, dice Giacosa: ed evitò di raccoglierlo fin oltre il processo ai dodici, non sapendo che a Palermo qualcosa di vero soltanto si può apprendere per ‘sommessi sussurri'”.