Poiché Candido vive come si dovrebbe vivere, ecco che passa di volta in volta agli occhi dei più per stolido, ingenuo, fatuo, eretico, imbecille, folle. Ma lui, fuori da ogni chiesa, congrega e conventicola, ha vissuto la sua vita in serenità, senza rinunciare alle sue lotte e ai suoi principi, senza scendere a compromessi, in compagnia di un animo non contorto, di un amore fedele, dissolvendo con la parola e con l’esempio di vita ogni stereotipo conformista, ogni movenza da gregge. Autobiografico e profondo, ma limpido e lieve, un romanzo e una vita che hanno cercato di librarsi leggeri ma ricchi su di un tempo povero, ma greve, “assai greve”.

“Come una pagina bianca, il nome Candido: sulla quale, cancellato il fascismo, bisognava imprendere a scrivere vita nuova. L’esistenza di un libro intitolato a quel nome, di un personaggio che vagava nelle guerre tra àvari e bulgari, tra gesuiti e regno di Spagna, era perfettamente ignota all’avvocato Francesco Maria Munafò; nonché l’esistenza di Francesco Maria Arouet, che di quel personaggio era stato creatore. Ed anche alla signora, che qualche libro lo leggeva; a differenza del marito che non uno ne aveva mai letto se non per ragioni di scuola e professione. Come poi entrambi avessero attraversato ginnasio, liceo e università senza mai sentire parlare di Voltaire e di Candido, non è da stupirsene: capita ancora”.

“Non conoscevo che chiese barocche, barocche in tutto: tu entri per sentire la messa, per pregare, per confessarti; e sei entrato invece nel ventre della ricchezza… Ma la ricchezza è morta ma bella, bella ma morta: l’ha detto qualcuno, forse non precisamente in questi termini. E credo che gli uomini che sanno qualcosa di sé, che vivono e si vedono vivere, si dividano in due grandi categorie: quelli che sanno che la ricchezza è morta ma bella e quelli che sanno che è bella, ma morta”.

“Ma tutti quei dogmi, quei simulacri, quei simboli che tu credi di aver abbattuto, vanno a raccogliersi e nascondersi nel corpo della donna, nell’idea dell’amore o semplicemente nel fare all’amore”.

“Ma vedi: Stalin stava al marxismo così come Arnobio stava al cristianesimo. In entrambi era un grande e totale disprezzo per l’uomo, per l’umanità; un gigantesco pessimismo. Arnobio credeva si potesse avere salvezza soltanto dalla Grazia, la forza dell’uomo essendo naturalmente insufficiente al raggiungimento del bene. E anche Stalin: solo che la Grazia di Stalin era la polizia: una Grazia che si manifestava diciamo per esclusione, mentre quella di Arnobio per inclusione… Una Grazia, quella di Stalin, che graziava coloro che non toccava… E sto pensando ad Arnobio, è il caso di dire, non gratuitamente… Sai chi l’ha scritta la cosa più viva, direi anche la più commovente, sui suoi sette libri dell’Adversus nationes? Concetto Marchesi, il più strenuo stalinista, o almeno il più scoperto che il nostro partito abbia tollerato dopo il rapporto Krusciov”.