Dopo una riflessione sul conformismo dei giornali e su come occorra andare a cercare dei giudizi originali altrove (nei piccoli giornali, dice lui), oggi direbbe nei blog in rete, una sfolgorante intuizione sul Vangelo di Giovanni, confermata dall’esegesi e dall’archeologia più recenti: “Non so molto di esegesi e critica evangelica, ma nel Vangelo di Giovanni sento la verità della cosa vista, della cosa sentita […] e in conclusione: alla domanda di Pilato – ‘Che cosa è la verità?’ – si sarebbe tentati di rispondere che è la letteratura”. E poco oltre, ritornando sul caso Moro, “la letteratura […] è la più assoluta forma che la verità possa assumere”. E ancora, la letteratura: “sistema di ‘oggetti eterni’ […] che variamente, alternativamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, tornano a splendere e ad eclissarsi – e così via – alla luce della verità”. Ecco, questo passare dalla cronaca al mistero, dalla fisica alla metafisica, sempre razionalmente, è la ragione fondamentale per cui occorre leggere questo straordinario diario di un decennio terribile (1969-1979).

“Il più bello esemplare di fascista in cui ci si possa oggi imbattere (e ne raccomandiamo agli esperti la più accurata descrizione e catalogazione) è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dar del fascista a chi fascista non è”.

“i libri di scuola allora non si buttavano via: giustamente, come è invece giusto buttarli via oggi”.

“Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è anche leggerezza, che sa essere ‘leggera’, può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità”.

“Sono uno degli ottomila italiani […] che denunciano quel reddito che dovrebbe essere denunciato da almeno trecentomila: e tanto per dire, tanto per inimicarmi una categoria, da quasi tutti i medici che esercitano nel territorio della Repubblica. E vivo, di fronte alle tasse, non nel sogno di occultare qualche entrata, ma nell’incubo di dimenticare a denunciarne qualcuna”.

“Nelle nostre librerie è ormai impossibile trovare un libro che non sia di giornata, come le uova”.

“In questo nostro paese quant’è difficile incontrare le persone che veramente si stimano e si ammirano; e quanto facile, fino all’esasperazione, incontrare invece quelle che profondamente disistimiamo. ‘Un enorme mostro di noia’: è una delle ultime battute di Flaiano sull’Italia”.

“Io ho votato comunista perché soltanto il comunismo potrà rompere le reni a questi operai”

“Quando c’è in giro tanta pietà per gli animali, pochissima ne resta per l’uomo”.

“Dei cretini intelligentissimi. Sembra impossibile: ma ce ne sono”.

“A cena con un fisico. Sto in silenzio ad ascoltare i suoi discorsi sulla scienza. Turbato in principio, poi annientato. Uscendo mi ritrovo a ripetere la frase di Matteotti appena sceso dal treno che lo riportava dalla Russia (o ricordo male?): “Orrore, amici miei, orrore”.

“Il trecentonovantunesimo numero di ‘Charlie Hebdo’ ha in copertina un Paolo VI che con una grinta alla Edward G. Robinson e impugnando una pistola per mano dice: ‘Finiamola di pregare!”

“Su ‘L’Espresso’ del 25 giugno, questa dichiarazione dell’onorevole Francesco Mazzola, democristiano, sottosegretario al ministero della Difesa: ‘La gente s’aspetta da noi soprattutto una persona onesta. L’unico per cui mi sentirei di mettere la mano sul fuoco, per sette anni, è Zaccagnini’. Sta parlando, si capisce, dell’uomo da mandare al Quirinale. Sembra di sognare. La DC è il più grande partito politico italiano, tra deputati e senatori dovrebbe poter contare su circa mezzo migliaio di persone oneste: oneste per definizione, se il partito le ha proposte all’elettorato e se l’elettorato le ha riconosciute come tali e sufficientemente suffragate per il Parlamento. Senza dire degli onesti in riserva, che dovrebbero essere almeno dieci volte tanto: e cioè quelli che sono stati presentati e non sono stati eletti. Ma fermandoci agli eletti: si può anche ammettere un margine d’errore, e per il partito e per l’elettorato, e considerare anche che qualcuno possa essersi guastato dopo, ad elezione avvenuta. Vogliamo far buono (e cioè cattivo) un dieci per cento? Sarebbe un po’ troppo per qualsiasi partito, per qualsiasi parlamento. Ma all’onorevole Mazzola non basta. Ne salva uno solo. E sembra di capire che ce ne sono altri di cui si fiderebbe: ma non per sette anni. Per un anno, due, tre: va bene. Ma per sette anni! Continuare ad essere onesti per sette anni, stando alla presidenza della Repubblica, attinge all’eccezionale, al sovrumano, alla santità. A conoscenza dell’onorevole Mazzola c’è solo un esemplare nella Democrazia Cristiana, che rappresenta la specie estinta delle persone oneste, delle persone di provata e durevole onestà: ed è Zaccagnini. E onestamente: è troppo poco.”

“La lettura dei giornali mi dà neri pensieri. Neri pensieri sui giornali appunto, sul giornalismo. I giornali mi si parano davanti come un sipario. Più esattamente come un velario, poiché qualcosa di quel che si muove dietro, degli oggetti che ci stanno, della scena che si prepara, la lasciano intravedere. Solo che ci vuole un occhio abituato, un occhio allenato. Non acuto, ché non basta. Esperiente. Di un’esperienza che non tutti hanno. C’è poi, impressionante, l’uniformità. Qualche differenza nel riferire i fatti si può cogliere. Ma raramente nel giudizio sui fatti. Parlo, naturalmente, dei giornali più diffusi. Tra i piccoli e meno diffusi, la valutazione dei fatti muta da giornale a giornale. Dovremmo abituarci a leggere i piccoli e meno diffusi e a trascurare quelli dalle alte tirature?”

“Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra: ma mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Tra non molto, forse, saremo costretti a celebrarne l’Epifania”.

“Mi piace fermare, per me e di me, un pensiero che mi è venuto leggendo nei Feuillets una citazione di Balzac che a sua volta cita Buffon: ‘Si, comme l’a dit Buffon, l’amour est dans le toucher…’ ‘L’amore è nel tatto’. Una di quelle verità così lampanti che difficilmente, se non al genio, si rivelano. (E il genio, secondo Buffon, è una ‘grande attitudine alla pazienza’: la pazienza, per esempio, di aspettare una rivelazione come questa.) Ed il pensiero che mi è venuto è questo, dilettevole di filologia alla Borges: Buffon annota questa rivelazione, Balzac la convalida un secolo dopo, Gide un secolo dopo Balzac; io la riscopro vera sessantasei anni dopo che Gide l’ha annotata nei Feuillets. Gide aveva allora quarantatre anni. Io ne ho cinquantasei nel momento in cui la ricevo da lui. Quanti anni aveva Buffon quando l’ha pensata e quanti Balzac quando, ne Le Paysans, l’ha citata? E in conclusione: è una verità, questa, che – anche se è vera da prima – può rivelarsi ad un uomo che non abbia superato quello che Gongora chiama il ‘climatérico lustro de la vida’?”.