Anche su Casanova Sciascia scrive tra le cose più interessanti e precise che si possano leggere. In due brevi note della fine degli anni ’70, intitolate L’utopia di Casanova e Casanova o la dissipazione, ricomprese nella raccolta Cruciverba.

Nella prima, che apparve originariamente in Belfagor nel 1979, l’utopia è l’incesto, il massimo grado di liberazione dal vincolo morale, raggiunto per via razionale. Per Sciascia è fine o scopo di tutta la narrazione della Storia della mia vita. Non solo, ma è come se lasciasse intendere che la centralità dell’incesto rivela quel ‘mistero’ della massoneria che lo scrittore veneziano nelle sue memorie dice ‘indicibile’ e incompreso da molti degli stessi affiliati: l’affrancamento totale da ogni vincolo morale, il superamento completo della legge, e dunque l’avvento del regno dello spirito.

‎”Coloro che entrano nella massoneria solo per carpirne il segreto, possono ritrovarsi delusi. Può infatti accader loro di vivere per cinquant’anni come maestri massoni senza riuscire a ottenere quello che si prefiggono. Il mistero della massoneria, di fatto, è per sua natura inviolabile. Il massone lo conosce solo per intuizione, non per averlo appreso, in quanto lo scopre a forza di frequentare la loggia, di osservare, di ragionare e dedurre. Quando lo ha appreso, si guarda bene dal far parte della sua scoperta a chicchessia, fosse pure il suo migliore amico massone, perché se costui non è stato capace di penetrare da solo il segreto non sarà nemmeno capace di profittarne se lo apprenderà da altri. Il segreto rimarrà dunque tale” (Storia della mia vita, I, 746-747).

Sciascia alla fine della nota afferma: “E non bisogna dimenticare che la consumazione dell’incesto, nel 1770 – dopo ventisette anni di preparazione – avviene sotto segni di massonica fraternità: il marchese di C., marito di Leonilda, e Casanova si sono al primo incontro riconosciuti ed amati come fratelli in massoneria: tra coloro, dice Casanova, che potevano ‘vantarsi di aver visto la luce’. Ed è appunto questa ‘luce’ che sembra conferire all’incesto quel carattere di utopia liberatrice che sotto gli orpelli dottrinari si nasconde nell’Icosameron” (il romanzo fantascientifico pubblicato dal veneziano nel 1788).

Nella seconda, che è un’introduzione all’omonima opera di Robert Abirached, si mette a fuoco la figura dello scrittore veneziano, sottraendola a cattive interpretazioni, come quella del drammaturgo libanese.

Inoltre si chiarisce il rapporto tra Casanova e Stendhal. Casanova è “stendhaliano”, ovviamente non perché Stendhal sia il vero Casanova, come supposto da alcuni critici ottocenteschi, ma perché Stendhal lesse Casanova. Stendhal avrebbe voluto vivere cinquant’anni prima ed essere Casanova, quel Casanova correttamente contrapposto a Don Giovanni da Apollinaire :

Je suis Casanova

L’amant joyeux et tendre

Je dis à l’Amour: «va»,

Il va sans plus attendre

Cueillir le coeur des belles.

J’en ai des ribambelles…

De l’Amour triste et nu

J’ai fait un joyeux drille.

Je n’attaque pas la vertu

Je ne trouble pas la famille

J’aime légèrement.

Si je suis parfois infidèle

Ce n’est que rarement

Que je fais pleurer une belle.

Don Juan

Était tragique et triste

Ainsi qu’un chat-huant.

Longue est la liste

De celles qui moururent pour lui.

Mais moi je ne fais pas de victimes

Je suis le plaisir et non l’ennui

Je commets des péchés, non des crimes.

Je suis gai, tendre et charmant

Je suis le meilleur des amants

Car j’aime légèrement.

Alcuni giudizi contenuti in questa introduzione sono tra i più perspicaci sulla figura del veneziano e non solo:

“Assimilando cattolicamente la moralistica interpretazione di Abirached, Fellini ha fatto di Casanova un triste manovale dell’accoppiamento, un vuoto automa di gesta erotiche”.

“… riteniamo Casanova scrittore, descrittore, di una sessualità che raramente arriva all’erotismo né d’altra parte scade nella pornografia. Altra cosa è lo scrittore erotico. Altra cosa il pornografo. Troppo sano e grossolano per essere scrittore erotico. Troppo ‘formale’ per essere scrittore pornografico”.

Chiosando i versi di Apollinaire: “E non altro, crediamo, sia stato realmente Casanova: nella vita prima pienamente vissuta, poi pienamente scritta”.