Studi sulle radici.
Mario Pacor, Confine orientale. Questione nazionale e
Resistenza nel Friuli e Venezia Giulia
, Feltrinelli, Milano 1964, pp. 388

Italianizzazione dei nomi

Prime organizzazioni fasciste a Trieste, 1919: “Tra i
promotori quel Bruno Coceanig che, italianizzato il nome in Coceani, sarà poi
gerarca fascista dell’industria e prefetto collaborazionista sotto
l’occupazione tedesca” (69).

D’Annunzio a Fiume, seguito di arditi, volontari

“Il 12 settembre 1919 il “poeta-soldato”
entra a Fiume alla testa di una colonna di granatieri, arditi, volontari
giuliani e dal balcone del governatorato proclama l’annessione all’Italia”
(91)

Comunisti e contadini sloveni

Prefetto di Trieste Moroni 1924 scrive al Ministero degli
Interni: “… L’elemento contadino sloveno in buona parte segue le
direttive comuniste” (119)

Repressione antislava

“Ogni minima espressione di consapevolezza nazionale,
come il solo cantare canzoni popolari slave, era presa a pretesto per arresti e
condanne come si trattasse di attività sovversiva e antinazionale”. (120)

Disordini contro i fascisti a Postumia 1927

“Nei pressi di Postumia, dove alcuni ignoti contadini
hanno, tempo addietro, audacemente assalito un posto della milizia fascista, è
stato ritolto, a viva forza, ad un agente delle tasse ciò che egli aveva preso
ai contadini in nome del governo fascista…” (127)

Plebiscito nel 1929…
intimidazioni fasciste.
(128)

Processi del tribunale speciale del 1930

“Il giorno della sentenza una folla di sloveni
esasperati assaltò a S. Pietro del Carso la Casa comunale e i fascisti per
rappresaglia incendiarono numerose case di contadini ritenuti patrioti o
antifascisti” (131)

Le prime bande partigiane… i Brkini

“Nella primavera-estate del 1942 già operavano ovunque
le prime čete (squadre, schiere, compagnie)
partigiane giuliane: la Tolminska četa,
la Vipavska, la Kraška, la Piuska, la Brkinska e la Îstrska četa, ossia le compagnie del Tolminese, della valle del
Vipacco, del Carso, della Piuca, della zona detta dei Brkini e infine
l’istriana” (166)

Rappresaglie fasciste

“Il 5 aprile 1942, in risposta a un’imboscata
partigiana, si inscena un’adunata fascista a Postumia, si terrorizza la
popolazione, si brucia la casa del noto capo partigiano Maslo…” (168)

Le foibe come vendetta rivoluzionaria non etnica

“Che poi non si sia trattato solo di uno sfogo di odio
antitaliano lo dimostra (195) il fatto che nelle foibe si sono trovati anche
resti di numerosi soldati tedeschi, e che vi sono stati gettati anche croati
traditori del loro popolo, ustascia,
cetnici
e domobrani, come non solo croati ma anche italiani furono tra gli
insorti epuratori” (196)

Misure partigiane antifoibe

“Antonio Hrovatin Stevo. Un giorno incontra per via due
contadini armati che spingono avanti un paesano disarmato. Chiede loro dove lo
portino ed essi, ammiccando gli rispondono che vanno a “farlo fuori”.
Con che ordini? Siamo partigiani è la risposta. Capisce di che si tratta, punta
contro di loro il mitra, li disarma e li porta al comando. Risulta che si
tratta d’una vendetta personale, che costui li aveva denunciati per un furto di
bestiame e che essi, usciti di prigione, volevano fargliela pagare. L’uomo non
ha altre colpe ed è liberato, i due disarmati e mandati a casa con un severo
ammonimento” (198)

L’invasione tedesca: Adriatisches Künstenland

“Colonne di poveri soldati italiani disarmati che dalle
caserme vengono condotti alle stazioni ferroviarie per essere spediti in
Germania, ai lati di quelle colonne solo quattro o cinque sottufficiali e
soldati nazisti, comandati sì e no da un ufficiale, che si trasmettono secchi
ordini o avvertimenti, il mitra pronto allo sparo – e spesso sparò contro
qualcuno che tentava la fuga… La notte, nelle città giuliane immerse nel buio
dell’oscuramento e nel profondo silenzio del coprifuoco, il rintronare nelle
vie deserte dei passi delle pattuglie tedesche ed ogni tanto spari di
rivoltella o fucile, raffiche di mitra… Basta la fama di ciò che è l’esercito
nazista, bastano quei primi atti di forza, gli atteggiamenti di spietata
durezza di quegli uomini in quelle uniformi, il tono minaccioso dei pri- (203)
mi bandi, spesso lanciati da aerei in forma di volantini, a far scendere fin
dai primi giorni dell’occupazione, su Udine, Monfalcone, Gorizia, Trieste,
Pola, Fiume come una pesante cappa di terrore, di incubo, di minaccia. La gente
ne è prostrata, annichilita, pare quasi portata fino a parlare sommesso, a non
alzare la voce per non suscitare l’ira di quel mostro che ha ghermito la
regione e la tiene nei suoi tentacoli d’acciaio. Poi, un po’ alla volta, quella
sua presenza diventa abituale, senza per questo essere meno terrorizzante, ché
anzi lo sarà anche maggiormente quando cominceranno le rappresaglie, le retate
di cittadini, le fucilazioni e impiccagioni. Ma la vita, per un momento quasi
sospesa, riprende, la gente rialza la testa, ognuno trova in quella nuova
esistenza, che pur si sente provvisoria, che durerà quanto durerà la guerra, il
posto che gli compete, e sarà per i più di passivo attendismo, per i migliori
figli di questo popolo un posto di lotta e spesso un destino di sacrificio, per
i figli degeneri un posto di collaborazione, da servi del boia. Ancora unaa
volta situazioni complesse, più torbide e confuse che altrove, faranno che
nella Venezia Giulia si pongano alle coscienze drammatici interrogativi, che i
concetti di classe, di nazionalità, di appartenenza statale si presentino in
maniera intricata, impongano scelte difficili e talora laceranti o
apparentemente contraddittorie” (204)

Il 15 ottobre viene istituito l’Adriatisches Künstenland (204)

Sostegno partigiano delle campagne

“Nelle campagne e le valli dell’Isontino, del Carso,
del Postumiese e dell’Istria, le popolazioni slovene e croate erano nella quasi
totalità a favore del movimento partigiano… ” (242)

I cosacchi agosto 1944

“Il Friuli orientale e la Carnia furono, dai primi di
agosto del 1944, meta di una vera e propria trasmigrazione di popoli: dovevano
diventare, secondo la promessa fatta dai tedeschi ai cosacchi, caucasici e
georgiani della Russkaja Osvoboditelnaja
Armija
di Vlasov la loro nuova piccola patria: il Kosakenland in Nord-Italien. Le popolazioni del Friuli orientale,
della Carnia, dell’Isontino, che li videro sempre più numerosi tra le truppe
ausiliarie dei tedeschi e che in vaste zone di qua dall’Isonzo dovettero subire
l’insediamento delle loro famiglie, li chiamarono, chissà perché,
“mongoli”. In realtà erano cosacchi del Don, del Kuban, del Terek,
del Caucaso settentrionale, e soldati caucasici e georgiani, che si erano
arresi ai tedeschi o ne erano stati comunque fatti prigionieri e che, insieme
con intere popolazioni deportate in Germania per il servizio del lavoro o
fuggite dai loro paesi, per tema di rappresaglie, al seguito delle armate
tedesche in ritirata, e agli ordini di ex emigrati zaristi, erano andati
incontro a un ben più tragico destino. Erano stati oltre tre milioni nelle
retrovie del fronte, nei campi di concentramento e di lavoro, in condizioni di
prigionieri e di deportati. Hitler aveva promesso la libertà e la possibilità
di conquistarsi un avvenire a coloro che avessero accettato di combattere con
le truppe tedesche, e duecentomila di essi, chi per attaccamento alle
tradizioni zariste e per odio anticomunista e chi semplicemente per sfuggire
alla vita dei campi, e alla probabile morte nei campi, avevano aderito,
costituendo appunto quell’ “esercito di liberazione” russo che i
tedeschi impiegarono nella repressione del movimento partigiano polacco e
dell’insur- (244) rezione di Varsavia e trascinando poi con sé attraverso la Germania
orientale, l’Ungheria, l’Austria, la Slovenia e la Croazia, fino nel Friuli.

La maggior parte di costoro era già caduta o era stata
dispersa nella lunga trasmigrazione e nelle battaglie che la avevano
accompagnata, sì che in Italia, nella terra promessa, ne erano giunti appena
poco più di ventimilia, molti con le loro donne e bambini, con i loro vecchi, i
cavalli, i carriaggi con le masserizie, perfino cammelli e dromedari. Armati
nelle maniere più inverosimili, con sciaboloni dei tempi dello zar, pugnali,
fucili da museo, uniformi di ogni genere, e con quello zingaresco seguito di
carriaggi con le famiglie e il bestiame, davano effettivamente l’idea d’una
trasmigrazione di popolazioni centro-asiatiche. Le loro ingenue speranze, gli
oscuri drammi degli ultimi mesi di quella loro odissea, le idee contrastanti
che esprimevano all’approssimarsi del disastro per i tedeschi e quindi anche
per essi, la tragica fine della maggior parte di codesti sradicati sotto i
colpi della guerra partigiana, sono narrati in forma romanzata da Bruna Sibille Sizia, giornalista
partigiana che li conobbe da vicino. Varie altre opere ne trattano non in
maniera letteraria ma storiografica le vicende politiche e militari. Il loro
capo, generale Vlasov, catturato dopo la fine della guerra, fu condannato a
morte come criminale di guerra e traditore e fu giustiziato a Mosca” (245)

Prendono parte alla repressione antipartigiana, alcuni
diventano partigiani. Le popolazioni sono costrette ad accoglierli, nelle case,
distruggono i pascoli con i loro cavalli… (245)

Trasporto di feriti partigiani

“Un’altra attività che impegnò costantemente le
formazioni del IX Korpus fu il trasporto dei feriti più gravi, che non potevano
essere curati negli ospedaletti partigiani della regione, nella zona libera del
Notranjsko, di là da Postumia, dove in un campo d’aviazione in località Babno
Polje venivano a prelevarli aerei alleati che li trasportavano in Puglia”
(258).

Due bande di partigiani ottobre 1944

“Il ottobre la Gortan e il Budicin si trasferiscono in
zona slovena, tra il monte Nevoso e il Nanos” (261)

Motto contro il re Pietro che si era fidanzato a Londra

kralj se ženio,
Tito se borio
” , quando il re faceva all’amore Tito combatteva (292)

Fine Aprile 1945 resistenza tedesca

“Frattanto, come da Trieste, anche da Fiume la
maggioranza delle forze tedesche si stava allontanando, ma qui per organizzare
un’accanita resistenza all’avanzata jugoslava sulla linea Clana-Gumanac-Monte
Nevoso” (325)

Trieste come Berlino e la Corea

“Nel suo piccolo, Trieste fu un significativo
precedente di quelle che, con l’acutizzarsi della guerra fredda, sarebbero
state Berlino e la Corea” (328)

15 settembre 1947

“Alla vigilia del 15 settembre dei neo-(344) fascisti
appiattati nel buio spararono raffiche di mitra contro un circolo popolare alla
periferia di Trieste, deliberatamente mirando sui giovani che danzavano sulla
pista all’aperto: una ragazza, Emilia Passerini, fu uccisa, e un’altra rimase
seriamente ferita. L’indomani, a Pola, Maria Pasquinelli, per
“punire” l’Inghilterra, ammazzava a rivoltellate il gen. Winton”.
(345)