Leonardo
Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, in Opere 1956-1971, Bompiani, Milano 2004/7

Don Saverio
al poeta Meli

“…una
donna o ve la mettete sotto o è meglio non la guardate nemmeno… Se io dovessi
credere che quelle labbra che cantate, voi, in qualche angolo di villa, non ve
le succhiate; che il petto di una certa signora e il neo di un’altra non li
palpeggiate a vostro talento, in reconditi luoghi… Ebbene, vi direi: siete un
disgraziato”.

“la nostra
plebe è abituata a leccare la mano che la bastona e a mordere quella che tenta
di beneficarla…”

Don Giuseppe
Vella

“Tutta
un’impostura. La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie
che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste
l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno;
e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia
delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie! Se ogni foglia scrivesse la sua
storia, se quest’albero scrivesse la sua, allora diremmo: eh sì, la storia…
Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i nostri
avoli e trisavoli?… Sono discesi a marcire nella terra né più e né meno che
come foglie, senza lasciare storia… C’è ancora l’albero, sì, ci siamo noi come
foglie nuove… E ce ne andremo anche noi… L’albero che resterà, se resterà,
potrà anche essere segato ramo a ramo: i re, i viceré, i papi, i capitani; i
grandi, insomma… Facciamone un po’ di fuoco, un po’ di fumo: ad illudere i
popoli, le nazioni, l’umanità vivente… La storia! E mio padre? E vostro padre?
E il gorgoglio delle loro viscere vuote? E la voce della loro fame? Credete che
si sentirà, nella storia? Che ci sarà uno storico che avrà orecchio talmente
fino da sentirlo?»

“E i libri,
poi: la malerba dei libri” continuava monsignor Lopez “Non avete idea di quanti
ce ne sono, di quanti ne arrivano, a casse, a carrettate… E tanti ne arrivano,
tanti il boia ne brucia”.

“Una cosa
che pareva incredibile: e pure non c’era da sbagliare, aveva sentito in Hager,
inequivocabilmente, l’accento della passione, della verità; la dolente
impotenza e repugnanza dell’uomo onesto di fronte alla prepotente menzogna,
quel ritrarsi che appare di confusa colpevolezza ed è invece di disperata
innocenza”.

Quarantaquattro
anni: una salute di ferro, una mente pronta; e come la primavera tornava a
splendere, in sé sentiva una più libera stagione, un nuovo vigore”.

“In realtà,
se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente, impostura; se
non fosse strumento in mano del potere baronale, e quindi finzione, continua
finzione e falsificazione della realtà, della storia… Ebbene, io vi dico che
l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile”.

“Si parla di
idee?” piombò il marchese di Geraci “Da oggi in poi, a chi vi pare abbia delle
idee cacciategli una sciabolata nella pancia”.

“Per me
repubblica e regno sono lo stesso brodo, la stessa soperchieria. Che ci siano
re, consoli, dittatori o come diavolo si chiamino, me ne importa quanto del
corso degli astri, e forse meno… Per la rivoluzione, ve lo confesso, ho
invece un sentimento diverso: quel levati tu che mi ci metto io, che ci posso
fare?, mi piace… I potenti che vanno a intanarsi e i miseri che fanno
trionfo…”

“… ci sono
tante belle idee che corrono per il mondo; solo che il verso delle cose è un
altro, violento e disperato”.

“Dai
bastioni della città vecchia ecco che spaziava sulla distesa dei campi tra
Siggeui e Zebbug: quasi gialle le messi del grano maiorchino, di intenso verde
la tuminìa ancora in erba; e il rosso allegro della sulla fiorita, il bianco
reticolo dei muretti a secco”.

“… a
confortare le ultime ore di Francesco Paolo Di Blasi, era già ad attenderlo don
Francesco Barlotta, principe di San Giuseppe; ed era l’uomo che ci voleva,
poiché stare ventiquattr’ore in sua compagnia anche la morte finiva con l’apparire
una soluzione”.

“Poiché
sentiva di non potere e di non dovere scrivere le cose vere e profonde che gli
si agitavano dentro, Di Blasi prese a scrivere versi. L’idea che si aveva
allora della poesia gli consentiva il pensiero che in essa si potesse anche
mentire. Oggi l’idea della poesia non ce lo consente più, forse ancora ce lo
consente la poesia stessa”.