Leonardo Sciascia, <i>Il Consiglio d’Egitto</i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani, Milano 2004/7.

“‘Non ci sono due modi d’intenderlo: una donna o ve la mettete sotto o è meglio non la guardate nemmeno… Se io dovessi credere che quelle labbra che cantate, voi, in qualche angolo di villa, non ve le succhiate; che il petto di una certa signora e il neo di un’altra non li palpeggiate a vostro talento, in reconditi luoghi… Ebbene, vi direi: siete un disgraziato”. (524)

“I pensieri che attingono alle idee sono come i tumori: ti crescono dentro e ti strozzano, ti accecano”. (528)

“‘Non nego che un tal fatto si possa verificare: la nostra plebe è abituata a leccare la mano che la bastona e a mordere quella che tenta di beneficarla”. (529)

“E allora don Giuseppe pianamente gli spiegava che il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri; e in ogni caso ci voleva più lavoro, ad inventarla…”. (533)

“La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie! Se ogni foglia scrivesse la sua storia, se quest’albero scrivesse la sua, allora diremmo: eh sì, la storia… Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i nostri avoli e trisavoli?… Sono discesi a marcire nella terra né più e né meno che come foglie, senza lasciare storia… C’è ancora l’albero, sì, ci siamo noi come foglie nuove… E ce ne andremo anche noi…”. (533)

“‘E i libri, poi: la malerba dei libri’ continuava monsignor Lopez ‘Non avete idea di quanti ce ne sono, di quanti ne arrivano: a casse, a carrettate… E tanti ne arrivano, tanti il boia ne brucia’ rosso di soddisfazione, quasi gli si riflettesse in faccia, gli brillasse negli occhi, il riverbero del rogo”. (579)

“Aveva sentito in Hager, inequivocabilmente, l’accento della passione, della verità; la dolente impotenza e repugnanza dell’uomo onesto di fronte alla prepotente menzogna, quel ritrarsi che appare di confusa colpevolezza ed è invece di disperata innocenza. ‘La menzogna è più forte della verità. Più forte della vita. Sta alle radici dell’essere, frondeggia al di là della vita’. (586)

“Quarantaquattro anni: una salute di ferro, una mente pronta; e come la primavera tornava a splendere, in sé sentiva una più libera stagione, un nuovo vigore”. (589)

“In realtà, se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente, impostura; se non fosse strumento in mano del potere baronale, e quindi finzione, continua finzione e falsificazione della realtà, della storia… ebbene, io vi dico che l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile… Dico di più: l’abate Vella non ha commesso un crimine, ha soltanto messo su la parodia di un crimine, rovesciandone i termini… di un crimine che in Sicilia si consuma da secoli…” (592).

“‘Si parla di idee?’ piombò il marchese di Geraci ‘da oggi in poi, a chi vi pare abbia delle idee cacciategli una sciabolata nella pancia… L’abbiamo scampata per un pelo, sapete? Senza l’intervento della Provvidenza, a quest’ora le idee giuocherebbero a bocce con le nostre teste”. (607)

“‘Per me repubblica e regno sono lo stesso brodo, la stessa soperchieria. Che ci siano re, consoli, dittatori o come diavolo si chiamino, me ne importa quanto del corso degli astri, e forse meno… per la rivoluzione, ve lo confesso, ho invece un sentimento diverso: quel levati tu che mi ci metto io, che ci posso fare?, mi piace… I potenti che vanno ad intanarsi e i miseri che fanno trionfo…”. (616)

“Ma ci sono tante belle idee che corrono per il mondo; solo che il verso delle cose è un altro, violento e disperato”. (625)

“Dai bastioni della città vecchia ecco che spaziava sulla distesa dei campi tra Siggeui e Zebbug: quasi gialle le messi del grano maiorchino, di intenso verde la tuminìa ancora in erba; e il rosso allegro della sulla fiorita, il bianco reticolo dei muretti a secco. ‘<i>Issa yìbda l-gisemìn</i>’. Cominciavano i gelsomini; ne odoravano le terrazze, le strade. I vecchi se la godevano, seduti nei comodi sofà di giunco, a fumare la pipa, a stabaccare; le donne filavano il cotone, ne facevano leggero tessuto nei piccoli telai; qualche giovane ozioso cavava dalla chitarra accordi, accennava motivi che restavano sospesi e vibratili nell’aria assorta. Poi, nella sera, le chitarre si accendevano come grilli, mentre dal porto giungeva il canto dei marinai siciliani, greci, catalani, genovesi: essenza della lontananza, della nostalgia”. (627)

“E si diceva che quel che stava facendo era stupido, persino ridicolo: come tutte le cose dettate dal sentimento, che solo nella sfera del sentimento hanno significato e sono invece grottesche nella realtà”. (633)

“Per i Bianchi, a confortare le ultime ore di Francesco Paolo Di Blasi, era già ad attenderlo don Francesco Barlotta, principe di San Giuseppe; ed era l’uomo che ci voleva, poiché a stare ventiquattro ore in sua compagnia anche la morte finiva con l’apparire una soluzione”. (637).

“Poiché sentiva di non potere e di non dovere scrivere le cose vere e profonde che gli si agitavano dentro, Di Blasi prese a scrivere dei versi. L’idea che si aveva allora della poesia gli consentiva il pensiero che in essa si potesse anche mentire. Oggi l’idea della poesia non ce lo consente più, forse ancora ce lo consente la poesia stessa”. (638)