Leonardo Sciascia, <i>Il giorno della civetta</i>, in <i>Opere 1956-1971, Bompiani, Milano 2004/7

“‘E’ curioso’ disse il capitano , come continuasse un discorso interrotto ‘come da queste parti ci si sfoghi in lettere anonime: nessuno parla ma, per nostra fortuna, dico di noi carabinieri, tutti scrivono. Dimenticano di firmare, ma scrivono”.

“‘Diventa filosofo, a volte’ pensava il giovane: ritenendo la filosofia una specie di giuoco di specchi in cui la lunga memoria e il breve futuro si rimandassero crepuscolare luce di pensieri e distorte incerte immagini della realtà”. (425)

“‘Il popolo, la democrazia’ disse il vecchio rassettandosi a sedere, un po’ ansante per la dimostrazione che aveva dato del suo saper camminare sulle corna della gente ‘sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità, con rispetto parlando… Dico con rispetto parlando per l’umanità… Un bosco di corna, l’umanità, più fitto del bosco della Ficuzza quand’era bosco davvero”. (425).

“questa regione che, sola in Italia, dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni” (430).