Concetto Marchesi, Il pessimismo di un apologista cristiano, in “Pègaso”, maggio 1930, pp. 536-550


SCETTICISMO

“Contro la scienza risuona senza tregua la risata
beffarda di quest’uomo vissuto nella scuola. Arnobio nega ogni valore alla
ragione umana ed esclude che per via della indagine mentale si possa giungere
alla cognizione di una verità naturale. I dotti e i sapienti – egli dice
(II,6-7) – grammatici giureconsulti filosofi, affermano falsa la promessa
cristiana: e che ne sanno? e che sanno essi? Essi conoscono le regole della
buona lingua, sono buoni ad analizzare, distinguere, definire molte cose: ma
non per questo è loro noto ciò che è falso e ciò che è vero: ciò che può essere
e ciò che non può. Anzi quelli stessi che annunciano dopo tanti studi le nuove
scoperte, dentro di sé, nell’intimità della propria coscienza sentono che
quelle verità proclamate, dimostrate, difese con accanimento, sono soltanto
labili congetture del loro pensiero, aspetti presuntuosi e vani della loro
ignoranza. E così continua l’inutile flusso della cieca e superba indagine
umana, senza alcun risultato mai, senza un punto di arrivo, mai: e la indagine
di oggi distrugge quella di ieri e il pensiero dell’uno distrugge quello
dell’altro e tutto è continuamente sommerso dall’ondata che viene. […] L’uomo
è un mistero impenetrabile per se stesso. Nulla conosce della sua origine,
della sua essenza, della sua funzione nel mondo: perché dorma e vegli e sogni:
e se la veglia sia parte di un sonno perpetuo e l’attività un sogno. […] La
scienza umana è una ignoranza che non può rassegnarsi a tacere: e le nostre
definizioni razionali quanto più appariscono precise tanto più sono fallaci.
Lasciamo da parte il mondo, lo spazio, il tempo e i grandi misteri
dell’universo: lasciamo le cose lontane da noi o che ci avvolgono impalpabili e
invisibili; ma quelle che ci sono vicine o sono dentro di noi racchiudono
misteri ugualmente oscuri e inesplicabili: l’odore, il colore, il sapore delle
cose che si attaccano ai nostri sensi, che sono? perché sono? Noi ignoriamo noi
stessi: la intelligenza umana, se non è cieca, culmina in questa conclusione
disperata”.

SOMIGLIANZA DEGLI UOMINI CON GLI ANIMALI
“Nella concezione giudaico-cristiana l’uomo è la
perfetta creatura di Dio, la creatura spirituale che Dio pose nel mondo, per
cui creò il mondo, ‘il padrone di tutte le cose che periscono e rinascono’
(Tertulliano, Apolog. 48,9). Arnobio
restò fermo nel suo convincimento antibiblico: che l’uomo è uno degli esseri
più sciagurati e inutili dell’universo; e a questo convincimento che nutre il
suo pessimismo disperato e la sua nuova fede egli conforma la propria opinione
sulla natura dell’uomo e dell’anima umana. Egli respinge con iraconda
ostinazione la dottrina platonica che considera l’anima immortale e divina;
esclude la distinzione che pone l’uomo sopra gli altri animali e cerca di
scrutarlo bene nelle apparenze, nella struttura anatomica, nelle necessità di
vita, negli istinti e infine dentro l’anima sua per ricacciarlo bruto tra i
bruti (II,16 sgg.). Costituiti come noi sono gli altri animali: come noi
respirano, si congiungono, procreano: come noi mangiano e bevono ed espellono
le sozze sperfluità del loro ventre: come noi devono procurarsi il cibo per
sostenere la vita: come noi si ammalano, invecchiano e muoiono. Ma – si dice –
noi siamo animali razionali, abbiamo in più la ragione e la intelligenza. Così
sarebbe certamente se gli uomini vivessero secondo ragione e intelligenza, e se
non cercassero invece, ciechi e ignoranti, tante volte il proprio male. Ma in
che consiste questa nostra ragione e intelligenza? Noi ci fabbrichiamo a nostro
riparo le case; anche i bruti si costruiscono le loro dimore, alcune sospese
tra le rupi e protette dalle rocce: altre giù, scavate sotto terra, comode e
sicure: e se la natura avesse loro dato, come a noi, le mani, anch’essi
avrebbero trovato tante artificiose novità; ma anche in quello che fanno con le
unghie e coi rostri ci sono miracoli di ragionamento e di sapienza che noi non
possiamo imitare con nessuna meditazione. Essi non sanno tessere vesti né
costruire navi e aratri e altri oggetti del nostro uso familiare: questi non
sono i doni della scienza, ma i trovati della miseranda necessità. Le arti non
sono cadute dal cielo insieme con le anime, ma sono nate qua, sulla terra, a
poco a poco, mediante il bisogno, l’osservazione, la imitazione, il caso. Gli
uomini credono di essere una cosa magnifica nell’universo perché si son
fatti i boccali, le gratelle, le conche, le camicie, le vesti, i mantelli, gli
abiti di gala; i coltelli, le corazze, le spade, i rostri, le scuri, i vomeri:
gli arnesi per nutrirsi, per coprirsi, per ammazzare e per faticare. A far questo
non occorreva davvero l’anima immortale e divina: il caso bastava e la
indigenza della nostra vita. Gli uomini han creato le arti liberali: questo non
è davvero sufficiente a dimostrare la magnificenza umana nell’universo e la
parentela nostra con Dio. Ma poi, perché gli uomini? Quanti sono nel mondo gli
scienziati e gli artisti? Perché il genere umano deve essere rappresentato da
poche persone ingegnose e non piuttosto dalla enorme maggioranza di ignoranti e
di sciocchi? Se le anime venissero da Dio, se dalle anime fosse illuminata la
nostra vita: se sapere – come dice Platone – è ricordare: se la nostra
conoscenza è reminiscenza dell’anima nostra, noi tutti dovremmo sapere le
stesse cose e alla stessa maniera, e avere i medesimi sentimenti e le medesime
opinioni: e non ci sarebbe secolo ignaro di arte alcuna. Qua noi abbiamo
appreso tutto, a poco a poco, stentatamente, qua, sulla terra, costretti dalla
nostra necessità: e non abbiamo portato nulla dal cielo”.

ESPERIMENTI CRUCIALI E RAGAZZI SELVAGGI
“Poniamo un esempio (II,20 sgg.). Immaginiamo un luogo
tutto chiuso scavato nella terra, abitabile a guisa di covile: dove non sia né
il freddo dell’inverno né il caldo dell’estate, ma una temperatura moderata.
Nessuna voce giunga là dentro né di bestia né di uomo: nessun rumore di
tempesta, nessun fragore di tuono. Silenzio immoto. E niente luce viva né di
fuoco né di sole: ma un che di opaco, come di nebbia. Ci siano più porte cui si
acceda per giri tortuosi: e non si aprano mai, salvo necessità. In quella vuota
dimora sia posto un bambino appena nato, magari discendente di Pitagora o di
Socrate o di Platone o di chiunque altro ritenuto, per intelletto, divino e
sapientissimo. Abbia la sua nutrice, che si avvicini a lui sempre nuda e
silenziosa: lo allatti, lo governi e lo lasci alla quiete: e davanti alle porte
chiuse trascorra i giorni e le notti. Verrà tempo in cui bisognerà sostentare
il bambino con più solido nutrimento. La stessa nutrice, nuda e muta, provveda
il cibo sempre uguale, di una sostanza e di un sapore: farinata di miglio o pan
di farro o ghiande tostate nella cenere calda o coccole selvatiche. Niente
vino: acqua pura di fonte, possibilmente somministrata nel cavo della mano.
Continui a vivere in quel nascondiglio venti, trenta, quaranta anni: poi, a un
tratto, lo si conduca quest’uomo della caverna in mezzo agli uomini civili. A
quest’essere che ha l’anima immortale e divina e onnisciente, domandate notizie
di sé, della sua vita: sarà come domandare a una pecora, a un tronco, a un
sasso. Ignaro del sole e della terra, del mare e delle stelle, delle tempeste e
dei sereni, delle piante e degli animali, fra i tanti frutti che ci alimentano
nessuno ne toccherà per mangiare e camminerà fra le vampe perché non sa che
bruciano e tra le vipere perché non sa che mordono: ignaro di ogni timore. Conducetelo quest’uomo, che ha l’anima divina, davanti alle vesti, ai
calzari, agli arnesi di fatica, di svago di uso, di lusso: come un bove o un
somaro o un porco starà inebetito a guardare a uno a uno questi oggetti
ignorando a che servano: e se sarà costretto a metter fuori la voce, dalla sua
bocca aperta uscirà il grido inarticolato della bestia”.

ANTIUMANISMO
“L’uomo – dice Arnobio (II,37) – non serve a niente
nell’universo. Senza gli uomini nessuna legge di natura sarebbe mutata: le
costellazioni compirebbero il loro corso, ci sarebbero le estati e gl’inverni,
i venti seguiterebbero a urlare e dalle nubi le piogge scenderebbero a bagnare
la terra inaridita. Tutte le cose andrebbero secondo l’ordine consueto se nel
mondo non si udisse più il nome di uomo e in questa terra fosse un silenzio di
vuota solitudine. Nessun’opera umana giova alla perfezione del mondo. Che
importa al mondo ci siano sulla terra re, dominatori, condottieri di eserciti,
oratori, filologi, poeti, filosofi, istrioni, cantanti, corridori, pugilisti,
ballerini, funanmboli, impostori, pasticcieri, profumieri, pescatori,
cacciatori, lavandai, lanaioli, ricamatori, cuochi, mulattieri, beccai,
ruffiani e meretrici? Tutta questa gente non fu davvero necessaria alla
costituzione del mondo, alla cui integrità nulla sarebbe mancato se non si
fosse aggiunto il peso di questo animale misero e inutile, dal suo misterioso
autore formato a somiglianza della scimmia (III,16). La sua miseria si
manifesta subito, fin dal momento in cui, espulso dai genitali d’una femmina
appare questo re dell’universo che urla, succia, s’imbratta delle proprie
sozzure e si accheta al dondolìo di una culla o al crepitìo di un sonaglio. Poi
cresce e vive uomo tra gli uomini, e fa quello che gli altri fanno nella pace
della vita civile: mentisce, raggira, si esercita e si addestra in tutte le
arti dell’inganno, della lusinga e della frode: predatore con la maschera della
umiltà e con la carezza della parola bugiarda; e l’ora della simulazione
finisce quando sono liberamente concessi gli odi aperti, i furori bestiali e le
crudeltà immani della guerra. Se cerca Dio non lo trova; se vuole adorarlo,
adora pezzi di legno, di bronzo, di pietra; se vuole pregarlo di una grazia, lo
prega col sangue di vittime sgozzate. Nessun sentimento comune concilia gli
uomini mai: nessuna luce di pensiero li rischiara tutti insieme: discordi nel
riconoscere il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, l’utile e il dannoso.
Bramano di sapere la verità e si trovano sempre davanti alle tenebre (II,
40-41); vogliono riposare e non possono, costretti a continua fatica per
vestirsi, nutrirsi, ripararsi: per soddisfare la insaziabile avarizia che li fa
ladri e assassini: esposti a tutte le tempeste della fortuna, a tutte le
asprezze della miseria, della schiavitù e delle infermità. […] Così è l’uomo
(II,46): cosa misera e infelice: condannato a dolersi della propria esistenza,
a detestare la propria condizione, a intendere di essere procreato per questo
solo motivo, perché nel mondo ci fosse sempre materia di male e la crudeltà
avesse sempre le sue vittime. Ma, si osserva, non tutti sono così: ci sono
uomini buoni, giusti, sapienti. Ci saranno, risponde Arnobio (II,49); ma
quanti? Uno, due, tre, quattro, dieci, venti, cento: numerabili e forse
nominabili tutti. Ma il genere umano non si misura né si giudica da un manipolo
di uomini buoni: un uomo malato in tutte le membra e urlante di dolore non si
direbbe sano perché ha un’unghia sola che non gli fa male, e il mare resta
salato se ci avrai messo alcune stille di acqua dolce, e la terra non è
d’oro perché sulla verruca di un colle si trovano alcune pepite”.

PASCAL CONOSCEVA ARNOBIO?
“Secondo ragione la promessa del Cristo può esser vera come può non
essere: l’avvenire sarà o il sì o il no. Queste sono le due tremende parole su
cui dobbiamo scommettere. Su quale punteremo? Il ragionamento più semplice ci
dice: su quella cristiana. Se è la vera, abbiamo tutto guadagnato; se non è la
vera non abbiamo nulla perduto (II,4)”.

[Il testo di Arnobio è il seguente: “…nonne purior ratio est, [et] ex
duobus | f. 29b | incertis et in ambigua exspectatione pendentibus id potius
credere quod aliquas spes ferat quam omnino quod nullas? In illo enim periculi
nihil est, quod dicitur imminere cassum <si> fiat et vacuum; in hoc
damnum est maximum id est salutis amissio, si cum tempus advenerit aperiatur
non fuisse mendacium”.]

Il testo completo dell’articolo è liberamente consultabile al seguente link:
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