Duccio Forzano, Come
Rocky Balboa
, Longanesi, Milano 2016, pp. 360.


Approfitto di un giorno di vacanza per staccare un po’ dagli impegni quotidiani e mettermi a leggere Come Rocky Balboa, il romanzo di Duccio Forzano. Siamo cugini. Lui è il figlio di Emilio, fratello di Magda, mia madre. Ci siamo visti quattro o cinque volte in vita, perché Magda, Emilio e gli
altri otto fratelli e sorelle si dispersero presto in tutta Italia,
da Nord a Sud: Lombardia, Liguria, Sicilia.

Tengo il libro tra le mani, sorreggendolo tra due bei pregiudizi: è un grande regista televisivo, chissà se è capace di scrivere un libro; e il titolo,
poi, di primo acchito non mi entusiasma. Ma sono avido di conoscere i
dettagli della sua autobiografia e mi ci butto.

La lettura scorre. Lo stile è piano, mai piatto. Non ci sono ricercatezze e leziosità, ma la lingua non è affatto trascurata. I dialoghi sono come devono essere, riproducendo la genuinità del quotidiano, a volte anche in
vernacolo.

Sono capitoletti brevi con titoli semplici: “Porcini e galletti”, “La trattoria”, “Buccia d’arancia”. Ma ognuno di essi è una sberla. Abbandono, ingiustizia, incuria. E a soffrire maggiormente sono sempre i più piccoli. Eppure non c’è mai autocommiserazione. Solo una sorta di stupore incredulo per il dolore che ti atterra e ti oscura, quando tutto dovrebbe essere luce e speranza.

È sera, domani non lavoro, ma non vorrei fare le ore piccole. Al contrario del protagonista, non sono mai stato mattiniero e non vorrei rovinarmi la
vacanza svegliandomi a giorno pieno. Non riesco però a staccare gli occhi dal libro e lo divoro tutto in una notte, cosa che non mi accadeva da tempo. Penso che devo consigliarlo subito alla mia primogenita, che ha sedici anni, e ai miei studenti, poco più grandi di lei, perché è davvero un romanzo di formazione, un Bildungsroman dei nostri tempi.

Diàmine! Ha fatto bene a tirar fuori la sua storia e a metterla nero su bianco e inizio a meditare che può fungere da sprone per tanti che rischiano di lasciarsi andare in un periodo non facile, dove le difficoltà economiche e familiari sono divenute un problema molto diffuso.

In tanti demordono, abbandonano i propri sogni o progetti di vita e si chiudono nella solitudine e nella rinuncia. Non riescono a rispondere al dolore e alle privazioni e si fanno vincere da un’apatia ovattata, che forse attutisce un po’ la sofferenza ma spegne la vitalità. Leggere questo libro darà energia e una prospettiva diversa, perché è autentico. Non c’è nulla di artificioso, non c’è prosopopea, non c’è vanità, né narcisismo. È questo, mi dico, il vero miracolo che è stato realizzato.

Mi chiedo se, troppo coinvolto affettivamente, rischio di essere poco obiettivo. Ma mi conosco bene: avrei richiuso e buttato il volume in un angolo, se l’avessi trovato vano o scritto male, magari con un gesto caratterizzato da quella schietta rudezza che il ceppo Forzano ha trasmesso a tutti i discendenti.

Invece, mi rendo conto che sto vivendo una grande esperienza di lettura. Alcune vicende, quelle dei primi anni, le conoscevo – anche se non nei particolari – perché ho avuto una memoria molto vivace fin da bambino, ero curioso (anche se timido), e registravo tutto, quando i grandi parlavano. La narrazione di Duccio, che avanza per quadri e immagini mi ha quindi guidato per un tratto in un percorso di scoperta, ma anche di rievocazione.
Sembra di essere in una galleria d’arte. D’arte espressionista, dove il dettaglio e la tinta comunicano l’angoscia, il sentimento violento, l’assenza.

Poi, man mano che il racconto procede, non si può far altro che tifare per il protagonista nella certezza confortante che il ko non arriverà. Proseguendo, accade inevitabilmente qualcosa di forte. È il testo stesso che afferra il lettore e lo scaraventa sul ring, prendendolo insistentemente a cazzotti, perché è come se dicesse ad ogni pagina: e tu che cosa fai? che cosa hai fatto? quante volte ti sei arreso? quante volte hai mollato per molto molto meno? quante volte ti sei ritirato prima ancora di giocare? Ci si sente anche un po’ piccoli – ma questo è tipico delle letture che spingono ad essere migliori – senza però essere intimiditi, perché il protagonista è un uomo che non nasconde mai la sua fragilità, semplicemente la mostra nuda. E uno se ne innamora.

A poco a poco il raggio di azione si allarga. Dalla Liguria degli anni Sessanta-Settanta si è trasportati di qua e di là in questo Nord postfordista, così ruvido e laborioso, che nei decenni successivi prova a cambiare pelle tra estro e fatica, individualismo e solidarietà, genio e approssimazione. In questi luoghi della provincia, tutti diversi e tutti uguali: Massa, Novara, Busto Arsizio. Dal mare ventoso alle nebbie della pianura. Le spiagge, le cave, le officine, le stazioni, le auto sgangherate… tutto è visibile e palpabile. Si sentono anche gli odori e l’umido e lo scricchiolio delle focacce finalmente messe sotto i denti. La sapienza visiva dell’autore e il gusto per la costruzione dell’inquadratura sono trasportate nella scrittura con naturalezza. E la musica è presente ad ogni pagina, con un titolo, un ricordo, tra passione e nostalgia.

Ora la solitudine si approfondisce, la lotta si rinnova sempre più dura, ma, come dice il poeta: “dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva” e, quando esso si fa ormai estremo, il pugile smette di prendere ganci in faccia, si rialza ancora una volta, riesce lui a forgiarsi un gancio per afferrare un cielo che mai più mollerà.

Quello che rimane però non è solo l’eroismo, né il lieto fine del successo meritatamente conquistato. Quello che rimane è soprattutto la generosità. E la vitalità. La generosità di chi sa perdonare, la vitalità di chi ama. La descrizione delle relazioni con le donne, o meglio, si potrebbe dire, dell’unico ininterrotto corpo a corpo con la Donna, trasmette un senso di purezza e di candore, di uno che ha sempre voluto effondersi e darsi nella sensata ricerca del piacere e della gioia. Spesso incompreso o deluso. Pronto, anche lì, ogni volta, a ripartire, per inseguire la pienezza che tutti cerchiamo.

E poi mai spazio al cinismo, al basso compromesso, sempre invece al sogno ingenuo e ostinato; l’animale come esempio di misura ed equilibrio; la manualità sapiente e certosina; la musica che sorregge e rinfranca. È un libro che va molto al di là dell’autobiografismo, rimettendo al centro l’importanza della lotta, del lavoro, dell’amore nella vita di ciascuno. Senza retorica, senza ideologie, senza moralismi. Con indomita tenacia.
Come Rocky Balboa.

Alessandro Salerno