Un filo rosso collega “Dunkirk” di Cristopher Nolan (2017) con “1917” di Sam Mendes (2019). Sono due film profondamente patriottici che hanno accompagnato il processo di Brexit dall’avvio alla conclusione. I due registi britannici intendono esaltare la loro nazione, la sua gelosa indipendenza, il suo amore per la libertà. All’interno di opere esteticamente apprezzabili è reso disponibile per la massa un messaggio chiaro e popolare di unione, forza, coraggio. La Gran Bretagna ce la farà. Come è accaduto nella prima e nella seconda guerra mondiale. Contro il nemico tedesco. I tedeschi non vengono praticamente rappresentati nel primo film, e nel secondo, nelle poche scene in cui sono ritratti, assurgono a emblema di disumanità, slealtà, volgarità.

Non è un caso se le azioni di entrambi i film si svolgano sul suolo francese. I fratelli d’oltremanica, legati da un’unica storia millenaria, si stanno consegnando mani e piedi al mortale abbraccio germanico. Sono loro che stanno tradendo noi, noi che abbiamo versato il sangue per loro.

In “1917” c’è una scena cruciale, che ne riprende una simile di “Barry Lyndon” di Kubrick: nell’orrore della guerra il soldato solitario incontra, all’interno di una casa, una donna sola con un neonato e per un attimo si ricostituisce un’umanità armonica. Ma Barry, l’irlandese, che sta fuggendo sotto mentite spoglie, sostanzialmente inganna la donna tedesca e ne prende godimento: il bambino è solo un paffuto trastullo, frutto altrui. In ‘1917’ William, l’inglese, che sta lottando contro il tempo per adempiere al dovere, dà tutto quello che ha alla donna francese e versa persino il suo latte per il bambino che ella accudisce, come fosse suo figlio, e che diviene simbolo di rinascita e speranza.

Che film di questo tenore escano in questi anni come coproduzioni anglo-americane ha un chiaro valore di promozione culturale a sostegno di precise scelte politiche, quali la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea e il tentativo di disarticolazione del progetto eurocratico da parte di Usa e Regno Unito.

Non sto qui a discutere se quelle scelte politiche siano giuste o no e per chi eventualmente. Quello che mi interessa è che dei prodotti di buon livello artistico trasmettano un messaggio culturale e nazionale senza scadere nella propaganda dozzinale o violenta. Evidentemente, in quei paesi, la Politica con la P maiuscola, quella che noi diciamo essere stata divorata dall’Economia, dalla Burocrazia, dalla Tecnica, esiste ancora, nonostante, o anzi proprio grazie alle bizzarrie personali di un Nigel Farage o di un Boris Johnson o di un Donald Trump e influisce anche, direttamente o indirettamente, sulle produzioni artistiche (come è sempre stato).

Si impone poi un confronto con il cinema italiano più di successo, tutto ripiegato sui problemi adolescenziali dei cinquantenni, sulla propaganda di valori politically correct – tanto stucchevoli quanto non praticati – sul burinismo dilagante, sulla violenza criminaloide. E si può misurare visivamente la distanza tra chi, ancora oggi, tra mille difficoltà, è nazione, e chi non è lo ormai più e forse non lo è stato mai.