Henri Charrière, Papillon, trad. it. di Danilo Montaldi, Milano 1971

Da questo meraviglioso libro che narra di violenza subita oltre ogni limite, di dolore, sopraffazione, distruzione, morte, ho voluto estrapolare alcune pagine straordinarie, che, come squarci di luce in tanta tenebra generano la speranza, la fiducia che l’amore e la vita hanno la forza di rinascere nonostante tutto.


LA FIDUCIA CHE FA RINASCERE
“La ragazza parla in un francese purissimo, come il padre, senza accento né errori di pronuncia. È bionda, piena di lentiggini, ha diciassette-vent’anni, non ho osato chiederle l’età. Dice: ‘Siete molto giovani e la vita vi attende, non so quello che avete fatto per essere stati condannati e non voglio saperlo, ma aver avuto il coraggio di buttarsi in mare con una barca così piccola per fare un viaggio tanto lungo e pericoloso, dimostra che siete pronti a tutto pur di tornare liberi, e questo coraggio merita di venir ricompensato’. Abbiamo dormito fino alle otto del mattino. Quando ci alziamo troviamo la tavola preparata. Le due signore ci dicono con molta naturalezza che Master Bowen è andato a Port of Spain e non sarebbe tornato che il pomeriggio con le informazioni necessarie per procedere a nostro vantaggio.

Quest’uomo che abbandona la sua casa con dentro tre forzati evasi ci dà una lezione senza pari, come se intendesse dire: ‘Siete degli esseri normali, giudicate se ho o no fiducia in voi, dal momento che vi lascio soli nella mia casa vicino a mia moglie e a mia figlia’. Questa maniera muta di dirci: (122) ‘Ho visto, dopo aver conversato con voi, degli esseri completamente degli di fiducia al punto che non dubitando che potrete né di fatto, né con un gesto qualsiasi né con una parola, comportarvi male a casa mia, vi lascio il mio focolare come se foste dei vecchi amici’, questa manifestazione ci ha molto emozionati.

Non sono un intellettuale che può metterti davanti, lettore – ammesso che questo libro possa un giorno avere dei lettori – con l’intensità necessaria, con uno spirito sufficientemente forte, l’emozione, la formidabile impressione di rispetto di noi stessi, no: di una riabilitazione se non di una nuova vita. Questo battesimo immaginario, questo bagno di purezza, questa elevazione del mio essere al di sopra del fango nel quale ero immerso, questo modo di mettermi di fronte a una responsabilità reale da un giorno all’altro, crea in maniera assai semplice un altro uomo, diverso da quello che ero, dominato da quel complesso del forzato che pur libero sente sempre le proprie catene e crede sempre che qualcuno lo sorvegli, al punto che tutto ciò che ho visto, passato e sopportato, tutto ciò che ho subito, tutto ciò che mi portava a diventare un uomo tarato, marcio, temibile in ogni momento, passivamente obbediente in superficie e terribilmente pericoloso nella sua rivolta, tutto questo come per incanto è svanito. Grazie, avvocato di Sua Maestà, grazie di aver fatto di me un altro uomo in così poco tempo!” (123)

LE PAROLE DEL VESCOVO
“Gli racconto la mia vita in tutti i particolari. Il principe della Chiesa mi ascolta, a lungo, con pazienza, con attenzione. Ha preso le mie mani fra le sue e mi guarda spesso negli occhi e a volte, per quei momenti della mia esistenza che non sono facili da raccontare, abbassa gli occhi per aiutarmi nella confessione. Questo sacerdote di sessant’anni ha gli occhi e il volto così puri da riflettere qualcosa d’infantile. La sua anima limpida e sicuramente colma di una bontà infinita s’irradia in tutti i suoi tratti e il suo sguardo grigio chiaro entra in me come un balsamo su una ferita. Dolcemente, molto dolcemente, sempre con le mie mani nelle sue mi parla tanto soavemente che è quasi un mormorio: ‘Dio a volte porta i suoi figli a sopportare la cattiveria umana affinché colui che egli ha scelto come vittima ne esca più forte e più nobile che mai. Vedi, figlio mio, se tu non avessi dovuto ascendere a questo calvario, non avresti mai potuto elevarti così in alto e avvicinarti così intensamente alla verità di Dio. Dirò di più: gli uomini, i sistemi, gli ingranaggi di questa orribile macchina che ti ha schiacciato, gli esseri sostanzialmente cattivi che in diversi modi ti hanno torturato e arrecato danno, ti hanno reso il più grande favore che potevano renderti. Hanno provocato in te un nuovo essere e oggi se hai il senso dell’onore, della bontà, della carità, e l’energia necessaria per superare tutti gli ostacoli e farti superiore, tu lo devi a loro. Le idee di vendetta, di punire qualcuno in ragione del male che ti ha fatto, non possono prosperare in un essere come te. Devi essere un salvatore di uomini e non vivere per fare del male, anche se credi che sarebbe giustificato. Dio è stato generoso nei tuoi confronti, e ti ha detto: ‘Aiutati, io ti aiuterò’. Ti ha aiutato in tutto e ti ha anche permesso di salvare altri uomini e di portarli verso la libertà. Soprattutto non credere che tutti i peccati che hai commesso siano tanto gravi. Molte persone che si trovano in alto come posizione sociale si sono rese colpevoli di fatti molto più gravi dei tuoi. Solo che non hanno avuto, nel castigo inflitto dalla giustizia degli uomini, l’occasione di elevarsi come tu hai fatto” (155-156).

TOCCARE DIO

“Ho perso l’equilibrio e sono caduto a sedere sulla zattera. Sono così contento d’aver visto il mio compagno, che per l’emozione mi metto a piangere come un bambino. Tra le lacrime che mi puliscono gli occhi purulenti, vedo mille piccoli cristalli di tutti i colori, e penso stupidamente che sembrano le vetrate di una chiesa. Dio oggi è con te, Papi. È in mezzo agli elementi mostruosi della natura, al vento, all’immensità del mare, alla profondità delle onde, che ci si sente infinitamente piccoli relativamente a tutto ciò che ti circonda, ed è forse qui che senza cercarlo si incontra Dio, lo si tocca col dito. Come l’ho sentito di notte, nelle migliaia d’ore trascorse nelle lugubri celle di rigore dove mi trovavo sepolto vivo senza un raggio di luce, lo tocco oggi in questo sole che si alza per divorare ciò che non è abbastanza forte per resistergli, io tocco davvero Dio, lo sento attorno a me, in me. Mi sussurra all’orecchio: <<Soffri e soffrirai ancor più, ma stavolta ho deciso di essere con te. Sarai libero e vincitore, te lo prometto>>”. (511)

L’AMORE CHE SI FA LARGO DOPO TANTO DOLORE

“Ho trentasei anni e sono in buonissima salute, mi sento ancora giovane e tutti, per fortuna, mi considerano giovane: non dimostro più di trent’anni, mi dicono tutti gli amici. Ora, la ragazza ha diciannove anni e la bellezza della sua razza, calma e piena di fatalismo nel modo di pensare. Per me sarebbe un dono del cielo amare ed essere amato da quella ragazza splendida.

Quando usciamo tutti e tre, lei va sempre sul portapacchi anteriore e sa benissimo che se è ben seduta con il busto eretto e io chino un po’ la testa per far forza sui pedali, vado vicinissimo al suo viso. Se getta la testa all’indietro, vedo in tutta la loro bellezza i suoi seni nudi sotto il velo, ancor meglio che se fossero scoperti. I suoi grandi occhi neri ardono a questi approcci, e la sua bocca rosso scuro nella pelle color tè si apre per la voglia di farsi baciare. La sua bocca meravigliosa è ornata di denti splendenti e bellissimi. Ha un modo di pronunciare certe parole, di mostrare un pezzetto della sua lingua rosa nella bocca semiaperta, che renderebbe libidinosi i santi più santi che ci ha dato la religione cattolica.

Stasera dobbiamo andare al cinema noi due soltanto, perché sembra che la sorella abbia l’emicrania, emicrania che credo simulata per lasciarci soli. Viene con un vestito di mussola bianca che scende fino alle caviglie, che, quando cammina, si vedono nude, cinte di tre anelli d’argento. Porta un paio di sandali i cui cinturini dorati si legano all’alluce. Le fanno un piede estremamente elegante. Nella narice destra ha incrostato una piccolissima conchiglia d’oro. Il velo di mussola che porta sul capo le scende leggermente sulle spalle. Un nastro dorato glielo tiene stretto attorno alla testa. Dal nastro, fino in mezzo alla fronte, pendono tre fili di pietre d’ogni colore. Un gioco, una fantasia, che quando si muove lascia intravvedere il tatuaggio azzurro caldo della sua fronte.

L’intera famiglia indù e la mia, rappresentata da Cuic e dal monco, ci guarda partire con dei volti felici e contenti di vederci esteriorizzare la nostra felicità. Hanno tutti l’aria di sapere che torneremo dal cinema fidanzati.

Seduta sul cuscino del portapacchi della mia bicicletta, filiamo entrambi verso il centro. È stato in un lungo tratto a ruota libera, in un viale male illuminato, che quella splendida ragazza, di propria volontà, mi sfiora la bocca con un bacio leggero e furtivo. Era così inatteso che prendesse lei l’iniziativa, che a momenti cadevo dalla bici.

Le mani nelle mani, seduti in fondo alla sala, le parlo con le mie dita, e lei mi risponde. Il nostro primo duetto d’amore in quella sala cinematografica dove facevano un film che non abbiamo visto, è stato completamente muto. Le sue dita, le sue unghie lunghe ben curate e dipinte, le pressioni morbide della sua mano cantano e mi comunicano, assai più che se parlasse, tutto l’amore che sente per me e il desiderio di essere mia. Ha chinato la testa sulla mia spalla, il che mi permette di baciarla sul suo viso così puro.

Questo amore così timido, così lungo a rivelarsi, si trasformò ben presto in passione totale” (575-576)