Concetto Marchesi, Il libro di Tersite, Sellerio, Palermo 1993 (1919)

IL PARADISO IN TERRA È UN PRODIGIO DIABOLICO

“Pellegrino, tu credi al paradiso: ma io l’ho visto; e se avessi bella voce potrei cantartelo con accompagnamento di chitarra. Ho visto il paradiso nello sguardo di quella donna, posato su di me. Com’era? Non te lo so dire: era uno di quei prodigi che il diavolo compie sulla nostra povera terra coi ricordi del cielo”. (41)

LA GIOIA, EREDITÀ DELL’INFANZIA

“Lei, reverendo, vuol sapere se io sono un infelice? Forse lo sono, se infelice è veramente chi ha perduto la facoltà di gioire. La gioia è l’unico retaggio infantile che resti negli anni maturi: e quando il bambino è morto dentro di noi, noi ci aggiriamo intorno al sepolcro come nottambuli ubriachi che tardino a rientrare nella propria dimora”. (53)

UN FEMMINICIDIO

“Entrai. Su un rozzo tavolo ad angolo della stanza una lucerna agitava grandi ombre sulla parete e mandava un filo di fumo acre e oleoso. A distanza di due metri era il letto e nel mezzo, per terra, la morta, su cui la lucerna metteva chiazze tremolanti di luce rossiccia. Il volto restava nell’ombra. I piedi nudi e discosti apparivano fuori della camicia, gialli e smisurati. Dei bracci uno era steso sul pavimento, l’altro stava raccolto sotto la schiena. Sul ventre la camicia aveva larghe squarciature, che facevano vedere la carne come un blocco floscio di pasta cruda e ammaccata. Spostai la lampada per illuminare la testa. Al posto di un occhio era un grosso tumore venoso, l’altro occhio era fisso e dilatato come quello delle bestie macellate. Dal naso e dalla bocca colava abbondante bava sanguigna che si aggrumava per terra; e una cagna ossuta leccava.

Fuori della porta si avvertiva un certo scompiglio. Una donna non più giovane, con la faccia convenientemente agitata, ci venne incontro sulla soglia, gridando parole lamentose: – Ohimé, povero fratello mio, che non me lo sono goduto neppur un giorno da quando è partito! – Il parroco taceva, tetro e duro, con gli occhi fissi sul cadavere. Parlai io.

– Non vi disperate: vostro fratello tornerà presto, e avrete modo di godervelo a lungo. I giurati, la legge, gli avvocati ve lo rimanderanno più bello e più grasso di prima. Egli non sarà punito per assassinio: egli non è un assassino. L’assassino di fronte ai giudici non è l’uomo, è l’arma: l’arma omicida. Quella donna è stata uccisa a calci sul ventre, sul petto, alla testa. Il piede non è arma omicida: e se produce la morte, ciò avviene oltre le intenzioni dell’imputato. Vostro fratello può tutt’al più essere accusato di omicidio preterintenzionale. E c’è la concausa: perché i periti e gli avvocati dimostreranno che se la donna è morta, è morta non per colpa dei calci ricevuti, ma per colpa del recente puerperio che non le ha permesso di sopportare quei calci. Vostro fratello tornerà a casa in trionfo. Egli non è l’uccisore, è la vittima della donna che amava…

La sorella annuiva tutta consolata e quasi orgogliosa alle mie parole. Continuai: – … che amava. Appunto. Chi vuole uccidere impunemente una creatura umana deve almeno confessare di amarla. E vostro fratello lo confesserà: e se per caso se ne scorda, lo diranno per lui gli avvocati, i giornalisti, i giurati. Egli è inoltre il custode inesorabile dell’onore domestico: lo dimostra la furia onde ha fracassato l’infelice. Animo, buona donna! Vostro fratello non è giudicabile, è un giudice. Egli ha difeso il suo onore e il suo amore, come ha difeso la sua patria…

La sorella ascoltava rapita.
– Ma le, lei è l’avvocato!
– No, buona donna: non sono l’avvocato; ma troverete dovunqueun avvocato che lo faccia assolvere davanti al tribunale degli uomini, e un prete che lo assolva davanti al tribunale di Dio: col primo bisogna spendere molto più quattrini…” (58-60)

LO IONIO SICILIANO

“Così avvenne ch’io in un pomeriggio di novembre, a Messina, mi appoggiai alla finestra e vidi il mare.

Signora, chi sa dire che colore aveva il mare Ionio, in quel pomeriggio di novembre? Io non lo so. A me pareva che tutte le idee, le cose, le visioni dell’universo si fossero rifuse e colorite in quel mare; e sentivo un tremito di commozione dinanzi a quel miracoloso naufragio di tutte le luci dentro una pazza creazione di azzurro. E l’occhio mio scorreva incantato lungo il canale e oltre ancora, sul mare di Sicilia, e risognava tutta la costa d’oriente, fino a quell’ultimo favoloso lembo di spiaggia da Santa Tecla all’isola dei Ciclopi, fino al golfo di Catania, immenso giardino di alghe entro un’alta muraglia di lava nera; e rividi allora la vecchia casa perduta e il mio focolare, signora mia” (65)

CRETINISMO FILOSOFICO

“Dicono che la filosofia ha un gran peso nella vita umana, giacché somministra agli uomini una scienza ed una norma universale. Ed è infatti vero che certi uomini hanno, in tempi diversi, operato il miracolo di rivelazioni ideali capaci di illuminare le strade dell’universo e di suscitare nuovi destini nella esistenza dei mortali. Ma ci sono tempi in cui i filosofi non si contano più: gli avvocati, i commercianti, i capitani dell’esercito, i commessi viaggiatori, i ministri dicono <<la mia filosofia>> come dicono <<la mia fantesca, il mio attendente, il mio campionario, il mio capo di gabinetto>>. I filosofi si trovano dovunque, per le piazze, per le strade, per le case, in città, in campagna, a mormorare, a urlare, a soffiare nelle orecchie di tutti qual è la vera scienza e la vera norma del vivere: e non c’è scampo da essi, né con le carezze, né coi silenzi, né con la fuga. In ogni luogo c’è sempre un filosofo disponibile che, quando ha bene arrotato il suo cretinismo, pronuncia la terribile frase: <<Facciamo un ragionamento>>. Signora: comandatemi di rialzare la coda a un cane arrabbiato, cacciatemi una vipera nella tasca del soprabito, lasciatemi solo a sedere sul vostro divano in compagnia di un rinoceronte, ma non invitatemi mai a desinare con un uomo che faccia i ragionamenti” (75)