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filosofia&storia

“Dunkirk” e “1917”

attualità, cinema, storia Posted on Dom, Febbraio 09, 2020 17:26:34

Un filo rosso collega “Dunkirk” di Cristopher Nolan (2017) con “1917” di Sam Mendes (2019). Sono due film profondamente patriottici che hanno accompagnato il processo di Brexit dall’avvio alla conclusione. I due registi britannici intendono esaltare la loro nazione, la sua gelosa indipendenza, il suo amore per la libertà. All’interno di opere esteticamente apprezzabili è reso disponibile per la massa un messaggio chiaro e popolare di unione, forza, coraggio. La Gran Bretagna ce la farà. Come è accaduto nella prima e nella seconda guerra mondiale. Contro il nemico tedesco. I tedeschi non vengono praticamente rappresentati nel primo film, e nel secondo, nelle poche scene in cui sono ritratti, assurgono a emblema di disumanità, slealtà, volgarità.

Non è un caso se le azioni di entrambi i film si svolgano sul suolo francese. I fratelli d’oltremanica, legati da un’unica storia millenaria, si stanno consegnando mani e piedi al mortale abbraccio germanico. Sono loro che stanno tradendo noi, noi che abbiamo versato il sangue per loro.

In “1917” c’è una scena cruciale, che ne riprende una simile di “Barry Lyndon” di Kubrick: nell’orrore della guerra il soldato solitario incontra, all’interno di una casa, una donna sola con un neonato e per un attimo si ricostituisce un’umanità armonica. Ma Barry, l’irlandese, che sta fuggendo sotto mentite spoglie, sostanzialmente inganna la donna tedesca e ne prende godimento: il bambino è solo un paffuto trastullo, frutto altrui. In ‘1917’ William, l’inglese, che sta lottando contro il tempo per adempiere al dovere, dà tutto quello che ha alla donna francese e versa persino il suo latte per il bambino che ella accudisce, come fosse suo figlio, e che diviene simbolo di rinascita e speranza.

Che film di questo tenore escano in questi anni come coproduzioni anglo-americane ha un chiaro valore di promozione culturale a sostegno di precise scelte politiche, quali la fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea e il tentativo di disarticolazione del progetto eurocratico da parte di Usa e Regno Unito.

Non sto qui a discutere se quelle scelte politiche siano giuste o no e per chi eventualmente. Quello che mi interessa è che dei prodotti di buon livello artistico trasmettano un messaggio culturale e nazionale senza scadere nella propaganda dozzinale o violenta. Evidentemente, in quei paesi, la Politica con la P maiuscola, quella che noi diciamo essere stata divorata dall’Economia, dalla Burocrazia, dalla Tecnica, esiste ancora, nonostante, o anzi proprio grazie alle bizzarrie personali di un Nigel Farage o di un Boris Johnson o di un Donald Trump e influisce anche, direttamente o indirettamente, sulle produzioni artistiche (come è sempre stato).

Si impone poi un confronto con il cinema italiano più di successo, tutto ripiegato sui problemi adolescenziali dei cinquantenni, sulla propaganda di valori politically correct – tanto stucchevoli quanto non praticati – sul burinismo dilagante, sulla violenza criminaloide. E si può misurare visivamente la distanza tra chi, ancora oggi, tra mille difficoltà, è nazione, e chi non è lo ormai più e forse non lo è stato mai.



Da re taumaturgo a re vaccinato

storia Posted on Mar, Maggio 30, 2017 12:17:34

Il 18 giugno 1774 Luigi XVI, dopo aver visto il padre, Luigi XV, morire di vaiolo, si fa inoculare il vaccino. Maria Antonietta e le altre dame di corte lanciano la moda del ‘pouf à l’inoculation’ o ‘de l’inoculation’ un’acconciatura per cui nella chioma delle signore vengono rappresentati il serpente di Asclepio, una verga, un sole nascente e un ramoscello d’olivo. Vaccinarsi diventa una moda. Purtroppo, pare non rimangano immagini di tali acconciature. Luigi XVI e Maria Antonietta non moriranno di vaiolo, come noto.



Jože Pirjevec, Serbi croati sloveni. Storia di tre nazioni, 1995

storia Posted on Mer, Maggio 24, 2017 22:41:52

Studi sulle radici.

Jože Pirjevec, Serbi croati sloveni. Storia di tre nazioni, Il Mulino,
Bologna 1995

Cerimonia di incoronazione e trono in pietra: quanto rimane
dell’antico stato sloveno conservati anche dai duchi tedeschi fino al 1414. Ne parlano
Enea Silvio Piccolomini nel De Europa,
Jean Bodin, Thomas Jefferson (124).

“Nel corso di essa il principe, vestito da contadino,
con promesse di buon governo e doni simbolici doveva riscattare da un contadino
libero, scelto nella classe dei kosezi
(uomini d’arme con particolari benefici e libertà), il diritto di ascendere
alla sua carica” (124).

Ballata popolare:

“Stanotte il turco ha saccheggiato, stanotte, nella
notte oscura, ha ucciso mio padre, mia madre e la mia sorellina più giovane, ha
rapito la mia amata” (126).

Rivolta contadina che ha successo nel 1515, canzone, primo
testo a stampa sloveno: “Essi alzarono il grido dell’antico diritto,
cercando di vendicarsi e indebolire la potestà del proprio signore. A raccolta,
a raccolta, a raccolta, voi tutti, poveri e derelitti” (129).

Rivolta del 1573 “Matija Gubec, che i contadini avevano
proclamato loro re, venne fatto prigioniero e portato a Zagabria per esservi
giustiziato. Secondo le fonti, egli fu incoronato con una corona di ferro
incandescente, trascinato per le strade della città, torturato con tenaglie
roventi e infine squartato” (131).

Il riformatore sloveno Trubar e il vescovo di Trieste, Bonomo, suo protettore.

Incontro-scontro ta Trubar e Pietro Paolo Vergerio (di
Capodistria). Quest’ultimo lo convince ad adottare i caratteri latini e non
gotici per i suoi scritti in sloveno.

Dalmatini, traduttore di tutta la Bibbia in sloveno.

Nel ‘600 crisi della lingua slovena, sostituita dal tedesco
e dal latino.

Il beneficio delle riforme di Maria Teresa e di Giuseppe II
sulla Slovenia.

1809, Napoleone: province illiriche con capitale Lubiana.

Il termine “sloveno” si affermò solo tra il 1806 e
il 1812 per racchiudere carinziani, istriani, carniolani, abitanti del Litorale
(136).

1848: speranze di unificazione e autonomia all’interno
dell’impero.

Divisione della terra ai contadini, economia di mercato: emigrazione
di 100.000 sloveni.

Grande attività culturale di fine ‘800. Lotte per l’identità

1897: avvicinamento ai Croati.

1907 suffragio universale.

1915: incredibile capacità dell’esercito austro-ungarico di
difendere il confine isontino, dato da tutti per indifendibile (143).

“Gli Sloveni costituivano com’è ovvio solo una parte
dell’eterogenea compagine, composta da tedeschi, boemi, slovacchi, magiari,
dalmati, bosniaci, croati, serbi, ucraini, polacchi, ebrei, italiani, zingari,
rumeni. Essi non si distinsero per ferocia come i bosniaci, né per scetticismo
o perfino disfattismo come i cechi, ma combatterono la loro guerra senza
simpatie né per l’Austria né per l’Italia, con caparbietà contadina,
consapevoli, se non altro, di combattere in difesa della propria terra”
(144).

“Fin dal ’15 cominciano ad apparire le prime uniformi
di tessuto d’ortiche, del tutto inadatte a riparare i soldati dal gelo cui
erano esposti” (145).

Caporetto = Kobarid

Alla fine del 1918 gli Sloveni sono come “bambini
politici”.

Costituzione dell’Università a Lubiana per concessione del
nuovo governo nazionale serbo.

1928, uno sloveno Korošec diviene primo ministro (149).

1929 Colpo di stato di Alessandro. Korošec resta nel governo
ma poi ne esce.

1941 Gli sloveni sono favorevoli alla scelta del reggente
Paolo di aderire al patto tripartito come minus
malum
.

6.4.1941: invasione tedesca, italiana e ungherese.

1927 nella Venezia Giulia: proibizione di ogni attività
politico-culturale slovena. Chiusura delle scuole slovene.

Ben tre volte nel ’29 nel ’30 e nel ’41, il tribunale
speciale per la difesa dello Stato si trasferì da Roma a Pola e a Trieste per
dare in loco una dimostrazione dell’efficienza della giustizia fascista. Tra il
1927 e il 1943 vennero celebrati 131 processi contro 544 imputati sloveni e
croati, 10 dei quali furono condannati a morte e fucilati nel periodo
antecedente la Seconda Guerra Mondiale” (153).

“Come scrisse Kocbek, oltre agli ebrei solo gli sloveni
erano stati condannati a morte da Hitler come soggetto etnico: a tutti gli
altri popoli sotto il suo dominio, croati, serbi, cechi e slovacchi, polacchi,
ucraini, danesi, norvegesi e olandesi, egli aveva pur riconosciuto un qualche
diritto all’esistenza; la Slovenia invece venne divisa, per suo ordine, in tre
e smembrata tra le potenze vicine” (153).

Gli Sloveni stessi pensano a una loro definitiva scomparsa
etnica.

L’ex sindaco di Lubiana si suicida (Ivan Hriber) alla
vigilia dell’invasione tedesca, lasciando sull’argine del fiume un biglietto
con un famoso verso di Prešeren: “È meno terribile la morte nel grembo
della terra oscura / dei giorni schiavi sotto il sole splendente” (154).

21.6.1941 attacco nazista all’URSS: Per i partigiani sloveni
è il via libera all’azione.

Fronte antimperialista diventa Fronte di liberazione (OF)…
“L’informatore sloveno”.

I partigiani comunisti decidono di attaccare anche i
collaborazionisti, la società slovena si spacca. Gli italiani favoriscono la
nascita di formazioni belogardiste. La repressione italiana è violenta.

“Lubiana fu circondata da una barriera di filo
spinato” (157)

Dopo la vittoria in Africa degli anglo-americani su Rommel,
i comunisti jugoslavi temono uno sbarco alleato che favorirebbe i Karageorgevic.

Domobranci :
difensori della patria

“La fine della guerra, giunta in Slovenia solo alla
metà di maggio ’45, dopo che sugli altri fronti europei non si sparava più già
da una settimana… I domobranci, seguendo le truppe tedesche, si rifugiarono,
nel maggio del ’45, nella Carinzia occupata dagli inglesi. Questi decisero
tuttavia di rinviare i fuggiaschi in patria, insieme alle donne e ai bambini
che li avevano seguiti. Con la scusa di traspor- (159) tarli al sicuro in
Italia, li fecero salire, in 10.000 circa, su treni che li portarono al di là
delle Caravanche, dove li aspettavano speciali unità di liquidatori”
(160).

1.5.45 Tito a Trieste

12.6.45 Tito costretto a lasciare Trieste, sostituito dagli
anglo-americani (161).



Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943), 1998

storia Posted on Mar, Maggio 23, 2017 15:26:46

Studi sulle radici.

Marco Cuzzi, L’occupazione italiana della Slovenia
(1941-1943)
, Stato Maggiore dell’Esercito, Roma 1998, pp. 400.

29.4.1941. Limitazione della circolazione degli autoveicoli
e dei motoveicoli a quelli di pubblico interesse (il 12 luglio anche a questi viene
proibita la circolazione notturna e festiva) (57)

25.aprile: Ucciso dai partigiani il podestà di san Vito di
Cerknica insieme al segretario comunale e ad un altro collaborazionista. BAC
(Brigata Anti Comunista, poi MVAC Milizia Volontaria Anti Comunista)
“Altre BAC sorsero presso Cerknica e Skrlievo) (81).

24.giugno Revocato nella provincia di Lubiana il
riconoscimento della Chiesa Cattolica Nazionale dei Vecchi cattolici. Con la
stessa ordinanza venivano disciolte le comunità vecchiecattoliche e se ne
vietava l’esercizio pubblico con un’ammenda per i contravventori fino a due
mesi” (88) Così Grazioli si ingrazia il vescovo di Lubiana Rozman
(conservatore)

Equipaggiamento cetnico: “Ogni gregario ha inoltre in
dotazione un berretto da belogardista ed uno da partigiano in modo che se
vengono incontrate truppe italiane i cetnici figurano essere belogardisti, se
quelle partigiane, partigiani” (122).

In Slovenia operano soltanto 1800 partigiani sloveni (109).

Le forze cetniche in Slovenia ammontavano a circa 600 unità
(121).

Le bande partigiane indossavano spesso uniformi dell’ex
esercito reale jugoslavo e venivano scambiati per cetnici (147).

3.1.1942 Astensione della gente dalla circolazione e dalla
frequentazione di locali pubblici per ricordare i “caduti per la causa
slovena”. La manifestazione riesce perfettamente (163).

A tali manifestazioni l’esercito di occupazione rispondeva o
obbligando a manifestazioni simili per ricordare i caduti italiani (ma
obbligatorie), oppure anticipando il coprifuoco.

7.2.1942 Altra giornata di protesta e di ricordo dei
“caduti comunisti”

Licenze di circolazione limitate a cause di estrema
necessità. “Su segnalazione del Questore venne deciso che i militari ai
posti di blocco avrebbero perquisito anche le donne, sospettate di custodire le
armi dei “ribelli”. (171)

Accantonato il progetto di sopprimere tre presidi tra cui
quello di Rakek (troppo importante per la sua importanza strategica alla
frontiera). (174)

23.2.1942 Blocco di Lubiana, circondata da filo spinato e
posti di blocco armati (175).

“XI Raggruppamento Guardia alla Frontiera:

Presidio di Rakek

Comando 17° raggruppamento d’artiglieria Guardia alla
Frontiera;

II/XXIII settore;

VIII battaglione minatori;

646a compagnia mitraglieri;

CX battaglione mitraglieri;

due batterie leggere di Guardia alla Frontiera da
stabilire.” (179)

Presidio di
Rakek

una compagnia di fucilieri;

due pezzi autotrasportati;

una compagnia mitraglieri.” (181)

“A Lubiana si ride delle perquisizioni della nostra
questura. Tutte le armi sono nascoste nel sottosuolo delle cantine e sotto i
pavimenti di legno delle abitazioni” (183)

“Il 19 e 20 marzo [1942] un reparto della Divisione
“Granatieri di Sardegna” incendiò sette frazioni del comune di
Idecano, razziò l’intero bestiame, i generi alimentari e tutte le masserizie
disponibili e infine fucilò sul posto cinque civili” (184).

“La fine del lungo e particolarmente gelido inverno…
” [1942] (194)

Robotti chiese a Grazioli di disciplinare il suono delle
campane, in quanto talvolta parroci o campanari accondiscendenti le avevano
usate per avvertire le formazioni partigiane del sopraggiungere di reparti
italiani. Grazioli assicurò che ne avrebbe parlato a Rozman [vescovo di
Lubiana] affinché limitasse l’utilizzo delle campane alle sole funzioni
religiose e a determinate ore del giorno. In seguito a tali colloqui, l’Alto
Commissario avrebbe emanato un’ordinanza, il 19 agosto 1942, nella quale si
limitava l’utilizzo delle campane alle sole funzioni religiose e, su ordine del
compe- (195) tente comando militare, come allarme antiaereo. Per chi avesse
fatto uso improprio delle campane, sarebbe stata comminata una pena pari ad un
anno di carcere e diecimila lire di multa” (196)

(Polizia, CC.RR. [Carabinieri Reali], Regie Guardie di
Finanza, MVSN [Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale], ex-squadristi) (200)

Requisizione di sci e calzature in cuoio (212)

Gli uffici postali sarebbero stati chiusi in tutte le
località soggette ad operazioni militari. Sarebbero rimasti aperti soltanto gli
uffici di Lubiana e dei centri maggiormente presidiati (Kocevje, Novo Mesto,
Longatico, Rakek, Verconico, Grosuplje, Crnomelj) (219)

Quindi quello di
Cerknica chiuse?

Dopo il 18 luglio 1942

“L’XI Raggruppamento “Guardia alla Frontiera”
avrebbe condotto rastrellamenti nella zona tra Vinji Vrh, Topol e Circonio
[Cerknica], ostacolando al contempo eventuali fughe di partigiani dal Krim
verso sud-ovest e da Turjak verso sud-est. I confini storici dell’Italia
sarebbero stati chiusi e presidiati dal XXIII Corpo d’armata” (221)

Formazioni partigiane:
“Primorska Odred”, operante in Venezia Giulia (Postumia)…”
(229)

17.9.1942

L’Alto Commissario chiese la liberazione del Ginnasio Reale
di Kocevje, di due scuole inferiori a Rakek. (237)

“Il 15 giugno 1943 Emilio
Grazioli, nominato prefetto di Catania
, fu sostituito nella carica di Alto
Commissario per la provincia di Lubiana da Giuseppe Lombrassa (1906-1966)”
(260).

“Nel giugno 1943 l’attività delle formazioni partigiane
si spostò verso occidente, interessando soprattutto i presìdi della Guardia
alla Frontiera di Longatico, Rakek e Velike Bloke e la linea ferroviaria
Postumia-Lubiana” (261)

Il vescovo
propagandista

“Il 19 luglio [1943] Rozman giunse a Cerknica, a sud
est di Lubiana. Ricevuto dal comandante del sottosettore e da una
rappresentanza del locale presidio della Guardia alla Frontiera, Rozman non
pronunciò un’omelia, bensì un “vibrante discorso” elencando le
“nefandezze compiute dai b.c. (banditi
comunisti NdA
) e rivolgendo un riconoscente saluto alle Forze Armate
italiane che da tempo in terra slovena combattono il subdolo nemico per il
trionfo della civiltà cattolico europea” [la
fonte è il notiziario giornaliero del comando dell’xi raggruppamento Guardia
alla Frontiera al comando della 2a armata n. 200, 19 luglio 1943]

“Nel
frattempo, preoccupato dalle reazioni negative registrate tra le fi- (270) la
della MVAC all’indomani del 25 luglio, il vescovo Rozman continuava il suo
peregrinare al fine di spronare gli sloveni “bianchi” a proseguire la
lotta ai comunisti. Il 9 agosto l’alto prelato si recò a Rakek, presso il
locale presidio della Guardia alla Frontiera. Tuttavia, ascoltando attentamente
le parole del Vescovo, si denotava, anche in lui, una certa malcelata
preoccupazione. “Parlando della guerra in corso ha affermato che
difficilmente una delle parti contendenti potrà raggiungere un’effettiva
vittoria sull’altra, ma se i popoli dovranno prevalere sugli altri, potranno
essere soltanto quelli che si sono mantenuti vicini a Dio ed alle dottrine
cristiane, poiché senza la provvidenza divina nessuna meta potrà mai essere
raggiunta” [Notiziario 9 agosto
1943]

“L’Ufficiale
della Guardia alla Frontiera che redasse il notiziario annotò inoltre:
“Secondo alcune voci, il discorso è stato definito come ‘coraggioso’, per
quanto non sia mancato chi lo abbia ritenuto un po’ imprudente”.

“la “crisi” del collaborazionismo fu seguita
con attenzione, come si è visto, dal movimento cetnico sloveno. Tuttavia anche
i partigiani, convinti dagli emissari britannici, tentarono di estendere la
propaganda già in atto verso gli italiani ai militi della MVAC. Ad alcuni
presidi anticomunisti della Guardia alla Frontiera furono recapitati appelli
firmati dal maggiore Jones, nei quali si chiedeva ai belogardisti di
abbandonare gli italiani e di unirsi alle unità titoiste. La crisi del sistema
politico-militare italiano stava coinvolgendo anche le sue creature: le
diserzioni dalla MVAC iniziarono ad aumentare.

Il 10 agosto venne organizzata una vasta operazione di
rastrellamento nella regione della Velika Gora settentrionale, tra Ribnica e
Cerknica” (271).

“Robotti, informato dell’imminente capitolazione, aveva
dunque deciso di abbandonare definitivamente la Slovenia, terra ingrata che non
meritava certo di essere difesa” (279)

“dal 25 luglio i Comandi germanici avevano fatto
affluire lungo i confini italiani nuove unità corazzate dell’entità di una
divisione. Inoltre, dalla fine di agosto Longatico, Planina e Verconico erano
presidiati da un battaglione della 71a divisione della Wehrmacht” (282).

“La divisione “Isonzo” venne raggiunta dalla
notizia dell’armistizio mentre era in procinto di concentrarsi e quindi
trasferirsi a Postumia, come ordinato dai Comandi superiori. L’organizzazione
del trasferimento era resa difficoltosa dall’assenza di linee telefoniche,
interrotte dai partigiani la notte del 7 settembre; ciò nonostante il generale
Cerruti riuscì a concentrare a Novo Mesto e Trbenje circa 12 mila uomini”
(284).

Cerruti poi si unirà
ai partigiani come soldato semplice (285).

Volantino del 1942

“Soldati
italiani! Mussolini vi ha strappato dalle vostre case, dalle vostre
famiglie per trascinarvi in una guerra ingiusta di conquista. Il fascismo, che
nel corso della vostra vita vi ha negato ogni gioia e vi ha procurato miseria e
fame, vuole ora distruggere ogni vostra speranza e mandarvi al macello. Nelle
caserme soffrite la fame, siete sottoposti a fatiche inutili e penose, e siete
tenuti sotto una brutale disciplina. Sui fronti della guerra siete esposti alla
più crudele morte, alle più dolorose mutilazioni. Sono i plutocrati fascisti,
che hanno voluto questa guerra e che ora da essa ne tirano grandi profitti.
Siete voi che non avete voluto questa guerra, che ora siete mandati a farla e a
sopportarne tutte le sofferenze. Sono i plutocrati fascisti e le loro famiglie,
responsabili della guerra, che non soffrono la fame, perché hanno le case piene
di riserve di generi alimentari. Siete voi e le vostre famiglie che per causa
dei responsabili della guerra soffrite la fame, non avete da mangiare. Gli
agenti del fascismo cercano di dividervi e mettervi contro gli operai delle
vostre classi non richiamati alle armi. Non lasciatevi ingannare! Questi operai
non sono degli imboscati, ma sono anch’essi vittime della guerra del fascismo,
esse assieme a tutti gli altri operai vogliono unirsi a voi e ai contadini per
difendere l’URSS, per conquistare la pace e per liberare il nostro paese dal
giogo hitleriano.

Soldati,
sottufficiali, ufficiali!

Hitler, Mussolini, dopo aver subito il più clamoroso scacco
nella loro aggressione contro l’URSS si apprestano ora a lanciare una nuova
grande offensiva contro il paese del Socialismo, della libertà, del benessere.
Rifiutatevi di combattere contro l’Unione Sovietica. I vostri nemici non sono
le popolazioni dell’URSS, della Jugoslavia e della Grecia ecc., ma il governo
Mussolini che ha ridotto voi e le vostre famiglie a soffrire la fame e che
vuole fare di voi della carne da cannone. Il vostro nemico è il governo
Mussolini che ha aggregato il nostro Paese al carro dell’imperialismo
hitelriano. (337). Le armi che il fascismo vi ha consegnato non utilizzatele
contro i gloriosi soldati e partigiani sovietici e i loro alleati, utilizzatele
per spazzare dal nostro Paese i vostri veri nemici; il governo di Mussolini e i
dominatori hitleriani. Distruggete, sabotate il materiale bellico destinato
alla guerra contro l’URSS e i suoi alleati. Passate con armi e bagagli dalla
parte dell’Esercito Rosso per continuare nelle sue file la lotta contro il
comune nemico. Alla milizia fascista che spia i vostri sentimenti, che esercita
su di voi il controllo degli sbirri, e che è disposta a spararvi nella schiena,
rispondete col piombo dei vostri fucili e delle vostre mitragliatrici”
(338).



Mario Pacor, “Confine orientale. Questione nazionale e Resistenza nel Friuli e Venezia Giulia”, 1964

storia Posted on Lun, Maggio 22, 2017 17:49:13

Studi sulle radici.
Mario Pacor, Confine orientale. Questione nazionale e
Resistenza nel Friuli e Venezia Giulia
, Feltrinelli, Milano 1964, pp. 388

Italianizzazione dei nomi

Prime organizzazioni fasciste a Trieste, 1919: “Tra i
promotori quel Bruno Coceanig che, italianizzato il nome in Coceani, sarà poi
gerarca fascista dell’industria e prefetto collaborazionista sotto
l’occupazione tedesca” (69).

D’Annunzio a Fiume, seguito di arditi, volontari

“Il 12 settembre 1919 il “poeta-soldato”
entra a Fiume alla testa di una colonna di granatieri, arditi, volontari
giuliani e dal balcone del governatorato proclama l’annessione all’Italia”
(91)

Comunisti e contadini sloveni

Prefetto di Trieste Moroni 1924 scrive al Ministero degli
Interni: “… L’elemento contadino sloveno in buona parte segue le
direttive comuniste” (119)

Repressione antislava

“Ogni minima espressione di consapevolezza nazionale,
come il solo cantare canzoni popolari slave, era presa a pretesto per arresti e
condanne come si trattasse di attività sovversiva e antinazionale”. (120)

Disordini contro i fascisti a Postumia 1927

“Nei pressi di Postumia, dove alcuni ignoti contadini
hanno, tempo addietro, audacemente assalito un posto della milizia fascista, è
stato ritolto, a viva forza, ad un agente delle tasse ciò che egli aveva preso
ai contadini in nome del governo fascista…” (127)

Plebiscito nel 1929…
intimidazioni fasciste.
(128)

Processi del tribunale speciale del 1930

“Il giorno della sentenza una folla di sloveni
esasperati assaltò a S. Pietro del Carso la Casa comunale e i fascisti per
rappresaglia incendiarono numerose case di contadini ritenuti patrioti o
antifascisti” (131)

Le prime bande partigiane… i Brkini

“Nella primavera-estate del 1942 già operavano ovunque
le prime čete (squadre, schiere, compagnie)
partigiane giuliane: la Tolminska četa,
la Vipavska, la Kraška, la Piuska, la Brkinska e la Îstrska četa, ossia le compagnie del Tolminese, della valle del
Vipacco, del Carso, della Piuca, della zona detta dei Brkini e infine
l’istriana” (166)

Rappresaglie fasciste

“Il 5 aprile 1942, in risposta a un’imboscata
partigiana, si inscena un’adunata fascista a Postumia, si terrorizza la
popolazione, si brucia la casa del noto capo partigiano Maslo…” (168)

Le foibe come vendetta rivoluzionaria non etnica

“Che poi non si sia trattato solo di uno sfogo di odio
antitaliano lo dimostra (195) il fatto che nelle foibe si sono trovati anche
resti di numerosi soldati tedeschi, e che vi sono stati gettati anche croati
traditori del loro popolo, ustascia,
cetnici
e domobrani, come non solo croati ma anche italiani furono tra gli
insorti epuratori” (196)

Misure partigiane antifoibe

“Antonio Hrovatin Stevo. Un giorno incontra per via due
contadini armati che spingono avanti un paesano disarmato. Chiede loro dove lo
portino ed essi, ammiccando gli rispondono che vanno a “farlo fuori”.
Con che ordini? Siamo partigiani è la risposta. Capisce di che si tratta, punta
contro di loro il mitra, li disarma e li porta al comando. Risulta che si
tratta d’una vendetta personale, che costui li aveva denunciati per un furto di
bestiame e che essi, usciti di prigione, volevano fargliela pagare. L’uomo non
ha altre colpe ed è liberato, i due disarmati e mandati a casa con un severo
ammonimento” (198)

L’invasione tedesca: Adriatisches Künstenland

“Colonne di poveri soldati italiani disarmati che dalle
caserme vengono condotti alle stazioni ferroviarie per essere spediti in
Germania, ai lati di quelle colonne solo quattro o cinque sottufficiali e
soldati nazisti, comandati sì e no da un ufficiale, che si trasmettono secchi
ordini o avvertimenti, il mitra pronto allo sparo – e spesso sparò contro
qualcuno che tentava la fuga… La notte, nelle città giuliane immerse nel buio
dell’oscuramento e nel profondo silenzio del coprifuoco, il rintronare nelle
vie deserte dei passi delle pattuglie tedesche ed ogni tanto spari di
rivoltella o fucile, raffiche di mitra… Basta la fama di ciò che è l’esercito
nazista, bastano quei primi atti di forza, gli atteggiamenti di spietata
durezza di quegli uomini in quelle uniformi, il tono minaccioso dei pri- (203)
mi bandi, spesso lanciati da aerei in forma di volantini, a far scendere fin
dai primi giorni dell’occupazione, su Udine, Monfalcone, Gorizia, Trieste,
Pola, Fiume come una pesante cappa di terrore, di incubo, di minaccia. La gente
ne è prostrata, annichilita, pare quasi portata fino a parlare sommesso, a non
alzare la voce per non suscitare l’ira di quel mostro che ha ghermito la
regione e la tiene nei suoi tentacoli d’acciaio. Poi, un po’ alla volta, quella
sua presenza diventa abituale, senza per questo essere meno terrorizzante, ché
anzi lo sarà anche maggiormente quando cominceranno le rappresaglie, le retate
di cittadini, le fucilazioni e impiccagioni. Ma la vita, per un momento quasi
sospesa, riprende, la gente rialza la testa, ognuno trova in quella nuova
esistenza, che pur si sente provvisoria, che durerà quanto durerà la guerra, il
posto che gli compete, e sarà per i più di passivo attendismo, per i migliori
figli di questo popolo un posto di lotta e spesso un destino di sacrificio, per
i figli degeneri un posto di collaborazione, da servi del boia. Ancora unaa
volta situazioni complesse, più torbide e confuse che altrove, faranno che
nella Venezia Giulia si pongano alle coscienze drammatici interrogativi, che i
concetti di classe, di nazionalità, di appartenenza statale si presentino in
maniera intricata, impongano scelte difficili e talora laceranti o
apparentemente contraddittorie” (204)

Il 15 ottobre viene istituito l’Adriatisches Künstenland (204)

Sostegno partigiano delle campagne

“Nelle campagne e le valli dell’Isontino, del Carso,
del Postumiese e dell’Istria, le popolazioni slovene e croate erano nella quasi
totalità a favore del movimento partigiano… ” (242)

I cosacchi agosto 1944

“Il Friuli orientale e la Carnia furono, dai primi di
agosto del 1944, meta di una vera e propria trasmigrazione di popoli: dovevano
diventare, secondo la promessa fatta dai tedeschi ai cosacchi, caucasici e
georgiani della Russkaja Osvoboditelnaja
Armija
di Vlasov la loro nuova piccola patria: il Kosakenland in Nord-Italien. Le popolazioni del Friuli orientale,
della Carnia, dell’Isontino, che li videro sempre più numerosi tra le truppe
ausiliarie dei tedeschi e che in vaste zone di qua dall’Isonzo dovettero subire
l’insediamento delle loro famiglie, li chiamarono, chissà perché,
“mongoli”. In realtà erano cosacchi del Don, del Kuban, del Terek,
del Caucaso settentrionale, e soldati caucasici e georgiani, che si erano
arresi ai tedeschi o ne erano stati comunque fatti prigionieri e che, insieme
con intere popolazioni deportate in Germania per il servizio del lavoro o
fuggite dai loro paesi, per tema di rappresaglie, al seguito delle armate
tedesche in ritirata, e agli ordini di ex emigrati zaristi, erano andati
incontro a un ben più tragico destino. Erano stati oltre tre milioni nelle
retrovie del fronte, nei campi di concentramento e di lavoro, in condizioni di
prigionieri e di deportati. Hitler aveva promesso la libertà e la possibilità
di conquistarsi un avvenire a coloro che avessero accettato di combattere con
le truppe tedesche, e duecentomila di essi, chi per attaccamento alle
tradizioni zariste e per odio anticomunista e chi semplicemente per sfuggire
alla vita dei campi, e alla probabile morte nei campi, avevano aderito,
costituendo appunto quell’ “esercito di liberazione” russo che i
tedeschi impiegarono nella repressione del movimento partigiano polacco e
dell’insur- (244) rezione di Varsavia e trascinando poi con sé attraverso la Germania
orientale, l’Ungheria, l’Austria, la Slovenia e la Croazia, fino nel Friuli.

La maggior parte di costoro era già caduta o era stata
dispersa nella lunga trasmigrazione e nelle battaglie che la avevano
accompagnata, sì che in Italia, nella terra promessa, ne erano giunti appena
poco più di ventimilia, molti con le loro donne e bambini, con i loro vecchi, i
cavalli, i carriaggi con le masserizie, perfino cammelli e dromedari. Armati
nelle maniere più inverosimili, con sciaboloni dei tempi dello zar, pugnali,
fucili da museo, uniformi di ogni genere, e con quello zingaresco seguito di
carriaggi con le famiglie e il bestiame, davano effettivamente l’idea d’una
trasmigrazione di popolazioni centro-asiatiche. Le loro ingenue speranze, gli
oscuri drammi degli ultimi mesi di quella loro odissea, le idee contrastanti
che esprimevano all’approssimarsi del disastro per i tedeschi e quindi anche
per essi, la tragica fine della maggior parte di codesti sradicati sotto i
colpi della guerra partigiana, sono narrati in forma romanzata da Bruna Sibille Sizia, giornalista
partigiana che li conobbe da vicino. Varie altre opere ne trattano non in
maniera letteraria ma storiografica le vicende politiche e militari. Il loro
capo, generale Vlasov, catturato dopo la fine della guerra, fu condannato a
morte come criminale di guerra e traditore e fu giustiziato a Mosca” (245)

Prendono parte alla repressione antipartigiana, alcuni
diventano partigiani. Le popolazioni sono costrette ad accoglierli, nelle case,
distruggono i pascoli con i loro cavalli… (245)

Trasporto di feriti partigiani

“Un’altra attività che impegnò costantemente le
formazioni del IX Korpus fu il trasporto dei feriti più gravi, che non potevano
essere curati negli ospedaletti partigiani della regione, nella zona libera del
Notranjsko, di là da Postumia, dove in un campo d’aviazione in località Babno
Polje venivano a prelevarli aerei alleati che li trasportavano in Puglia”
(258).

Due bande di partigiani ottobre 1944

“Il ottobre la Gortan e il Budicin si trasferiscono in
zona slovena, tra il monte Nevoso e il Nanos” (261)

Motto contro il re Pietro che si era fidanzato a Londra

kralj se ženio,
Tito se borio
” , quando il re faceva all’amore Tito combatteva (292)

Fine Aprile 1945 resistenza tedesca

“Frattanto, come da Trieste, anche da Fiume la
maggioranza delle forze tedesche si stava allontanando, ma qui per organizzare
un’accanita resistenza all’avanzata jugoslava sulla linea Clana-Gumanac-Monte
Nevoso” (325)

Trieste come Berlino e la Corea

“Nel suo piccolo, Trieste fu un significativo
precedente di quelle che, con l’acutizzarsi della guerra fredda, sarebbero
state Berlino e la Corea” (328)

15 settembre 1947

“Alla vigilia del 15 settembre dei neo-(344) fascisti
appiattati nel buio spararono raffiche di mitra contro un circolo popolare alla
periferia di Trieste, deliberatamente mirando sui giovani che danzavano sulla
pista all’aperto: una ragazza, Emilia Passerini, fu uccisa, e un’altra rimase
seriamente ferita. L’indomani, a Pola, Maria Pasquinelli, per
“punire” l’Inghilterra, ammazzava a rivoltellate il gen. Winton”.
(345)



José de Acosta, “Historia natural y moral de las Indias”

storia Posted on Dom, Maggio 21, 2017 23:22:06

José de Acosta, Historia natural y moral de las Indias,
in Obras escogidas, in Biblioteca de autores españoles, LXXIII,
Madrid 1954.

Limiti della scienza
naturale

“Siendo
así que en las causas naturales y físicas no se ha de pedir regla infalible y
matemática, sino que de ordinario y muy común eso es lo que hace regla…” L.
II, c. VIII, p. 46.

L’importanza dell’aria per
la salute

“Está
claro que de los elementos ninguno participamos más a menudo, ni más en lo
enterior del cuerpo, que el aire. Este rodea nuestros cuerpos, éste nos entra
en los mismos entrañas y cada momento visita el corazón, y así le imprime sus
probiedades. Si es aire corrupto, en tantico mata; si es saludable, repara las
fuerzas; finalmente, sólo el aire podemos decir que es toda la vida de los
hombres” p. 52.

Come gli indios cacciavano
la balena

El
estilo que tienen, según me refirieron personas expertas, los indios de la
Florida, donde hay gran cantidad de ballenas, es meterse en una canoa o
barquilla, que es como un antesa, y bogando llegase al costado de la ballena, y
con gran ligireza salta, y sube sobre su cerviz, y allí caballero, aguardando
tiempo, mete un palo agudo y recio, que trae consigo, por la una ventana de la
naríz de la ballena; llamo naríz a aquelle fístula por donde respiran las
ballenas; luego le golpea con otro palo muy bien, y le hace entrar bien profundo.
Brama la ballena, y da golpes en la mar, y levanta montes de agua, y hundese
dentro como furia, y torna a saltar, no sabiendo qué hacerse de rabia. Estáse
quedo el indio y muy caballero, y la enmienda que hace de mal hecho es hincarle
otro palo semejante en la otra ventana, y golpearle de modo que la tapa del
todo, y le quita la respiración; y con esto se vuelve a su canoa, va así dando
cuerda a la ballena. La cual, mientras está en mucha agua, da vueltas a una
parte y a otra, como loca de enojo, y al fin se va acercando a tierra, donde
con la enormedad de su cuerpo presto encalla, sin poder ir ni (73) volver. Aquí
acuden gran copia de indios al vencido para coger sus despojos. En efecto, la
acaban de matar, y la parten y hacen trozos, y de su carne harto perverse,
secándola y moliéndola hacen ciertos polvos que usan para su comida, y les dura
largo tiempo”. L. III, c. XV, pp. 73-74.

Considerazioni sulla coca

Es
pues, la coca tan preciada una hoja verde pequeña que nace en unos arbolillos
de obra de un estado de alto; críase en tierras calidisimas y muy humedas; da
este árbol cada cuatro meses esta hoja, que llamano allá tres mitas. Quiero
mucho cuidado en cultivarse (116) porque es muy delicada, y mucho más en
conservarse después de cogida. Métenla con mucho orden en unos cestos largos y
angostos, y cargan los carneros de la tierra, que van con esta mercadería a
manadas, con mil y dos mil y tres mil cestos. El ordinario es traerse de los
Andes, de valles de calor insufrible, donde lo más del año llueve; y no cuesta
poco trabajo a los indios, ni aun poca vidas su beneficio, por ir de la sierra
y temples fríos a cultivalla, y beneficialla y traella. Así hubo grandes
disputas y pareceres de letrados y sabios sobre si arrancarían todas las
chacaras de coca; en fin han permanecido. Los indios la precian sobremanera, y
en tiempo de los reyes Ingas no era lícito a los plebeyos usar la coca sin
licencia del Inga o su gobernador. El uso es traerla en la boca y mascarla
chupandola: no la tragan; dicen que les da gran esfuerzo y es singular regalo
para ellos. Muchos hombres graves lo tienen por supersitición, y cosa de pura
imaginación. Yo, por decir verdad, no me persuado que sea pura imaginación,
como es con un puño de coca caminar doblando jornadas, sin comer a veces otra
cosa, y otras semejante obras.

La
salsa con que la comen es bien conforme al manjar, porque ella yo la ha
probado, y sabe a zumaque, y los indios la polvorean con ceniza de huesas
quemado, y molidos, o con cal, según otros dicen. A ellos les sabe bien, y
dicen les hace provecho, y dan su dinero de buena gana por ella, y con ella
rescatan, como si fuese moneda, cuanto quieren. Todo podría ben pasar si no
fuese el beneficio y trato de ella con riesgo suyo y ocupación de tanta gente.
Los señores Ingas usaban la coca por cosa real y regolada, y en sus sacrificios
era la cosa que más ofrecían, quemándola en honor de sus ídolos”.
L. IV, c. XXII, pp. 116-117.



L’11 settembre di tredici anni fa

storia Posted on Gio, Settembre 11, 2014 17:05:47

Dove eravate l’11 settembre di tredici anni fa? Chiunque avesse già quel giorno l’età per ricordare se ne ricorderà. Io ero in auto. Da Catania andavo verso Siracusa per una riunione di dipartimento nel mio primo anno di insegnamento di ruolo. Per radio ho appreso del fattaccio. Arrivo nella solita aula sgarrupata dell’anonima palazzina che ospitava il liceo e ci trovo una giovane collega di filosofia e storia, il telefonino in mano, lo sguardo fisso verso il piccolo display, il volto raggiante. Ci legge la notizia che le è appena giunta sull’aggeggio infernale: “E’ scoppiata la terza guerra mondiale!”. Una collega più anziana, posata, bei capelli bianchi corti, pur essendo perfettamente a conoscenza dell’attacco alle torri gemelle, fa: “Guerra mondiale di chi? Chi ha attaccato chi? Chi è stato?”. L’altra, isterica, quasi urlando riprende: “Siamo in guerra, lo vuoi capire che siamo in guerra? E poi in un crescendo delirante… io quest’anno in quinta inizierò il programma dalla terza guerra mondiale e poi tornerò indietro”. Per un momento pensai che fosse tutto un sogno: la notizia alla radio, il caldo appiccicoso siracusano, l’aula fatiscente, la collega delirante, il programma di storia all’incontrario. Per carità, massimo rispetto e profondo dolore per le vittime dirette e indirette di quel vergognoso attentato. Magari poi fra vent’anni gli storici ci diranno chi furono i responsabili e che da quel giorno iniziò una terza guerra mondiale lunga e strana, una sorta di guerra dei trent’anni del nuovo millennio. Però il mio primo ricordo personale è così, cieco (vidi le immagini in tv solo la sera), surreale, sgangherato.



A dieci anni dalla tragedia di Beslan

storia Posted on Lun, Settembre 01, 2014 00:36:35

Dieci anni fa dedicavo alla terribile tragedia di Beslan questi umili versi. Li riporto qui in memoria delle vittime.

Osservando una fotografia di bambini che ritornano a scuola a Beslan dopo la tragedia

La scuola è linda
con il parquet
i banchi
di legno.
Le giacchette blu
i fiocchi
bianchi.
Che dignità
che nitore
nelle aule semivuote
all’appello del dolore.
Non so però
se è più amaro
l’orrore violento
o il lento tarlo
che da noi
la notte e il giorno
divora
il ragazzo senza pensiero
il maestro senza parola.