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filosofia&storia

Il libro di Tersite

letteratura Posted on Gio, Febbraio 25, 2021 19:44:07



Concetto Marchesi, Il libro di Tersite, Sellerio, Palermo 1993 (1919)

IL PARADISO IN TERRA È UN PRODIGIO DIABOLICO

“Pellegrino, tu credi al paradiso: ma io l’ho visto; e se avessi bella voce potrei cantartelo con accompagnamento di chitarra. Ho visto il paradiso nello sguardo di quella donna, posato su di me. Com’era? Non te lo so dire: era uno di quei prodigi che il diavolo compie sulla nostra povera terra coi ricordi del cielo”. (41)

LA GIOIA, EREDITÀ DELL’INFANZIA

“Lei, reverendo, vuol sapere se io sono un infelice? Forse lo sono, se infelice è veramente chi ha perduto la facoltà di gioire. La gioia è l’unico retaggio infantile che resti negli anni maturi: e quando il bambino è morto dentro di noi, noi ci aggiriamo intorno al sepolcro come nottambuli ubriachi che tardino a rientrare nella propria dimora”. (53)

UN FEMMINICIDIO

“Entrai. Su un rozzo tavolo ad angolo della stanza una lucerna agitava grandi ombre sulla parete e mandava un filo di fumo acre e oleoso. A distanza di due metri era il letto e nel mezzo, per terra, la morta, su cui la lucerna metteva chiazze tremolanti di luce rossiccia. Il volto restava nell’ombra. I piedi nudi e discosti apparivano fuori della camicia, gialli e smisurati. Dei bracci uno era steso sul pavimento, l’altro stava raccolto sotto la schiena. Sul ventre la camicia aveva larghe squarciature, che facevano vedere la carne come un blocco floscio di pasta cruda e ammaccata. Spostai la lampada per illuminare la testa. Al posto di un occhio era un grosso tumore venoso, l’altro occhio era fisso e dilatato come quello delle bestie macellate. Dal naso e dalla bocca colava abbondante bava sanguigna che si aggrumava per terra; e una cagna ossuta leccava.

Fuori della porta si avvertiva un certo scompiglio. Una donna non più giovane, con la faccia convenientemente agitata, ci venne incontro sulla soglia, gridando parole lamentose: – Ohimé, povero fratello mio, che non me lo sono goduto neppur un giorno da quando è partito! – Il parroco taceva, tetro e duro, con gli occhi fissi sul cadavere. Parlai io.

– Non vi disperate: vostro fratello tornerà presto, e avrete modo di godervelo a lungo. I giurati, la legge, gli avvocati ve lo rimanderanno più bello e più grasso di prima. Egli non sarà punito per assassinio: egli non è un assassino. L’assassino di fronte ai giudici non è l’uomo, è l’arma: l’arma omicida. Quella donna è stata uccisa a calci sul ventre, sul petto, alla testa. Il piede non è arma omicida: e se produce la morte, ciò avviene oltre le intenzioni dell’imputato. Vostro fratello può tutt’al più essere accusato di omicidio preterintenzionale. E c’è la concausa: perché i periti e gli avvocati dimostreranno che se la donna è morta, è morta non per colpa dei calci ricevuti, ma per colpa del recente puerperio che non le ha permesso di sopportare quei calci. Vostro fratello tornerà a casa in trionfo. Egli non è l’uccisore, è la vittima della donna che amava…

La sorella annuiva tutta consolata e quasi orgogliosa alle mie parole. Continuai: – … che amava. Appunto. Chi vuole uccidere impunemente una creatura umana deve almeno confessare di amarla. E vostro fratello lo confesserà: e se per caso se ne scorda, lo diranno per lui gli avvocati, i giornalisti, i giurati. Egli è inoltre il custode inesorabile dell’onore domestico: lo dimostra la furia onde ha fracassato l’infelice. Animo, buona donna! Vostro fratello non è giudicabile, è un giudice. Egli ha difeso il suo onore e il suo amore, come ha difeso la sua patria…

La sorella ascoltava rapita.
– Ma le, lei è l’avvocato!
– No, buona donna: non sono l’avvocato; ma troverete dovunqueun avvocato che lo faccia assolvere davanti al tribunale degli uomini, e un prete che lo assolva davanti al tribunale di Dio: col primo bisogna spendere molto più quattrini…” (58-60)

LO IONIO SICILIANO

“Così avvenne ch’io in un pomeriggio di novembre, a Messina, mi appoggiai alla finestra e vidi il mare.

Signora, chi sa dire che colore aveva il mare Ionio, in quel pomeriggio di novembre? Io non lo so. A me pareva che tutte le idee, le cose, le visioni dell’universo si fossero rifuse e colorite in quel mare; e sentivo un tremito di commozione dinanzi a quel miracoloso naufragio di tutte le luci dentro una pazza creazione di azzurro. E l’occhio mio scorreva incantato lungo il canale e oltre ancora, sul mare di Sicilia, e risognava tutta la costa d’oriente, fino a quell’ultimo favoloso lembo di spiaggia da Santa Tecla all’isola dei Ciclopi, fino al golfo di Catania, immenso giardino di alghe entro un’alta muraglia di lava nera; e rividi allora la vecchia casa perduta e il mio focolare, signora mia” (65)

CRETINISMO FILOSOFICO

“Dicono che la filosofia ha un gran peso nella vita umana, giacché somministra agli uomini una scienza ed una norma universale. Ed è infatti vero che certi uomini hanno, in tempi diversi, operato il miracolo di rivelazioni ideali capaci di illuminare le strade dell’universo e di suscitare nuovi destini nella esistenza dei mortali. Ma ci sono tempi in cui i filosofi non si contano più: gli avvocati, i commercianti, i capitani dell’esercito, i commessi viaggiatori, i ministri dicono <<la mia filosofia>> come dicono <<la mia fantesca, il mio attendente, il mio campionario, il mio capo di gabinetto>>. I filosofi si trovano dovunque, per le piazze, per le strade, per le case, in città, in campagna, a mormorare, a urlare, a soffiare nelle orecchie di tutti qual è la vera scienza e la vera norma del vivere: e non c’è scampo da essi, né con le carezze, né coi silenzi, né con la fuga. In ogni luogo c’è sempre un filosofo disponibile che, quando ha bene arrotato il suo cretinismo, pronuncia la terribile frase: <<Facciamo un ragionamento>>. Signora: comandatemi di rialzare la coda a un cane arrabbiato, cacciatemi una vipera nella tasca del soprabito, lasciatemi solo a sedere sul vostro divano in compagnia di un rinoceronte, ma non invitatemi mai a desinare con un uomo che faccia i ragionamenti” (75)



Frammenti di un discorso amoroso

letteratura Posted on Ven, Febbraio 19, 2021 20:20:28

Roland Barthes, Frammenti di un di discorso amoroso, trad. it. di Renzo Guidieri, Torino 1979

IL DISCORSO AMOROSO SI AUTOAFFERMA
“Il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine. Questo discorso è forse parlato da migliaia di individui (chi può dirlo?), ma non è sostenuto da nessuno; esso si trova ad essere completamente abbandonato dai discorsi vicini: oppure è da questi ignorato, svalutato, schernito, tagliato fuori non solo dal potere, ma anche dai suoi meccanismi (scienze, arti, sapere). Quando un discorso viene, dalla sua propria forza, trascinato in questo modo alla deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione”. (3)

QUANDO L’AMATO SI PERDE NEL CONFORMISMO
“La brutta immagine non è un’immagine cattiva; è un’immagine ‘meschina’: essa mi fa vedere l’altro preso nel conformismo del mondo sociale. (O anche: l’altro si altera se si conforma alle banalità che il mondo professa per svilire l’amore: l’altro diventa gregario).” (24)

L’AMORE E’ GIA’ PERDUTO DALL’INIZIO

“L’angoscia d’amore […] è la paura di una perdita che è già avvenuta, sin dall’inizio dell’amore, sin dal momento in cui sono stato stregato. Bisognerebbe che qualcuno potesse dirmi: ‘Non essere più angosciato, tu l’hai già perduto(a)” (27).

FARE ASPETTARE

Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, <<passatempo millenario dell’umanità>> (42)

ELUDERE IL POTERE

“Un mandarino era innamorato di una cortigiana. <<Sarò vostra, – disse lei, – solo quando voi avrete passato cento notti ad aspettarmi seduto su uno sgabello, nel mio giardino, sotto la mia finestra>>. Ma, alla novantanovesima notte, il mandarino si alzò, prese il suo sgabello sotto il braccio  e se n’andò” (42).

ESSERE PERDUTI PER SEMPRE

“Io mi sono talmente trasfuso nell’altro che, quando esso mi viene a mancare, non riesco più a riprendermi, a ricuperarmi: sono perduto per sempre” (46).

FARSI DEL MALE
“Una forza precisa trascina il mio linguaggio verso il male che io posso fare a me stesso: il regime del mio linguaggio è la ruota libera: il linguaggio si morula, senza nessuna idea tattica della realtà. Io cerco di farmi del male, mi espello da solo dal mio paradiso, affannandomi di suscitare in me stesso le immagini (di gelosia, di abbandono, di umiliazione) che possono ferirmi; e quando la ferita è aperta, cerco di mantenerla tale, la alimento con altre immagini, fino a che un’altra ferita non venga a distogliermi da quella” (70).

L’ESUBERANZA – LA BELLEZZA
“Quando il Dispendio amoroso viene continuamente riaffermato, senza freno, senza soluzione di continuità, si verifica quella cosa splendida e rara che si chiama l’esuberanza e che è eguale alla Bellezza: ‘L’esuberanza è la Bellezza. La cisterna contiene, la fonte trabocca’ (Blake). L’esuberanza amorosa è l’esuberanza del fanciullo a cui niente (ancora) viene a contenere l’ostentazione narcisistica. Considerato che il discorso amoroso non è una media di stati d’animo, questa esuberanza può essere rotta a intervalli da tristezze, avvilimenti, impulsi suicidi; ma un tale squilibrio fa parte di quest’economia nera che mi marchia con la sua aberrazione, e per così dire con il suo lusso sfrenato” (84)

IL LUTTO AMOROSO

“Nel lutto amoroso, l’oggetto non è né morto né lontano. Sono io a decidere che la sua immagine deve morire (e questa morte, io potrò addirittura arrivare a nascondergliela). Per tutto il tempo che durerà questo strano lutto, dovrò portare il peso di due infelicità fra loro contrarie: soffrire per il fatto che l’altro sia presente (e che continui, suo malgrado, a farmi del male) e affliggermi per il fatto che egli sia morto (se non altro, che sia morto quello che io amavo). (87) […]

Qui, la perdita è doppia: non posso neppure investire la mia infelicità, come quando soffrivo per il fatto di essere innamorato. Allora, io desideravo, sognavo, lottavo; un bene prezioso era dinanzi a me, semplicemente ritardato, il suo possesso era ostacolato da alcuni contrattempi. Adesso non c’è più niente; tutto è calmo, e questo è peggio. Sebbene sia giustificato da un’economia – l’immagine muore affinché io viva -, il lutto amoroso ha sempre uno strascico: una frase viene ripetuta in continuazione: <<Che peccato!>> (88)

L’ULTIMO ABBRACCIO

“Era come se io avessi voluto stringere per l’ultima volta, allo spasimo, qualcuno che stava per morire – che stavo per far morire: il mio, era un rifiuto di separazione” (89)

L’ALLONTANENTO – LO SVANIRE

“Il fading dell’altro, quando si manifesta, mi angoscia perché mi sembra senza causa e senza fine. Come un triste miraggio, l’altro s’allontana, insegue l’infinito e io mi logoro nell’attesa del suo ritorno” (90)

ESSERE LASCIATI COME UN RIFIUTO

“Il fading dell’oggetto amato è il terrificante ritorno della Madre Cattiva, l’inspiegabile ritiro d’amore, la sensazione di sentirsi abbandonati ben nota ai Mistici. Dio esiste, la Madre c’è, ma essi non amano più. Non sono distrutto, ma lasciato là, come un rifiuto” (90-91)

LA FESTA

“La Festa, è ciò che si aspetta. Quello che io mi aspetto dalla presenza promessa, è una somma incredibile di piaceri, un festino; esulto come il bambino che ride vedendo colei la cui sola presenza annunzia e significa una totalità di soddisfazioni: io sto per avere davanti a me, per me, <<la fonte di ogni bene>>.   <<Vivo giorni felici come quelli che Dio stesso tiene in serbo per i suoi beati; e qualunque cosa mi succeda, non potrò certo dire di non aver goduto tutte le gioie più pure della vita>> (Werther). (96)

LA GELOSIA

“Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero d’esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri” (98)

INCONOSCIBILITA’ DELL’ALTRO

“Io sono prigioniero di questa contraddizione: da una parte, credo di conoscere l’altro meglio di chiunque e glielo dichiaro trionfalmente (<<Io sì che ti conosco! Solo io ti conosco veramente!>>); e, dall’altra, sono spesso colpito da questa evidenza: l’altro è impenetrabile, sgusciante, intrattabile; non posso smontarlo, risalire alla sua origine, sciogliere il suo enigma. Da dove viene? Chi è? Mi esaurisco in sforzi inutili: non lo saprò mai” (107)

LE TRE TAPPE DELL’ITINERARIO AMOROSO

“L’itinerario amoroso sembra allora seguire tre tappe (o tre atti): prima, istantanea, c’è la cattura (io sono rapito da un’immagine); dopo, c’è un susseguirsi d’incontri (appuntamenti, telefonate, lettere, viaggetti), durante i quali <<esploro>> con trasporto la perfezione dell’essere amato, ossia l’insperato adeguamento di un oggetto al mio desiderio: è la dolcezza dell’inizio, il tempo dell’idillio. Questo periodo felice assume la sua identità (la sua definizione) per il fatto che esso si contrappone (se non altro nel ricordo) al <<seguito>>: il <<seguito>> è la lunga sequela di sofferenze, dolori, angosce, sconforti, rancori, impacci e tranelli di cui divento preda e che mi porta a vivere incessantemente sotto la minaccia di un decadimento che coinvolgerebbe contemporaneamente l’altro, me stesso e l’incontro che ci ha scoperti l’uno all’altro” (109).

COSI’ NON PUO’ ANDARE AVANTI

“Così non può andare avanti! – Eppure la cosa va avanti, se non per sempre, almeno per molto tempo. La pazienza amorosa prende dunque le mosse dal proprio disconoscimento: essa non scaturisce né da un’attesa, né da una padronanza di sé, né da un bluff e nemmeno da un coraggio; essa è un’infelicità che, in proporzione alla sua intensità, non si consuma; un susseguirsi di scatti, la ripetizione (comica?) del gesto mediante il quale io faccio presente a me stesso che ho deciso – coraggiosamente – di porre fine alla ripetizione; la pazienza d’un’impazienza” (116)

MANIPOLARE LA PROPRIA FERITA D’AMORE

“Nella loquela, niente viene a impedire il rimuginamento. Nell’istante in cui, casualmente, prende corpo in me una frase ‘riuscita’ (nella quale io credo di scoprire l’esatta espressione di una verità), questa frase diventa una formula che io ripeto in proporzione del grado di acquietamento che essa mi dà (trovare la parola giusta rende euforici); io la rimastico, me ne nutro; come i bambini o i dementi affetti da merecismo, io inghiottisco e rigurgito continuamente la mia ferita d’amore. O anche: spesso, il bambino autistico osserva le proprie dita che stanno manipolando degli oggetti (ma egli non guarda gli oggetti): questo è il twiddling. Il twiddling non è un gioco; è una manipolazione rituale, contrassegnata da un certo numero di aspetti stereotipati e compulsivi. La stessa cosa avviene per l’innamorato in preda alla loquela: egli manipola la sua ferita d’amore” (130)

NON RIUSCIRE A CONCEPIRE CHE LE COSE SI EVOLVONO

“Io faccio sempre la stessa domanda (sarò amato?) e questa domanda è alternativa: o tutto o niente; non riesco a concepire che le cose si evolvano, che siano sottratte all’opportunità del desiderio. Io non sono dialettico. Infatti, la dialettica direbbe: la foglia non cadrà, e poi cadrà; ma nel frattempo tu sarai cambiato e non ti porrai più la domanda. (Da ogni persona a cui mi rivolgo per conoscere la sorte mi aspetto che dica: ‘La persona che ami ti ama e te lo dirà stasera’). (132)

RENDERSI ODIOSI

L’amante non può sopportare che, di fronte all’amato, altri siano superiori o pari a lui, e perciò si dà da fare per sminuire i meriti dei suoi rivali; tiene l’amato lontano da altre compagnie; comportandosi scaltramente in modo irriguardoso s’ingegna a tenerlo nell’ignoranza, di modo che l’amato non abbia occhi che per lui; spera segretamente che l’amato perda ciò che ha di più caro: padre, madre, parenti, amici; non vuole che l’amato abbia una casa e dei bambini; la sua quotidiana assiduità è uggiosa; non accetta di essere trascurato: vuole che l’amato sia vicino a lui giorno e notte; anche se vecchio (il che è di per sé seccante), si comporta come un tiranno e sorveglia sempre l’amato con occhio malignamente sospettoso, mentre invece non impedisce a se stesso di essere poi infedele e ingrato. Quale che sia il suo pensiero a questo proposito, il cuore dell’innamorato è dunque pieno di cattivi sentimenti: il suo amore non è generoso” (134)

LA STUPIDITÀ DELL’INNAMORATO

“L’innamorato delira […] ma il suo è un delirio stupido. Cosa c’è di più stupido di un innamorato? Esso è così stupido che nessuno osa tenere pubblicamente il suo discorso senza far ricorso a una mediazione ponderata: romanzo, teatro o analisi (con beneficio d’inventario). Il daimon di Socrate (quello che parlava prima in lui) gli suggeriva: no. Il mio daimon è, al contrario, la mia stupidità: come l’asino nietzschiano, nella sfera del mio amore, io dico sì a tutto. M’impunto, rifiuto l’apprendistato, ripeto gli stessi comportamenti; non mi si può educare – e io stesso non posso farlo; il mio discorso è continuamente irriflessivo; non so rigirarlo, suddividerlo, limarlo, disporvi delle virgolette; parlo sempre col cuore in mano” (150)

SI È COSCIENTI DELLA PROPRIA STUPIDITÀ MA NON LA SI CENSURA

“(La stupidità è l’essere sorpresi. L’innamorato lo è continuamente; esso non ha il tempo di trasformare, di coprire, di proteggere. Forse è cosciente della sua stupidità, ma non la censura. O anche: la stupidità agisce come una stortura, una perversione: è stupido, – dice –  e tuttavia… è vero). (150)

OSCENITÀ DELL’AMORE

“Niente può superare l’indecenza di un soggetto che si accascia perché il suo altro ha assunto un’aria assente, <<quando nel mondo ci sono ancora tanti uomini che muoiono di fame, tanti popoli che lottano duramente per la loro liberazione, ecc.>> (150)

LA FOLLIA È VICINISSIMA

“è proprio nello stato amoroso che certi soggetti pieni di buonsenso intuiscono che la follia è lì davanti, possibile, vicinissima: una follia che travolgerebbe l’amore stesso” (152)

SOLO CHI AMA PUÒ TRADIRE
“La verità è che – paradosso esorbitante – non smetto mai di credere di essere amato. Io allucino ciò che desidero. Ogni dolore mi è dato più dal tradimento che non dal dubbio: infatti solo chi crede di essere amato può essere geloso, e solo chi ama può tradire: episodicamente, l’altro manca nei confronti della sua essenza, che è quella di amarmi; ecco l’origine della mia infelicità. Ma un delirio esiste soltanto se esso ci desta (i deliri sono solo retrospettivi): finalmente, un bel giorno, capisco che cosa mi è accaduto: credevo di soffrire per il fatto di non essere amato, mentre invece soffrivo perché credevo di esserlo; vivevo nell’imbroglio di credermi contemporaneamente amato e abbandonato. Chiunque avesse ascoltato il mio linguaggio interiore avrebbe potuto esclamare: ma che cos’è che vuole, in fin dei conti? (proprio come si dice di un bambino difficile) (155).

LE LACRIME

Sottoposto all’Immaginario, l’innamorato non si cura minimamente della censura che oggi tiene l’uomo adulto lontano dalle lacrime e attraverso cui l’uomo intende affermare la sua virilità […] Dando libero sfogo alle lacrime, l’innamorato rispetta gli ordini del corpo amoroso, che è un corpo bagnato, in espansione liquida […] Chi dà all’innamorato il diritto di piangere, se non un rovesciamento dei valori, di cui il corpo è il primo a fare le spese? Egli accetta di ritrovare il corpo bambino”. (159)

LE LACRIME PER FARE PRESSIONE

“Piangendo voglio impressionare qualcuno, fare pressione su di lui (“Guarda che cosa hai fatto di me). Questo qualcuno potrebbe essere – ed è quasi sempre – l’altro, che si vuole in questo modo costringere ad assumere apertamente la sua commiserazione o la sua insensibilità; ma potrei anche essere io stesso: mi faccio piangere per provare a me stesso che il mio dolore non è un’illusione: le lacrime sono dei segni, non delle espressioni. Attraverso le mie lacrime io racconto una storia, do vita a un mito del dolore e da quel momento mi uniformo ad esso: posso vivere con il dolore perché, piangendo, mi do un interlocutore enfatico che riceve il messaggio più <<vero>>: quello del mio corpo e non già quello della mia lingua. <<Cosa sono mai le parole? Una lacrima sola dice assai di più>>. (160-161)

IL MOMENTO FELICE NON RITORNERÀ MAI PIÙ

“Quel momento felice non ritornerà mai più tale e quale. L’anamnesi mi appaga e mi strazia”. (168)

IL RICORDO ANTIPROUSTIANO

“Questo teatro del tempo è l’esatto contrario della ricerca del tempo perduto; infatti, io mi ricordo pateticamente, puntualmente, e non filosoficamente, discorsivamente: mi ricordo per essere infelice/felice – non per capire. Io non scrivo, non mi chiudo in una stanza per scrivere lo sterminato romanzo del tempo ritrovato”. (169)

L’IMMAGINARIO È UNA COSA SERIA

L’Immaginario è in effetti una cosa seria (niente a che vedere con la <<serietà>>: l’innamorato non ha la coscienza a posto): il bambino che è nella luna (il lunare) non è giocatore; allo stesso modo, anch’io sono refrattario al gioco: non solo il gioco rischia di sfiorare ogni momento uno dei miei punti delicati, ma inoltre tutto ciò che diverte il mondo mi sembra sinistro; non mi si può punzecchiare senza correre alcun rischio: mi offendo subito, sono suscettibile? – Direi piuttosto che sono tenero, perforabile, come la fibra di certi legni. (181-182)

NON POTER PIÙ DARE LA PROVA DEL PROPRIO AMORE

“Freud alla sua fidanzata: ‘Mi fa soffrire l’essere impotente a testimoniarti il mio amore’. E Gide: ‘Tutto nel suo comportamento pareva dire: dato che non mi ama più, non m’importa più di niente. Orbene, io l’amavo ancora, e anzi non l’avevo mai amata tanto; ma non mi era più possibile dargliene la prova. E questa era la cosa più terribile” (187)

LA RICERCA DELLA STRUTTURA

“Che cosa ho da invidiare ai ‘sistemati’ che mi circondano? Da cosa, vedendoli, sono escluso? Non certo da un ‘sogno’, da un ‘idillio’, da una ‘unione’. […] No, ciò che invidio nel sistema è una cosa assai modesta (e tanto più paradossale in quanto essa non ha risonanza): molto semplicemente, io voglio, io desidero una struttura. […] Certo, la struttura non dà la felicità; ma ogni struttura è abitabile, e questa è forse la sua migliore definizione. Io posso benissimo abitare ciò che non mi rende felice; posso lamentarmi e al tempo stesso continuare a restare dove sono; posso rifiutare il senso della struttura che subisco e accettare senza troppo soffrire certi suoi cascami di tutti i giorni (abitudini, minuti piaceri, piccole sicurezze, cose sopportabili, tensioni passeggere); e di questa continuità del sistema (che lo rende propriamente abitabile), io posso avere il gusto perverso. (188-189)

IL SUICIDIO D’AMORE

“Al benché minimo dolore, io ho voglia di suicidarmi: quando lo si medita, il suicidio per amore non ha problemi di motivazione, non fa preferenze. L’idea se n’è alleggerita: è un’idea facile, semplice, una sorta di algebra sbrigativa di cui ho bisogno in quel preciso momento del mio discorso; io non le do alcuna consistenza materiale, non penso all’opprimente scenario, alle triviali conseguenze della morte: so a malapena come mi suiciderò”. (196)

L’AMICIZIA STELLARE

“Eravamo amici e siamo diventati estranei. Ma è giusto così e non vogliamo dissimularci e mettere in ombra questo come se dovessimo vergognarcene. Noi siamo due navi, ognuna delle quali ha la sua meta e la sua strada; possiamo benissimo incrociarci e celebrare una festa tra di noi, come abbiamo fatto: allora i due bravi vascelli se ne stavano così placidamente all’ancora in uno stesso porto e sotto uno stesso sole, che avevano tutta l’aria di essere già alla meta, una meta che era stata la stessa per tutti e due. Ma proprio allora l’onnipossente violenza del nostro compito ci spinse di nuovo l’uno lontano dall’altro, in diversi mari e zone di sole e forse non ci rivedremo mai – forse potrà anche darsi che ci si veda, ma senza riconoscerci: i diversi mari e soli ci hanno mutati” (Nietzsche, La Gaia scienza 279). (200)

COME FINISCE UN AMORE?

“Come finisce un amore? – Ma allora finisce! Nessuno – salvo gli altri – lo sa mai; una specie d’innocenza nasconde la fine di questa cosa concepita, propugnata e vissuta come eterna. Qualunque sia la fine dell’oggetto amato, sia che esso scompaia o passi nella sfera dell’Amicizia, io non lo vedo neanche svanire:  l’amore che è finito si allontana verso un altro mondo come un’astronave che cessa di mandare segnali: l’essere amato che prima segnalava chiassosamente la sua presenza, diventa tutt’a un tratto muto (l’altro non scompare mai quando e come ci si aspetta)” (206)

L’OLANDESE VOLANTE

“L’Olandese maledetto è condannato a errare sui mari fino a quando non avrà trovato una donna la cui fedeltà sia eterna” (207)


L’AMORE NON ACCIECA

“L’amore accieca: questo proverbio è falso. L’amore spalanca gli occhi, rende chiaroveggenti: “Di te, su te, io posseggo tutto il sapere”. Dice il sottoposto al padrone: tu hai ogni potere su di me, ma io so tutto di te)”. (209)

VIA D’USCITA: NESSUNA

“Tutte le soluzioni che riesco ad immaginare sono interne al sistema amoroso: sia che si tratti di ritiro solitario, di viaggio o di suicidio, è sempre l’innamorato che si isola, che se ne va o che muore; se egli si vede isolato, partito o morto, ciò che vede è sempre un innamorato: io ordino a me stesso di essere sempre innamorato e di non esserlo più. Questa sorta di identità del problema e della sua soluzione definisce per l’appunto la trappola: sono intrappolato perché cambiare sistema è al di fuori della mia portata: sono <<fregato>> due volte: prima, all’interno del mio proprio sistema, e poi perché non posso sostituirlo con un altro. Questo doppio nodo definisce, a quanto pare, un certo tipo di follia (la trappola si chiude quando l’infelicità è senza il suo contrario: <<Perché infelicità vi sia, bisogna che il bene stesso faccia male>>). Rompicapo: per <<uscirne>>, bisognerebbe che io uscissi dal sistema – da cui voglio uscire, ecc. Se non fosse che è nella <<natura>> del delirio amoroso il fatto di passare, di scemare da solo, nessuno e niente potrebbe mai porvi  fine”. (212)

IL NON VOLER PRENDERE

“E se il Nvp fosse una mossa tattica (finalmente una!)? Se io volessi pur sempre (quantunque segretamente) conquistare l’altro fingendo di rinunziare a lui? Se mi allontanassi per appropriarmene meglio? […] (<<La mia forza sta nella mia debolezza>>). Questa mossa è uno stratagemma, dal momento che si situa proprio all’interno della passione, di cui lascia intatte le ossessioni e le angosce” (214).



Papillon

letteratura Posted on Lun, Febbraio 15, 2021 16:40:48

Henri Charrière, Papillon, trad. it. di Danilo Montaldi, Milano 1971

Da questo meraviglioso libro che narra di violenza subita oltre ogni limite, di dolore, sopraffazione, distruzione, morte, ho voluto estrapolare alcune pagine straordinarie, che, come squarci di luce in tanta tenebra generano la speranza, la fiducia che l’amore e la vita hanno la forza di rinascere nonostante tutto.


LA FIDUCIA CHE FA RINASCERE
“La ragazza parla in un francese purissimo, come il padre, senza accento né errori di pronuncia. È bionda, piena di lentiggini, ha diciassette-vent’anni, non ho osato chiederle l’età. Dice: ‘Siete molto giovani e la vita vi attende, non so quello che avete fatto per essere stati condannati e non voglio saperlo, ma aver avuto il coraggio di buttarsi in mare con una barca così piccola per fare un viaggio tanto lungo e pericoloso, dimostra che siete pronti a tutto pur di tornare liberi, e questo coraggio merita di venir ricompensato’. Abbiamo dormito fino alle otto del mattino. Quando ci alziamo troviamo la tavola preparata. Le due signore ci dicono con molta naturalezza che Master Bowen è andato a Port of Spain e non sarebbe tornato che il pomeriggio con le informazioni necessarie per procedere a nostro vantaggio.

Quest’uomo che abbandona la sua casa con dentro tre forzati evasi ci dà una lezione senza pari, come se intendesse dire: ‘Siete degli esseri normali, giudicate se ho o no fiducia in voi, dal momento che vi lascio soli nella mia casa vicino a mia moglie e a mia figlia’. Questa maniera muta di dirci: (122) ‘Ho visto, dopo aver conversato con voi, degli esseri completamente degli di fiducia al punto che non dubitando che potrete né di fatto, né con un gesto qualsiasi né con una parola, comportarvi male a casa mia, vi lascio il mio focolare come se foste dei vecchi amici’, questa manifestazione ci ha molto emozionati.

Non sono un intellettuale che può metterti davanti, lettore – ammesso che questo libro possa un giorno avere dei lettori – con l’intensità necessaria, con uno spirito sufficientemente forte, l’emozione, la formidabile impressione di rispetto di noi stessi, no: di una riabilitazione se non di una nuova vita. Questo battesimo immaginario, questo bagno di purezza, questa elevazione del mio essere al di sopra del fango nel quale ero immerso, questo modo di mettermi di fronte a una responsabilità reale da un giorno all’altro, crea in maniera assai semplice un altro uomo, diverso da quello che ero, dominato da quel complesso del forzato che pur libero sente sempre le proprie catene e crede sempre che qualcuno lo sorvegli, al punto che tutto ciò che ho visto, passato e sopportato, tutto ciò che ho subito, tutto ciò che mi portava a diventare un uomo tarato, marcio, temibile in ogni momento, passivamente obbediente in superficie e terribilmente pericoloso nella sua rivolta, tutto questo come per incanto è svanito. Grazie, avvocato di Sua Maestà, grazie di aver fatto di me un altro uomo in così poco tempo!” (123)

LE PAROLE DEL VESCOVO
“Gli racconto la mia vita in tutti i particolari. Il principe della Chiesa mi ascolta, a lungo, con pazienza, con attenzione. Ha preso le mie mani fra le sue e mi guarda spesso negli occhi e a volte, per quei momenti della mia esistenza che non sono facili da raccontare, abbassa gli occhi per aiutarmi nella confessione. Questo sacerdote di sessant’anni ha gli occhi e il volto così puri da riflettere qualcosa d’infantile. La sua anima limpida e sicuramente colma di una bontà infinita s’irradia in tutti i suoi tratti e il suo sguardo grigio chiaro entra in me come un balsamo su una ferita. Dolcemente, molto dolcemente, sempre con le mie mani nelle sue mi parla tanto soavemente che è quasi un mormorio: ‘Dio a volte porta i suoi figli a sopportare la cattiveria umana affinché colui che egli ha scelto come vittima ne esca più forte e più nobile che mai. Vedi, figlio mio, se tu non avessi dovuto ascendere a questo calvario, non avresti mai potuto elevarti così in alto e avvicinarti così intensamente alla verità di Dio. Dirò di più: gli uomini, i sistemi, gli ingranaggi di questa orribile macchina che ti ha schiacciato, gli esseri sostanzialmente cattivi che in diversi modi ti hanno torturato e arrecato danno, ti hanno reso il più grande favore che potevano renderti. Hanno provocato in te un nuovo essere e oggi se hai il senso dell’onore, della bontà, della carità, e l’energia necessaria per superare tutti gli ostacoli e farti superiore, tu lo devi a loro. Le idee di vendetta, di punire qualcuno in ragione del male che ti ha fatto, non possono prosperare in un essere come te. Devi essere un salvatore di uomini e non vivere per fare del male, anche se credi che sarebbe giustificato. Dio è stato generoso nei tuoi confronti, e ti ha detto: ‘Aiutati, io ti aiuterò’. Ti ha aiutato in tutto e ti ha anche permesso di salvare altri uomini e di portarli verso la libertà. Soprattutto non credere che tutti i peccati che hai commesso siano tanto gravi. Molte persone che si trovano in alto come posizione sociale si sono rese colpevoli di fatti molto più gravi dei tuoi. Solo che non hanno avuto, nel castigo inflitto dalla giustizia degli uomini, l’occasione di elevarsi come tu hai fatto” (155-156).

TOCCARE DIO

“Ho perso l’equilibrio e sono caduto a sedere sulla zattera. Sono così contento d’aver visto il mio compagno, che per l’emozione mi metto a piangere come un bambino. Tra le lacrime che mi puliscono gli occhi purulenti, vedo mille piccoli cristalli di tutti i colori, e penso stupidamente che sembrano le vetrate di una chiesa. Dio oggi è con te, Papi. È in mezzo agli elementi mostruosi della natura, al vento, all’immensità del mare, alla profondità delle onde, che ci si sente infinitamente piccoli relativamente a tutto ciò che ti circonda, ed è forse qui che senza cercarlo si incontra Dio, lo si tocca col dito. Come l’ho sentito di notte, nelle migliaia d’ore trascorse nelle lugubri celle di rigore dove mi trovavo sepolto vivo senza un raggio di luce, lo tocco oggi in questo sole che si alza per divorare ciò che non è abbastanza forte per resistergli, io tocco davvero Dio, lo sento attorno a me, in me. Mi sussurra all’orecchio: <<Soffri e soffrirai ancor più, ma stavolta ho deciso di essere con te. Sarai libero e vincitore, te lo prometto>>”. (511)

L’AMORE CHE SI FA LARGO DOPO TANTO DOLORE

“Ho trentasei anni e sono in buonissima salute, mi sento ancora giovane e tutti, per fortuna, mi considerano giovane: non dimostro più di trent’anni, mi dicono tutti gli amici. Ora, la ragazza ha diciannove anni e la bellezza della sua razza, calma e piena di fatalismo nel modo di pensare. Per me sarebbe un dono del cielo amare ed essere amato da quella ragazza splendida.

Quando usciamo tutti e tre, lei va sempre sul portapacchi anteriore e sa benissimo che se è ben seduta con il busto eretto e io chino un po’ la testa per far forza sui pedali, vado vicinissimo al suo viso. Se getta la testa all’indietro, vedo in tutta la loro bellezza i suoi seni nudi sotto il velo, ancor meglio che se fossero scoperti. I suoi grandi occhi neri ardono a questi approcci, e la sua bocca rosso scuro nella pelle color tè si apre per la voglia di farsi baciare. La sua bocca meravigliosa è ornata di denti splendenti e bellissimi. Ha un modo di pronunciare certe parole, di mostrare un pezzetto della sua lingua rosa nella bocca semiaperta, che renderebbe libidinosi i santi più santi che ci ha dato la religione cattolica.

Stasera dobbiamo andare al cinema noi due soltanto, perché sembra che la sorella abbia l’emicrania, emicrania che credo simulata per lasciarci soli. Viene con un vestito di mussola bianca che scende fino alle caviglie, che, quando cammina, si vedono nude, cinte di tre anelli d’argento. Porta un paio di sandali i cui cinturini dorati si legano all’alluce. Le fanno un piede estremamente elegante. Nella narice destra ha incrostato una piccolissima conchiglia d’oro. Il velo di mussola che porta sul capo le scende leggermente sulle spalle. Un nastro dorato glielo tiene stretto attorno alla testa. Dal nastro, fino in mezzo alla fronte, pendono tre fili di pietre d’ogni colore. Un gioco, una fantasia, che quando si muove lascia intravvedere il tatuaggio azzurro caldo della sua fronte.

L’intera famiglia indù e la mia, rappresentata da Cuic e dal monco, ci guarda partire con dei volti felici e contenti di vederci esteriorizzare la nostra felicità. Hanno tutti l’aria di sapere che torneremo dal cinema fidanzati.

Seduta sul cuscino del portapacchi della mia bicicletta, filiamo entrambi verso il centro. È stato in un lungo tratto a ruota libera, in un viale male illuminato, che quella splendida ragazza, di propria volontà, mi sfiora la bocca con un bacio leggero e furtivo. Era così inatteso che prendesse lei l’iniziativa, che a momenti cadevo dalla bici.

Le mani nelle mani, seduti in fondo alla sala, le parlo con le mie dita, e lei mi risponde. Il nostro primo duetto d’amore in quella sala cinematografica dove facevano un film che non abbiamo visto, è stato completamente muto. Le sue dita, le sue unghie lunghe ben curate e dipinte, le pressioni morbide della sua mano cantano e mi comunicano, assai più che se parlasse, tutto l’amore che sente per me e il desiderio di essere mia. Ha chinato la testa sulla mia spalla, il che mi permette di baciarla sul suo viso così puro.

Questo amore così timido, così lungo a rivelarsi, si trasformò ben presto in passione totale” (575-576)



Laurence Sterne, “Vita e opinioni di Tristram Shandy”, 1767

letteratura Posted on Mar, Agosto 06, 2019 18:29:16

Laurence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy, trad. it. di Giuliana Aldi, Rizzoli, Milano 1958; titolo originale The Life and Opinions of Tristram Shandy, Gentleman (1767).

I diritti dello spermatozoo

“L’HOMUNCULUS per quanto sembri vivere una vita bassa e ridicola agli occhi di quest’epoca frivola e stravagante o piena di pregiudizi, viene però riconosciuto, da chi ragiona scientificamente come un essere che deve venir tutelato nei suoi diritti. I filosofi dalle vedute aperte […] ci dimostrano in maniera inconfutabile che l’HOMUNCULUS è creato dalla stessa mano divina, generato secondo il medesimo processo naturale, e dotato delle identiche facoltà dinamiche nostre […] è un essere altrettanto attivo quanto il Lord Cancelliere d’Inghilterra, ed è, nel vero e più sincero senso della parola, un nostro simile. E’ una creatura cui si può fare del bene, oppure nuocere, cui si può porgere aiuto; che, in una sola parola, può rivendicare tutti quei diritti umani che Tullietto, Puffendorf e i migliori moralisti riconoscono ai propri simili. Ora, caro signore, che direste se qualcosa fosse accaduto a quel povero essere durante il suo viaggio solitario? O se, preso dal panico, fenomeno del resto naturale per un viaggiatore giovane come lui, il mio ometto avesse terminato l’ultima tappa miseramente sfinito?…” (pp. 20-21)

Battesimo preventivo universale a mezzo catetere

“Un ostetrico fa presente ai signori Dottori della Sorbona che vi sono dei casi, benché rarissimi, in cui la madre non è in grado di partorire. Contemporaneamente il bambino è talmente trattenuto nel seno materno da non far apparire alcuna parte del suo corpo: questo sarebbe un caso, secondo il Rituale, in cui va conferito al bimbo il battesimo sotto condizione. Il chirurgo postulante pretende, con l’aiuto di una piccola cannula, di poter battezzare immediatamente l’infante senza fare alcun danno alla madre. Egli domanda se tale mezzo, che ora propone, è lecito e legittimo; e se può servirsi di esso nel caso esposto.

RISPOSTA

Il consiglio pensa che la questione proposta presenti gravi difficoltà: i teologi stabiliscono da un lato, per principio, che il battesimo che è una nascita spirituale, presuppone una nascita precedente: bisogna essere nati nel mondo per rinascere in Cristo, essi insegnano. San Tomaso (3 part. quaest. 88 art. 11) segue questa dottrina come verità costante; <<non si può>>, dice questo santo dottore, <<battezzare i bambini che sono racchiusi nel seno materno>>. San Tomaso si basa su ciò: che i bambini ancora nel grembo non possono essere considerati nel numero dei viventi. Perciò essi non possono essere oggetto di una azione esteriore, così da ricevere, per mezzo del loro ministero, i sacramenti necessari alla salute dell’anima […]. I rituali ordinano nella pratica ciò che i teologi hanno stabilito nei medesimi argomenti e proibiscono in maniera inequivocabile di battezzare i bambini racchiusi nel seno materno, se non fanno apparire una parte qualsiasi del loro corpo. Il concorso dei teologi e dei rituali (che sono la somma delle regole delle diocesi) sembra formare un’autorità che pone fine alla presente questione; tuttavia il consiglio, in coscienza, considerando da un lato che il ragionamento dei teologi è fondato unicamente su un motivo di convenienza e che la proibizione dei rituali suppone che non si possa battezzare immediatamente i bambini così racchiusi nel seno materno, il che è contro la presente proposta, e considerando d’altro canto che i medesimi teologi insegnano che si possono arrischiare i sacramenti che Gesù Cristo ha stabilito come mezzi facili, ma necessari, per santificare gli uomini,

e considerando altrimenti che i bambini racchiusi nel seno materno potrebbero essere capaci di dannazione; per tutte queste considerazioni e tenendo conto dell’esposto, secondo il quale si assicura di aver trovato un mezzo per battezzare i bambini così trattati senza procurare alcun danno alla madre, per tutto ciò insomma il consiglio crede che ci si potrebbe servire del mezzo proposto, nella convinzione che Dio non ha affatto lasciato questa categoria di bambini senza soccorso e supponendo (come è stato esposto) che il mezzo di cui si tratta è adatto a impartire il battesimo. Tuttavia, nel caso che autorizzando la pratica proposta, si dovesse cambiare una regola universalmente stabilita, il consiglio crede che il postulante debba indirizzarsi al proprio vescovo e a colui al quale spetta di giudicare dell’utilità e del pericolo del mezzo proposto. E, come con il beneplacito del vescovo, il consiglio pensa si dovrebbe ricorrere al papa, che ha il diritto di spiegare le regole della chiesa e di derogarne nei casi in cui la legge obblighi, così per quanto saggia e utile appaia tale maniera di battezzare, il consiglio non potrebbe approvarla senza il concorso di queste due autorità. Si consiglia almeno al postulante di rivolgersi al proprio vescovo e di partecipargli la presente decisione, affinché se il prelato comprende le ragioni sulle quali i sottoscritti dottori si basano, possa essere autorizzato, in caso di necessità, per non rischiare di aspettare troppo, che venga chiesto e accordato il permesso di usare il mezzo proposto, così vantaggioso per la salvezza del bambino. Del resto il consiglio, pur pensando che di ciò si potrebbe fare uso, crede tuttavia che se i bambini interessati in questa faccenda venissero al mondo contro la speranza di quelli che si sarebbero serviti dello stesso mezzo, si renderebbe necessario battezzarli sotto condizione; e in ciò il consiglio si conforma a tutti i rituali che, autorizzando il battesimo del bambino, che fa comparire una parte qualsiasi del suo corpo, ingiungono pure e ordinano di battezzarlo sotto condizione, s’egli viene poi felicemente a questo mondo. Deliberato alla Sorbona il 10 aprile 1733. A Le Moyne, L. De Romigny, De Marcilly.

I complimenti del signor Tristram Shandy ai rispettivi signori Le Moyne, De Romigny, De Marcilly; egli spera che abbiano trascorso una buona notte dopo un consulto così faticoso. Inoltre terrebbe a sapere se il battezzare per iniezione tutti i futuri uomini insieme, senza guardare troppo per il sottile, subito dopo la cerimonia del matrimonio e prima della sua consumazione, non potrebbe essere un sistema ancora più spiccio e sicuro. Sempre alle condizioni suddette: cioè che se i futuri uomini arrivassero sul serio a vedere sani e salvi la luce, ciascuno di essi dovrebbe essere battezzato di nuovo. Ah! dimenticavo, sous condition, e in secondo luogo a patto che la cosa possa essere fatta (e il signor Shandy lo crede) par le moyen d’une petite canulle, e sans faire aucun tort à le père.” (pp. 71-76).



Jorge Amado, “Gabriella, garofano e cannella”, 1958

letteratura Posted on Mer, Luglio 03, 2019 00:26:16

JORGE AMADO,
Gabriella garofano e cannella,
trad. it. di
Giovanni Passeri, Einaudi, Torino 1989; titolo originale Gabriela
cravo e canela
, 1958.

Una scrittura sobria e calda. Nessun autocompiacimento, nessuna leziosità. Uno sguardo realista, non di chi indaga con distacco, bensì di chi partecipa pienamente dell’umanità che descrive senza infingimenti. La rapacità, la violenza, la crudezza. La quotidianità laboriosa e oziosa, la politica. Sopra tutto, però, l’amore e i suoi carnali imperativi. Una sensualità vibrante che non conosce lascivia. Mai didascalico l’autore, mai moralista. Intersecando le vicende di un microcosmo ribollente di vita, costruisce la storia di uno sviluppo civile e di costumi e affida al lettore un messaggio progressista di emancipazione, senza dare lezioni a nessuno.

“Tempo felice, mesi di dolce vita, di carne soddisfatta, di golosità appagate, di cibi succulenti: anima lieta e letto di gioia. Fra le tante virtù di Gabriella, che Nacib elencava mentalmente durante l’ora della siesta, si contavano, oltre tutto, l’amore per il lavoro ed il senso di economia. Dove riusciva a trovare tempo e forza per lavare la biancheria, pulire la casa – non era mai stata così scintillante! – cucinare pranzo e cena per Nacib, preparare i piatti
per il bar? Senza dire, poi, che la notte era fresca e riposata, fremente di desiderio, non dandosi passivamente, ma prendendo da (228) lui, mai stanca, sonnolenta o sazia. Sembrava che leggesse nel pensiero di Nacib, preveniva le sue volontà, gli preparava sorprese: certi piatti complicati che tanto gli piacevano – minestra di gamberi, capretto ripieno – fiori freschi in un vaso accanto alla sua fotografia sulla mensoletta dell’ingresso, danaro spicciolo sempre pronto per le piccole spese, e per finire, quell’idea di andarlo ad aiutare al bar”. (229)

“Nel cacao c’è tanto miele,

quanti fiori alla campagna.

Dimmi un poco colonnello,

dimmi un poco per favore,

quando mai potrò dormire

dentro il letto del mia amore?

Fra gli alberi, lungo gli stretti sentieri, calpestando le foglie secche,
cresceva la voce degli uomini che raccoglievano:

Vado a cogliere cacao,

il cacao dalla sua pianta” (256)

“Quando spuntò l’aurora, e insieme il momento di andar via, prima che i mattinieri cominciassero a dirigersi verso i banchi del pesce, quando lei gli dette le labbra avide per gli ultimi baci della notte di fuoco e miele, le parlò dei piani: uscire sottobraccio, affrontando a viso aperto la società, andare ad abitare insieme nella stanzetta sul cinema Vittoria, in povertà ascetica, ma milionari d’amore… Una casa come quella non avrebbe potuto offrirgliela, né lusso, né cameriere, né gioielli, né profumi, non era fazendeiro di cacao. Modesto professore dal misero stipendio. Ma, amore… Glória non lasciò neppure che ultimasse proposte così romantiche:


No, caro mio, no. Così non può essere.
Voleva le due cose: amore e benessere. Josué e Coriolano. Conosceva bene il significato della miseria, il sapore amaro della povertà (312). Conosceva, anche, l’incostanza degli uomini. Bisognava agire con la massima segretezza, perché Coriolano non s’accorgesse di nulla, non fosse preso dalla diffidenza. Incontrarsi a notte alta, separarsi al mattino prestissimo. Senza più farsi vedere sotto la finestra, senza salutarla mai più. Così sarebbe stato anche meglio, aveva sapore di peccato, calore di mistero”. (313)

“Canto di un amico di Gabriella

Oh, cos’hai fatto, Sultano,

della mia allegra bambina?

Le ho dato una reggia,

trono prezioso

scarpe ricamate d’oro

smeraldi e rubini

anelli d’ametista

vestiti di diamante

gli schiavi per servirla

un posto nella mia tenda

l’ho chiamata regina.

Oh, cos’hai fatto, Sultano

della mia allegra bambina?

Lei voleva soltanto i campi

cogliere i fiori del bosco.

Lei voleva soltanto uno specchio

di vetro semplice, per ammirarsi.

Lei voleva soltanto il calore

del sole, per vivere lieta.

Lei voleva soltanto la luna

d’argento, per riposare.

Lei voleva soltanto l’amore

degli uomini, per godere l’amore.

Oh, cos’hai fatto, Sultano,

della mia allegra bambina?

L’ho portata al ballo dei re

la tua allegra bambina (333)

vestita regalmente,

frequentò dottori

parlò con principesse

ballò danze straniere

bevve vino prelibato

mangiò frutta d’Europa

stette fra braccia di re

unica vera regina.

Oh, cos’hai fatto, Sultano,

della mia allegra bambina?

Rimandala accanto ai fornelli

al suo cortile con alberi

alle sue danze marine

al suo vestito semplice

alle sue pantofole verdi

ai suoi innocenti pensieri

al suo spontaneo sorriso

alla sua infanzia perduta

ai suoi sospiri nel letto

alla sua ansia d’amare.

Perché la vuoi cambiare?

È la canzone di Gabriella

fatta di garofano

e cannella. (334)

 

“- Il dottore sarà eletto, è quasi sicuro.


Lascia che venga eletto. È un uomo di valore. È solo, che opposizione può fare?” (364)

“Quando Mundinho esponeva il suo programma, gli davano ragione in pieno.

Se non fossi impegnato con Aristóteles, il mio voto l’avrei dato a
lei. Il guaio è che erano tutti già impegnati con Aristóteles”. (365)

“Cosa pensi di me? Posso arrivare morto di stanchezza, ma per certe cose
sono sempre arzillo, non sono né vecchio né altro….
– Quando don Nacib mi fa un cenno col dito, non corro subito vicino a lui?
Quando mi accorgo che vuole…
– C’è qualche altra cosa, anche. Prima tu eri un fuoco, un vento furioso. Adesso sei la bonaccia, sei una mummia”. (397)

“L’illegalità è pericolosa e complessa. Richiede pazienza, sagacia, freddezza ed uno spirito in continuo allarme. Non è facile obbedire perfettamente
alle leggi che la governano e che esige” (461).

“E qui termina la storia di Nacib e Gabriella… ” (499)



Duccio Forzano, “Come Rocky Balboa”

letteratura Posted on Ven, Dicembre 14, 2018 10:19:12

Duccio Forzano, Come
Rocky Balboa
, Longanesi, Milano 2016, pp. 360.


Approfitto di un giorno di vacanza per staccare un po’ dagli impegni quotidiani e mettermi a leggere Come Rocky Balboa, il romanzo di Duccio Forzano. Siamo cugini. Lui è il figlio di Emilio, fratello di Magda, mia madre. Ci siamo visti quattro o cinque volte in vita, perché Magda, Emilio e gli
altri otto fratelli e sorelle si dispersero presto in tutta Italia,
da Nord a Sud: Lombardia, Liguria, Sicilia.

Tengo il libro tra le mani, sorreggendolo tra due bei pregiudizi: è un grande regista televisivo, chissà se è capace di scrivere un libro; e il titolo,
poi, di primo acchito non mi entusiasma. Ma sono avido di conoscere i
dettagli della sua autobiografia e mi ci butto.

La lettura scorre. Lo stile è piano, mai piatto. Non ci sono ricercatezze e leziosità, ma la lingua non è affatto trascurata. I dialoghi sono come devono essere, riproducendo la genuinità del quotidiano, a volte anche in
vernacolo.

Sono capitoletti brevi con titoli semplici: “Porcini e galletti”, “La trattoria”, “Buccia d’arancia”. Ma ognuno di essi è una sberla. Abbandono, ingiustizia, incuria. E a soffrire maggiormente sono sempre i più piccoli. Eppure non c’è mai autocommiserazione. Solo una sorta di stupore incredulo per il dolore che ti atterra e ti oscura, quando tutto dovrebbe essere luce e speranza.

È sera, domani non lavoro, ma non vorrei fare le ore piccole. Al contrario del protagonista, non sono mai stato mattiniero e non vorrei rovinarmi la
vacanza svegliandomi a giorno pieno. Non riesco però a staccare gli occhi dal libro e lo divoro tutto in una notte, cosa che non mi accadeva da tempo. Penso che devo consigliarlo subito alla mia primogenita, che ha sedici anni, e ai miei studenti, poco più grandi di lei, perché è davvero un romanzo di formazione, un Bildungsroman dei nostri tempi.

Diàmine! Ha fatto bene a tirar fuori la sua storia e a metterla nero su bianco e inizio a meditare che può fungere da sprone per tanti che rischiano di lasciarsi andare in un periodo non facile, dove le difficoltà economiche e familiari sono divenute un problema molto diffuso.

In tanti demordono, abbandonano i propri sogni o progetti di vita e si chiudono nella solitudine e nella rinuncia. Non riescono a rispondere al dolore e alle privazioni e si fanno vincere da un’apatia ovattata, che forse attutisce un po’ la sofferenza ma spegne la vitalità. Leggere questo libro darà energia e una prospettiva diversa, perché è autentico. Non c’è nulla di artificioso, non c’è prosopopea, non c’è vanità, né narcisismo. È questo, mi dico, il vero miracolo che è stato realizzato.

Mi chiedo se, troppo coinvolto affettivamente, rischio di essere poco obiettivo. Ma mi conosco bene: avrei richiuso e buttato il volume in un angolo, se l’avessi trovato vano o scritto male, magari con un gesto caratterizzato da quella schietta rudezza che il ceppo Forzano ha trasmesso a tutti i discendenti.

Invece, mi rendo conto che sto vivendo una grande esperienza di lettura. Alcune vicende, quelle dei primi anni, le conoscevo – anche se non nei particolari – perché ho avuto una memoria molto vivace fin da bambino, ero curioso (anche se timido), e registravo tutto, quando i grandi parlavano. La narrazione di Duccio, che avanza per quadri e immagini mi ha quindi guidato per un tratto in un percorso di scoperta, ma anche di rievocazione.
Sembra di essere in una galleria d’arte. D’arte espressionista, dove il dettaglio e la tinta comunicano l’angoscia, il sentimento violento, l’assenza.

Poi, man mano che il racconto procede, non si può far altro che tifare per il protagonista nella certezza confortante che il ko non arriverà. Proseguendo, accade inevitabilmente qualcosa di forte. È il testo stesso che afferra il lettore e lo scaraventa sul ring, prendendolo insistentemente a cazzotti, perché è come se dicesse ad ogni pagina: e tu che cosa fai? che cosa hai fatto? quante volte ti sei arreso? quante volte hai mollato per molto molto meno? quante volte ti sei ritirato prima ancora di giocare? Ci si sente anche un po’ piccoli – ma questo è tipico delle letture che spingono ad essere migliori – senza però essere intimiditi, perché il protagonista è un uomo che non nasconde mai la sua fragilità, semplicemente la mostra nuda. E uno se ne innamora.

A poco a poco il raggio di azione si allarga. Dalla Liguria degli anni Sessanta-Settanta si è trasportati di qua e di là in questo Nord postfordista, così ruvido e laborioso, che nei decenni successivi prova a cambiare pelle tra estro e fatica, individualismo e solidarietà, genio e approssimazione. In questi luoghi della provincia, tutti diversi e tutti uguali: Massa, Novara, Busto Arsizio. Dal mare ventoso alle nebbie della pianura. Le spiagge, le cave, le officine, le stazioni, le auto sgangherate… tutto è visibile e palpabile. Si sentono anche gli odori e l’umido e lo scricchiolio delle focacce finalmente messe sotto i denti. La sapienza visiva dell’autore e il gusto per la costruzione dell’inquadratura sono trasportate nella scrittura con naturalezza. E la musica è presente ad ogni pagina, con un titolo, un ricordo, tra passione e nostalgia.

Ora la solitudine si approfondisce, la lotta si rinnova sempre più dura, ma, come dice il poeta: “dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva” e, quando esso si fa ormai estremo, il pugile smette di prendere ganci in faccia, si rialza ancora una volta, riesce lui a forgiarsi un gancio per afferrare un cielo che mai più mollerà.

Quello che rimane però non è solo l’eroismo, né il lieto fine del successo meritatamente conquistato. Quello che rimane è soprattutto la generosità. E la vitalità. La generosità di chi sa perdonare, la vitalità di chi ama. La descrizione delle relazioni con le donne, o meglio, si potrebbe dire, dell’unico ininterrotto corpo a corpo con la Donna, trasmette un senso di purezza e di candore, di uno che ha sempre voluto effondersi e darsi nella sensata ricerca del piacere e della gioia. Spesso incompreso o deluso. Pronto, anche lì, ogni volta, a ripartire, per inseguire la pienezza che tutti cerchiamo.

E poi mai spazio al cinismo, al basso compromesso, sempre invece al sogno ingenuo e ostinato; l’animale come esempio di misura ed equilibrio; la manualità sapiente e certosina; la musica che sorregge e rinfranca. È un libro che va molto al di là dell’autobiografismo, rimettendo al centro l’importanza della lotta, del lavoro, dell’amore nella vita di ciascuno. Senza retorica, senza ideologie, senza moralismi. Con indomita tenacia.
Come Rocky Balboa.

Alessandro Salerno



Concetto Marchesi, “Il pessimismo di un apologista cristiano”, 1930

letteratura Posted on Gio, Dicembre 28, 2017 20:55:35

Concetto Marchesi, Il pessimismo di un apologista cristiano, in “Pègaso”, maggio 1930, pp. 536-550


SCETTICISMO

“Contro la scienza risuona senza tregua la risata
beffarda di quest’uomo vissuto nella scuola. Arnobio nega ogni valore alla
ragione umana ed esclude che per via della indagine mentale si possa giungere
alla cognizione di una verità naturale. I dotti e i sapienti – egli dice
(II,6-7) – grammatici giureconsulti filosofi, affermano falsa la promessa
cristiana: e che ne sanno? e che sanno essi? Essi conoscono le regole della
buona lingua, sono buoni ad analizzare, distinguere, definire molte cose: ma
non per questo è loro noto ciò che è falso e ciò che è vero: ciò che può essere
e ciò che non può. Anzi quelli stessi che annunciano dopo tanti studi le nuove
scoperte, dentro di sé, nell’intimità della propria coscienza sentono che
quelle verità proclamate, dimostrate, difese con accanimento, sono soltanto
labili congetture del loro pensiero, aspetti presuntuosi e vani della loro
ignoranza. E così continua l’inutile flusso della cieca e superba indagine
umana, senza alcun risultato mai, senza un punto di arrivo, mai: e la indagine
di oggi distrugge quella di ieri e il pensiero dell’uno distrugge quello
dell’altro e tutto è continuamente sommerso dall’ondata che viene. […] L’uomo
è un mistero impenetrabile per se stesso. Nulla conosce della sua origine,
della sua essenza, della sua funzione nel mondo: perché dorma e vegli e sogni:
e se la veglia sia parte di un sonno perpetuo e l’attività un sogno. […] La
scienza umana è una ignoranza che non può rassegnarsi a tacere: e le nostre
definizioni razionali quanto più appariscono precise tanto più sono fallaci.
Lasciamo da parte il mondo, lo spazio, il tempo e i grandi misteri
dell’universo: lasciamo le cose lontane da noi o che ci avvolgono impalpabili e
invisibili; ma quelle che ci sono vicine o sono dentro di noi racchiudono
misteri ugualmente oscuri e inesplicabili: l’odore, il colore, il sapore delle
cose che si attaccano ai nostri sensi, che sono? perché sono? Noi ignoriamo noi
stessi: la intelligenza umana, se non è cieca, culmina in questa conclusione
disperata”.

SOMIGLIANZA DEGLI UOMINI CON GLI ANIMALI
“Nella concezione giudaico-cristiana l’uomo è la
perfetta creatura di Dio, la creatura spirituale che Dio pose nel mondo, per
cui creò il mondo, ‘il padrone di tutte le cose che periscono e rinascono’
(Tertulliano, Apolog. 48,9). Arnobio
restò fermo nel suo convincimento antibiblico: che l’uomo è uno degli esseri
più sciagurati e inutili dell’universo; e a questo convincimento che nutre il
suo pessimismo disperato e la sua nuova fede egli conforma la propria opinione
sulla natura dell’uomo e dell’anima umana. Egli respinge con iraconda
ostinazione la dottrina platonica che considera l’anima immortale e divina;
esclude la distinzione che pone l’uomo sopra gli altri animali e cerca di
scrutarlo bene nelle apparenze, nella struttura anatomica, nelle necessità di
vita, negli istinti e infine dentro l’anima sua per ricacciarlo bruto tra i
bruti (II,16 sgg.). Costituiti come noi sono gli altri animali: come noi
respirano, si congiungono, procreano: come noi mangiano e bevono ed espellono
le sozze sperfluità del loro ventre: come noi devono procurarsi il cibo per
sostenere la vita: come noi si ammalano, invecchiano e muoiono. Ma – si dice –
noi siamo animali razionali, abbiamo in più la ragione e la intelligenza. Così
sarebbe certamente se gli uomini vivessero secondo ragione e intelligenza, e se
non cercassero invece, ciechi e ignoranti, tante volte il proprio male. Ma in
che consiste questa nostra ragione e intelligenza? Noi ci fabbrichiamo a nostro
riparo le case; anche i bruti si costruiscono le loro dimore, alcune sospese
tra le rupi e protette dalle rocce: altre giù, scavate sotto terra, comode e
sicure: e se la natura avesse loro dato, come a noi, le mani, anch’essi
avrebbero trovato tante artificiose novità; ma anche in quello che fanno con le
unghie e coi rostri ci sono miracoli di ragionamento e di sapienza che noi non
possiamo imitare con nessuna meditazione. Essi non sanno tessere vesti né
costruire navi e aratri e altri oggetti del nostro uso familiare: questi non
sono i doni della scienza, ma i trovati della miseranda necessità. Le arti non
sono cadute dal cielo insieme con le anime, ma sono nate qua, sulla terra, a
poco a poco, mediante il bisogno, l’osservazione, la imitazione, il caso. Gli
uomini credono di essere una cosa magnifica nell’universo perché si son
fatti i boccali, le gratelle, le conche, le camicie, le vesti, i mantelli, gli
abiti di gala; i coltelli, le corazze, le spade, i rostri, le scuri, i vomeri:
gli arnesi per nutrirsi, per coprirsi, per ammazzare e per faticare. A far questo
non occorreva davvero l’anima immortale e divina: il caso bastava e la
indigenza della nostra vita. Gli uomini han creato le arti liberali: questo non
è davvero sufficiente a dimostrare la magnificenza umana nell’universo e la
parentela nostra con Dio. Ma poi, perché gli uomini? Quanti sono nel mondo gli
scienziati e gli artisti? Perché il genere umano deve essere rappresentato da
poche persone ingegnose e non piuttosto dalla enorme maggioranza di ignoranti e
di sciocchi? Se le anime venissero da Dio, se dalle anime fosse illuminata la
nostra vita: se sapere – come dice Platone – è ricordare: se la nostra
conoscenza è reminiscenza dell’anima nostra, noi tutti dovremmo sapere le
stesse cose e alla stessa maniera, e avere i medesimi sentimenti e le medesime
opinioni: e non ci sarebbe secolo ignaro di arte alcuna. Qua noi abbiamo
appreso tutto, a poco a poco, stentatamente, qua, sulla terra, costretti dalla
nostra necessità: e non abbiamo portato nulla dal cielo”.

ESPERIMENTI CRUCIALI E RAGAZZI SELVAGGI
“Poniamo un esempio (II,20 sgg.). Immaginiamo un luogo
tutto chiuso scavato nella terra, abitabile a guisa di covile: dove non sia né
il freddo dell’inverno né il caldo dell’estate, ma una temperatura moderata.
Nessuna voce giunga là dentro né di bestia né di uomo: nessun rumore di
tempesta, nessun fragore di tuono. Silenzio immoto. E niente luce viva né di
fuoco né di sole: ma un che di opaco, come di nebbia. Ci siano più porte cui si
acceda per giri tortuosi: e non si aprano mai, salvo necessità. In quella vuota
dimora sia posto un bambino appena nato, magari discendente di Pitagora o di
Socrate o di Platone o di chiunque altro ritenuto, per intelletto, divino e
sapientissimo. Abbia la sua nutrice, che si avvicini a lui sempre nuda e
silenziosa: lo allatti, lo governi e lo lasci alla quiete: e davanti alle porte
chiuse trascorra i giorni e le notti. Verrà tempo in cui bisognerà sostentare
il bambino con più solido nutrimento. La stessa nutrice, nuda e muta, provveda
il cibo sempre uguale, di una sostanza e di un sapore: farinata di miglio o pan
di farro o ghiande tostate nella cenere calda o coccole selvatiche. Niente
vino: acqua pura di fonte, possibilmente somministrata nel cavo della mano.
Continui a vivere in quel nascondiglio venti, trenta, quaranta anni: poi, a un
tratto, lo si conduca quest’uomo della caverna in mezzo agli uomini civili. A
quest’essere che ha l’anima immortale e divina e onnisciente, domandate notizie
di sé, della sua vita: sarà come domandare a una pecora, a un tronco, a un
sasso. Ignaro del sole e della terra, del mare e delle stelle, delle tempeste e
dei sereni, delle piante e degli animali, fra i tanti frutti che ci alimentano
nessuno ne toccherà per mangiare e camminerà fra le vampe perché non sa che
bruciano e tra le vipere perché non sa che mordono: ignaro di ogni timore. Conducetelo quest’uomo, che ha l’anima divina, davanti alle vesti, ai
calzari, agli arnesi di fatica, di svago di uso, di lusso: come un bove o un
somaro o un porco starà inebetito a guardare a uno a uno questi oggetti
ignorando a che servano: e se sarà costretto a metter fuori la voce, dalla sua
bocca aperta uscirà il grido inarticolato della bestia”.

ANTIUMANISMO
“L’uomo – dice Arnobio (II,37) – non serve a niente
nell’universo. Senza gli uomini nessuna legge di natura sarebbe mutata: le
costellazioni compirebbero il loro corso, ci sarebbero le estati e gl’inverni,
i venti seguiterebbero a urlare e dalle nubi le piogge scenderebbero a bagnare
la terra inaridita. Tutte le cose andrebbero secondo l’ordine consueto se nel
mondo non si udisse più il nome di uomo e in questa terra fosse un silenzio di
vuota solitudine. Nessun’opera umana giova alla perfezione del mondo. Che
importa al mondo ci siano sulla terra re, dominatori, condottieri di eserciti,
oratori, filologi, poeti, filosofi, istrioni, cantanti, corridori, pugilisti,
ballerini, funanmboli, impostori, pasticcieri, profumieri, pescatori,
cacciatori, lavandai, lanaioli, ricamatori, cuochi, mulattieri, beccai,
ruffiani e meretrici? Tutta questa gente non fu davvero necessaria alla
costituzione del mondo, alla cui integrità nulla sarebbe mancato se non si
fosse aggiunto il peso di questo animale misero e inutile, dal suo misterioso
autore formato a somiglianza della scimmia (III,16). La sua miseria si
manifesta subito, fin dal momento in cui, espulso dai genitali d’una femmina
appare questo re dell’universo che urla, succia, s’imbratta delle proprie
sozzure e si accheta al dondolìo di una culla o al crepitìo di un sonaglio. Poi
cresce e vive uomo tra gli uomini, e fa quello che gli altri fanno nella pace
della vita civile: mentisce, raggira, si esercita e si addestra in tutte le
arti dell’inganno, della lusinga e della frode: predatore con la maschera della
umiltà e con la carezza della parola bugiarda; e l’ora della simulazione
finisce quando sono liberamente concessi gli odi aperti, i furori bestiali e le
crudeltà immani della guerra. Se cerca Dio non lo trova; se vuole adorarlo,
adora pezzi di legno, di bronzo, di pietra; se vuole pregarlo di una grazia, lo
prega col sangue di vittime sgozzate. Nessun sentimento comune concilia gli
uomini mai: nessuna luce di pensiero li rischiara tutti insieme: discordi nel
riconoscere il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, l’utile e il dannoso.
Bramano di sapere la verità e si trovano sempre davanti alle tenebre (II,
40-41); vogliono riposare e non possono, costretti a continua fatica per
vestirsi, nutrirsi, ripararsi: per soddisfare la insaziabile avarizia che li fa
ladri e assassini: esposti a tutte le tempeste della fortuna, a tutte le
asprezze della miseria, della schiavitù e delle infermità. […] Così è l’uomo
(II,46): cosa misera e infelice: condannato a dolersi della propria esistenza,
a detestare la propria condizione, a intendere di essere procreato per questo
solo motivo, perché nel mondo ci fosse sempre materia di male e la crudeltà
avesse sempre le sue vittime. Ma, si osserva, non tutti sono così: ci sono
uomini buoni, giusti, sapienti. Ci saranno, risponde Arnobio (II,49); ma
quanti? Uno, due, tre, quattro, dieci, venti, cento: numerabili e forse
nominabili tutti. Ma il genere umano non si misura né si giudica da un manipolo
di uomini buoni: un uomo malato in tutte le membra e urlante di dolore non si
direbbe sano perché ha un’unghia sola che non gli fa male, e il mare resta
salato se ci avrai messo alcune stille di acqua dolce, e la terra non è
d’oro perché sulla verruca di un colle si trovano alcune pepite”.

PASCAL CONOSCEVA ARNOBIO?
“Secondo ragione la promessa del Cristo può esser vera come può non
essere: l’avvenire sarà o il sì o il no. Queste sono le due tremende parole su
cui dobbiamo scommettere. Su quale punteremo? Il ragionamento più semplice ci
dice: su quella cristiana. Se è la vera, abbiamo tutto guadagnato; se non è la
vera non abbiamo nulla perduto (II,4)”.

[Il testo di Arnobio è il seguente: “…nonne purior ratio est, [et] ex
duobus | f. 29b | incertis et in ambigua exspectatione pendentibus id potius
credere quod aliquas spes ferat quam omnino quod nullas? In illo enim periculi
nihil est, quod dicitur imminere cassum <si> fiat et vacuum; in hoc
damnum est maximum id est salutis amissio, si cum tempus advenerit aperiatur
non fuisse mendacium”.]

Il testo completo dell’articolo è liberamente consultabile al seguente link:
http://periodici.librari.beniculturali.it/visualizzatore.aspx?anno=1930&id_immagine=12179630&id_periodico=7338&id_testata=56



Leonardo Sciascia, “Il mare colore del vino”, 1971

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 19:15:15

Leonardo Sciascia, <i> Il mare colore del vino </i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani, Milano 2004/7.


“‘I dialoghi di Platone dovrebbe recitarli Eduardo De Filippo in napoletano.’
‘Ma qui siamo in Sicilia, forse non è la stessa cosa’”. (1292)



Leonardo Sciascia, “La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia”, 1970

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 19:09:37

Leonardo Sciascia, <i>La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia</i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani, Milano 2004/7.


“Compiuto a Palermo il corso di grammatica passò al collegio di Messina, il solo in Sicilia che per volontà di Ignazio di Loyola, che giustamente riteneva pericoloso il moltiplicarsi delle cattedre quando mancano i buoni maestri, teneva un corso completo di studi letterari, con insegnamento di grammatica, umanità, rettorica, lingua greca ed ebraica” (975).



Leonardo Sciascia, “Morte dell’inquisitore”, 1964

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 19:02:54

Leonardo Sciascia, <i>Morte dell’inquisitore</i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani, Milano 2004/7.

“Ma effettualmente tali giudizi non si possono nemmeno vagamente considerare come proposizioni ereticali; sono, in rapporto alla religione, qualcosa di più e di peggio: muovono da una totale ed assoluta refrattarietà alla metafisica, al mistero, all’invisibile rivelazione; dall’antico materialismo del popolo siciliano” (659).



Leonardo Sciascia, “Il Consiglio d’Egitto”, 1963

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 18:52:15

Leonardo Sciascia, <i>Il Consiglio d’Egitto</i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani, Milano 2004/7.

“‘Non ci sono due modi d’intenderlo: una donna o ve la mettete sotto o è meglio non la guardate nemmeno… Se io dovessi credere che quelle labbra che cantate, voi, in qualche angolo di villa, non ve le succhiate; che il petto di una certa signora e il neo di un’altra non li palpeggiate a vostro talento, in reconditi luoghi… Ebbene, vi direi: siete un disgraziato”. (524)

“I pensieri che attingono alle idee sono come i tumori: ti crescono dentro e ti strozzano, ti accecano”. (528)

“‘Non nego che un tal fatto si possa verificare: la nostra plebe è abituata a leccare la mano che la bastona e a mordere quella che tenta di beneficarla”. (529)

“E allora don Giuseppe pianamente gli spiegava che il lavoro dello storico è tutto un imbroglio, un’impostura: e che c’era più merito ad inventarla, la storia, che a trascriverla da vecchie carte, da antiche lapidi, da antichi sepolcri; e in ogni caso ci voleva più lavoro, ad inventarla…”. (533)

“La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno; e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie! Se ogni foglia scrivesse la sua storia, se quest’albero scrivesse la sua, allora diremmo: eh sì, la storia… Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i nostri avoli e trisavoli?… Sono discesi a marcire nella terra né più e né meno che come foglie, senza lasciare storia… C’è ancora l’albero, sì, ci siamo noi come foglie nuove… E ce ne andremo anche noi…”. (533)

“‘E i libri, poi: la malerba dei libri’ continuava monsignor Lopez ‘Non avete idea di quanti ce ne sono, di quanti ne arrivano: a casse, a carrettate… E tanti ne arrivano, tanti il boia ne brucia’ rosso di soddisfazione, quasi gli si riflettesse in faccia, gli brillasse negli occhi, il riverbero del rogo”. (579)

“Aveva sentito in Hager, inequivocabilmente, l’accento della passione, della verità; la dolente impotenza e repugnanza dell’uomo onesto di fronte alla prepotente menzogna, quel ritrarsi che appare di confusa colpevolezza ed è invece di disperata innocenza. ‘La menzogna è più forte della verità. Più forte della vita. Sta alle radici dell’essere, frondeggia al di là della vita’. (586)

“Quarantaquattro anni: una salute di ferro, una mente pronta; e come la primavera tornava a splendere, in sé sentiva una più libera stagione, un nuovo vigore”. (589)

“In realtà, se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente, impostura; se non fosse strumento in mano del potere baronale, e quindi finzione, continua finzione e falsificazione della realtà, della storia… ebbene, io vi dico che l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile… Dico di più: l’abate Vella non ha commesso un crimine, ha soltanto messo su la parodia di un crimine, rovesciandone i termini… di un crimine che in Sicilia si consuma da secoli…” (592).

“‘Si parla di idee?’ piombò il marchese di Geraci ‘da oggi in poi, a chi vi pare abbia delle idee cacciategli una sciabolata nella pancia… L’abbiamo scampata per un pelo, sapete? Senza l’intervento della Provvidenza, a quest’ora le idee giuocherebbero a bocce con le nostre teste”. (607)

“‘Per me repubblica e regno sono lo stesso brodo, la stessa soperchieria. Che ci siano re, consoli, dittatori o come diavolo si chiamino, me ne importa quanto del corso degli astri, e forse meno… per la rivoluzione, ve lo confesso, ho invece un sentimento diverso: quel levati tu che mi ci metto io, che ci posso fare?, mi piace… I potenti che vanno ad intanarsi e i miseri che fanno trionfo…”. (616)

“Ma ci sono tante belle idee che corrono per il mondo; solo che il verso delle cose è un altro, violento e disperato”. (625)

“Dai bastioni della città vecchia ecco che spaziava sulla distesa dei campi tra Siggeui e Zebbug: quasi gialle le messi del grano maiorchino, di intenso verde la tuminìa ancora in erba; e il rosso allegro della sulla fiorita, il bianco reticolo dei muretti a secco. ‘<i>Issa yìbda l-gisemìn</i>’. Cominciavano i gelsomini; ne odoravano le terrazze, le strade. I vecchi se la godevano, seduti nei comodi sofà di giunco, a fumare la pipa, a stabaccare; le donne filavano il cotone, ne facevano leggero tessuto nei piccoli telai; qualche giovane ozioso cavava dalla chitarra accordi, accennava motivi che restavano sospesi e vibratili nell’aria assorta. Poi, nella sera, le chitarre si accendevano come grilli, mentre dal porto giungeva il canto dei marinai siciliani, greci, catalani, genovesi: essenza della lontananza, della nostalgia”. (627)

“E si diceva che quel che stava facendo era stupido, persino ridicolo: come tutte le cose dettate dal sentimento, che solo nella sfera del sentimento hanno significato e sono invece grottesche nella realtà”. (633)

“Per i Bianchi, a confortare le ultime ore di Francesco Paolo Di Blasi, era già ad attenderlo don Francesco Barlotta, principe di San Giuseppe; ed era l’uomo che ci voleva, poiché a stare ventiquattro ore in sua compagnia anche la morte finiva con l’apparire una soluzione”. (637).

“Poiché sentiva di non potere e di non dovere scrivere le cose vere e profonde che gli si agitavano dentro, Di Blasi prese a scrivere dei versi. L’idea che si aveva allora della poesia gli consentiva il pensiero che in essa si potesse anche mentire. Oggi l’idea della poesia non ce lo consente più, forse ancora ce lo consente la poesia stessa”. (638)



Leonardo Sciascia, “Il giorno della civetta”, 1961

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 18:07:06

Leonardo Sciascia, <i>Il giorno della civetta</i>, in <i>Opere 1956-1971, Bompiani, Milano 2004/7

“‘E’ curioso’ disse il capitano , come continuasse un discorso interrotto ‘come da queste parti ci si sfoghi in lettere anonime: nessuno parla ma, per nostra fortuna, dico di noi carabinieri, tutti scrivono. Dimenticano di firmare, ma scrivono”.

“‘Diventa filosofo, a volte’ pensava il giovane: ritenendo la filosofia una specie di giuoco di specchi in cui la lunga memoria e il breve futuro si rimandassero crepuscolare luce di pensieri e distorte incerte immagini della realtà”. (425)

“‘Il popolo, la democrazia’ disse il vecchio rassettandosi a sedere, un po’ ansante per la dimostrazione che aveva dato del suo saper camminare sulle corna della gente ‘sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità, con rispetto parlando… Dico con rispetto parlando per l’umanità… Un bosco di corna, l’umanità, più fitto del bosco della Ficuzza quand’era bosco davvero”. (425).

“questa regione che, sola in Italia, dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni” (430).



Leonardo Sciascia, “Gli zii di Sicilia”, 1958

letteratura Posted on Sab, Ottobre 21, 2017 17:53:05

Leonardo Sciascia, <i>Gli zii di Sicilia</i>, in <i>Opere 1956-1971</i>, Bompiani 2004/7


“Oh Dio, anche di Benedetto Croce dobbiamo parlare? Io me ne fotto di lui e dei libri che ha scritto. E anche di Dante Alighieri. E di tutta questa Italia. Mi metto in un angolo e ci muoio, fate conto che sia diventato sordomuto” (200-201).



Leonardo Sciascia, “Le parrocchie di Regalpetra”, 1956

letteratura Posted on Gio, Giugno 01, 2017 14:35:43

Leonardo
Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra,
in Opere 1956-1971, Bompiani, Milano
2004/7

SUI
GALANTUOMINI DI REGALPETRA

“La lettura
di due o tre libri restano le fatiche memorabili di tutta una vita” (61)

SULL’EVOLUZIONE DELLA DC

“La Dc
cominciava a digerire, con le congestioni e le dispepsie che tutti sanno, i
resti del fascismo” (70)

LA POLITICA
LOCALE. IL CONSIGLIO COMUNALE

“Divenuto
com’era accademia di garbugli legali e di sottilissime interpretazioni
giuridiche, il Consiglio non poteva che suscitare l’appassionato consenso dei
regalpetresi, in loro si agita sofistico spirito, amore alle leggi per il
giuoco sofistico che dalle leggi si può far scaturire” (72)

FASCISMO E
PICCOLA BORGHESIA

“E poi,
quando venne il fascismo, noi tutti bardati e lustri che le strade parevano
nostre tanto la facevamo da padroni, il fascismo eravamo noi maestri di scuola,
poveri uomini splendenti di patacche; e il sabato ce ne andavamo in gloria con
la divisa di gabardina e il berretto col giummo, e i contadini e i salinari che
ci guardavano con tanto d’occhi” (108)

IL PARVENU
FASCISTIZZANTE

“Nella media
e grossa borghesia italiana si incontra spesso l’uomo che si è fatto da sé ed è tutto
d’un pezzo
, l’autodidatta della ricchezza; e come l’autodidatta
propriamente detto resta in posizione di irregolarità,
in una specie di terra di nessuno tra
l’ignoranza e la cultura, così l’autodidatta della ricchezza resta tra il mondo
della povertà e quello della ricchezza: parla come un ricco e agisce come un
povero, disprezza i ricchi che non hanno conosciuto la povertà e i poveri che
non sanno pervenire alla ricchezza, lascia i parenti poveri e non sa trovare
parenti ricchi. Questa condizione di solitudine alimenta violenza, egocentrico
furore; l’uomo ricco assume tutte le caratteristiche del fuorilegge, considera
impotente la legge di fronte al denaro e i poveri dalla stessa povertà fatti
vili e corrotti, è un fuorilegge armato di neri pensieri – gli operai meglio li
tratti peggio è; la gente comincia a star troppo bene per sentire voglia di
lavorare; a prendersela con me è come battere una quartare contro un muro; la
miseria è solo inettitudine; non è vero che c’è miseria, la domenica non si può
andare al cinema per la folla che c’è – e così via, neri pensieri su cui danza
una fatua fiammella tricolore” (136)

GLI UOMINI
DEL CONCILIO VATICANO II AVREBBERO DOVUTO ASCOLTARLO

“Non sanno,
arciprete e parroci, che ogni novità, ogni sostituzione o modifica, fa
scaturire nel popolo scetticismo e irrisione; o addirittura rancore. Il decreto
(non so precisamente come si chiami) che ha portato la novità della domenicale
messa pomeridiana, per cui un cattolico può prendere comunione tre ore dopo il
buon pasto della domenica, ha sollevato ironici commenti: benché sia stato il
Papa a dirlo, la gente non crede che una comunione presa alle quattro del
pomeriggio sia valida, come si dice in linguaggio burocratico, “a tutti gli
effetti”. Il popolo vuole la Chiesa immobile e massiccia come una dolomia, al
di fuori del tempo umano, lontana” (164).

PER LA MIA
RACCOLTA DI CITAZIONI ANTIFILOSOFICHE

“… dal
maggiore americano, un uomo tutto bianco e dritto, dicevano al suo paese
insegnasse filosofia, forse dicevano così perché qui tutto ciò che appare
strambo vien fatto scaturire da filosofia” (187).

LO ZIO NOSTALGICO
ATTACCA GLI AMERICANI E FINOCCHIARO APRILE CON CITAZIONE DI LEOPARDI (ALL’ITALIA)

“’Oh povera
Italia’ diceva mio zio ‘Italia mia vedo le mura e gli archi… manco le mura ci
lasciano questi delinquenti, gettano bombe come se dicessero paternostri; e ora
quest’altro che vuole la Sicilia indipendente, buffone lui e tutti quelli che
gli vanno appresso” (197)



Leonardo Sciascia, “Il Consiglio d’Egitto”, 1963

letteratura Posted on Mar, Maggio 30, 2017 23:30:27

Leonardo
Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, in Opere 1956-1971, Bompiani, Milano 2004/7

Don Saverio
al poeta Meli

“…una
donna o ve la mettete sotto o è meglio non la guardate nemmeno… Se io dovessi
credere che quelle labbra che cantate, voi, in qualche angolo di villa, non ve
le succhiate; che il petto di una certa signora e il neo di un’altra non li
palpeggiate a vostro talento, in reconditi luoghi… Ebbene, vi direi: siete un
disgraziato”.

“la nostra
plebe è abituata a leccare la mano che la bastona e a mordere quella che tenta
di beneficarla…”

Don Giuseppe
Vella

“Tutta
un’impostura. La storia non esiste. Forse che esistono le generazioni di foglie
che sono andate via da quell’albero, un autunno appresso all’altro? Esiste
l’albero, esistono le sue foglie nuove: poi anche queste foglie se ne andranno;
e a un certo punto se ne andrà anche l’albero: in fumo, in cenere. La storia
delle foglie, la storia dell’albero. Fesserie! Se ogni foglia scrivesse la sua
storia, se quest’albero scrivesse la sua, allora diremmo: eh sì, la storia…
Vostro nonno ha scritto la sua storia? E vostro padre? E il mio? E i nostri
avoli e trisavoli?… Sono discesi a marcire nella terra né più e né meno che
come foglie, senza lasciare storia… C’è ancora l’albero, sì, ci siamo noi come
foglie nuove… E ce ne andremo anche noi… L’albero che resterà, se resterà,
potrà anche essere segato ramo a ramo: i re, i viceré, i papi, i capitani; i
grandi, insomma… Facciamone un po’ di fuoco, un po’ di fumo: ad illudere i
popoli, le nazioni, l’umanità vivente… La storia! E mio padre? E vostro padre?
E il gorgoglio delle loro viscere vuote? E la voce della loro fame? Credete che
si sentirà, nella storia? Che ci sarà uno storico che avrà orecchio talmente
fino da sentirlo?»

“E i libri,
poi: la malerba dei libri” continuava monsignor Lopez “Non avete idea di quanti
ce ne sono, di quanti ne arrivano, a casse, a carrettate… E tanti ne arrivano,
tanti il boia ne brucia”.

“Una cosa
che pareva incredibile: e pure non c’era da sbagliare, aveva sentito in Hager,
inequivocabilmente, l’accento della passione, della verità; la dolente
impotenza e repugnanza dell’uomo onesto di fronte alla prepotente menzogna,
quel ritrarsi che appare di confusa colpevolezza ed è invece di disperata
innocenza”.

Quarantaquattro
anni: una salute di ferro, una mente pronta; e come la primavera tornava a
splendere, in sé sentiva una più libera stagione, un nuovo vigore”.

“In realtà,
se in Sicilia la cultura non fosse, più o meno coscientemente, impostura; se
non fosse strumento in mano del potere baronale, e quindi finzione, continua
finzione e falsificazione della realtà, della storia… Ebbene, io vi dico che
l’avventura dell’abate Vella sarebbe stata impossibile”.

“Si parla di
idee?” piombò il marchese di Geraci “Da oggi in poi, a chi vi pare abbia delle
idee cacciategli una sciabolata nella pancia”.

“Per me
repubblica e regno sono lo stesso brodo, la stessa soperchieria. Che ci siano
re, consoli, dittatori o come diavolo si chiamino, me ne importa quanto del
corso degli astri, e forse meno… Per la rivoluzione, ve lo confesso, ho
invece un sentimento diverso: quel levati tu che mi ci metto io, che ci posso
fare?, mi piace… I potenti che vanno a intanarsi e i miseri che fanno
trionfo…”

“… ci sono
tante belle idee che corrono per il mondo; solo che il verso delle cose è un
altro, violento e disperato”.

“Dai
bastioni della città vecchia ecco che spaziava sulla distesa dei campi tra
Siggeui e Zebbug: quasi gialle le messi del grano maiorchino, di intenso verde
la tuminìa ancora in erba; e il rosso allegro della sulla fiorita, il bianco
reticolo dei muretti a secco”.

“… a
confortare le ultime ore di Francesco Paolo Di Blasi, era già ad attenderlo don
Francesco Barlotta, principe di San Giuseppe; ed era l’uomo che ci voleva,
poiché stare ventiquattr’ore in sua compagnia anche la morte finiva con l’apparire
una soluzione”.

“Poiché
sentiva di non potere e di non dovere scrivere le cose vere e profonde che gli
si agitavano dentro, Di Blasi prese a scrivere versi. L’idea che si aveva
allora della poesia gli consentiva il pensiero che in essa si potesse anche
mentire. Oggi l’idea della poesia non ce lo consente più, forse ancora ce lo
consente la poesia stessa”.



Ugo Foscolo, “Sesto tomo dell’io”, 1800-1801

letteratura Posted on Dom, Maggio 28, 2017 11:31:40

Ugo Foscolo, Sesto tomo dell’Io, (1801), EN, V, 1-27

LA GETTATEZZA

«Ma la patria?… Il cielo non me ne ha conceduto; anzi
ordinò alla fortuna di gettarmi nel mondo come un dado». (10)

AMORE E MISTERO. SI RIFERISCE A TEMIRA (VEDI ANCHE
EPISTOLARIO LETTERE ALLA ARESE 154 (II), I,214)

«Il mistero apriva e
chiudeva le cortine del suo letto: – il mistero; intendi? – Era amante per
cinque giorni, ma amica per tutta la vita» (15)

CONSIDERAZIONI SUL VERO AMORE, SUL MATRIMONIO E L’AMICIZIA

« “Se il cielo ti darà una sposa, dividi con essa tutta la
tua felicità. E dividi con essa nelle disgrazie il pane e le lagrime. Amatevi.
E se vi fosse concesso amatevi eternamente. Ma questo amore perfetto se lo
hanno pur troppo riserbato i numi. Ancor non è poco se due amanti, spenta la
passione, non s’odiano. Prevenite gli ultimi giorni di una passione languente
che cede sempre il loco alle furie della gelosia e dell’onore. La tristezza, il
sospetto e il tradimento passeggiano sempre d’intorno al letto di due sposi gelosi.
Non vi rapite la sacra amicizia, unico balsamo all’amarezze della vita. L’amore
perfetto è una chimera: il desiderio fa beati alcuni momenti: e l’amicizia
conforta tutti i tempi, ed unisce tutte l’età. Va’ mio ragazzo; te’ un bacio,
non mi giurare fedeltà ch’io nè la credo nè la voglio” ». (17)

LE COSE DA RISPETTARE

«Le cose più rispettabili sono:

La madre
col suo bambino sul braccio;

Il
servitore invecchiato in una famiglia;

La
verginella che coglie de’ fiori

Venero inoltre i vecchi e vo pazzo per i fanciulli dai tre
ai sett’anni; disprezzo i pedanti, compiango i soldati ed aborro i
criminalisti». (25)

PRODIGO PER NATURA

«Mi si legge nella fisonomia la prodigalità». (25).



Ugo Foscolo, “Lettere scritte dall’Inghilterra”, 1816-1818

letteratura Posted on Gio, Maggio 25, 2017 23:16:15

Ugo Foscolo, Lettere scritte dall’Inghilterra, EN, V, 237-454, Le Monnier,
Firenze 1951 (a cura di M. Fubini)

CONSIDERAZIONI SULL’AUTOBIOGRAFIA DI HUME

Importanti le considerazioni sull’autobiografia di Hume,
riportate alle pp. 275-276.

LETTORI DI LIBRI

«… i lettori de’ libri non sono per lo più se non gli
autori» (278).

BELLEZZA E DONNE. LA SCALA VERSO IL BELLO IN SE’

«Ed io credo di avere quasi compiuta in Inghilterra la
Galleria ch’io aveva incominciato a raccogliere in Italia – una Galleria di
quadri femminili, di ritratti spiranti e viventi non dipinti da mano mortale,
nè soggetti a vicende di fortuna e di tempo – bensì fissi nella mia memoria –
come in amabile santuario – e spesso io richiamo d’innanzi all’anima mia le
amabili immagini delle belle persone da me conosciute, e parlo con esse nella
mia solitudine, e per esse mi consolo delle noie e de’ guai della vita, e
m’ispirano una cara (?) soavità (?) di visioni, e mi rinfrescano il cuore – ed
amo in quelle immagini ed adoro il divino spettacolo della bellezza, e mi sento
come incantato da una secreta armonia.

Certo che
la bellezza è una specie d’armonia visibile che penetra soavissima ne’ cuori
umani; e se non è abbellita dal lume della virtù – allora purtroppo non è che
terrena; ma una bella giovine che è animata da un cuore virtuoso è un individuo
tra il mortale e il celeste, e chi la contempla può alimentarsi di sensi
graziosi ed animarsi ad azioni generose e salire con lo spirito ad adorare
lietamente il creatore d’ogni bellezza». (280)

GIUDIZIO SUL CALVINISMO E SU ROUSSEAU

«Nè dar mai retta ad un Ginevrino se mai con sublime fervore
ti parla di Cristianesimo puro, di incorrotti costumi e di perfettibilità,
perch’egli è naturalmente calcolatore, e per necessità vive sui forestieri; e
dove alla natura e alla necessità s’aggiunge l’ipocrisia filosofica, i mortali
acquistano la mirabile abilità di ravvolgere le ciffre dell’usura giudaica in
un vortice d’entusiasmo platonico che t’abbaglia e poi t’accieca di fumo». (287)

PER CHI SCIRVE LO SCRITTORE

«Fatto sta che gl’Inglesi per lo [più] scrivono per
procacciarsi lettori nel loro partito – i Tedeschi per i loro scolari – gli
autori Italiani per gli autori Italiani – e i Francesi per piacere alle donne:
e tutti seguono i loro interessi». (290)

LETTERE A MOSAICO

«io non so scrivere lettere che a mosaico». (295)

DIDIMO POSSIEDE UN SOLO LIBRO: LA BIBBIA

«Inoltre non avea libro veruno fuorchè la Bibbia». (305)

CRITICA DELLA POESIA LEGGERA

«Ma tutti non possiam essere il Casti da scrivere poesia
chiara da non forzare a pensare, – e sempre ridere e ridere senza pensare, – di
essa ridete, e se anche v’annoia, non vi stanca mai; dicono che non sia poesia
ma versi, – e non versi ma rime – e non rime ma filastrocche d’animali parlanti
per gli animali leggenti – »

A PROPOSITO DI COCCHI OMICIDI

Da ricollegare alla lettera 36 al ministro Sopransi le
considerazioni sui nobili che ammazzavano i servi con le carrozze: veramente da
brivido!!! pp. 335-336.

CRITICA DELLA NOBILTA’ ITALIANA p. 339

GIUDIZIO SULLE CROCIATE E SULLA RIVOLUZIONE

«La rivoluzione in vent’anni fece all’Italia il bene che le
Crociate fecero all’Europa. I teorici declamavano contro le Crociate, poi
s’accorsero che per esse l’Europa uscì dal governo feudale». (339)

SULLA CONFESSIONE DELLE NOBILI FANCIULLE

«Il cavaliere servente le faceva a un tratto smarrire la
ridicola semplicità del candore – e il confessore avvezzavala a poco a poco a
raccontare senza pudore i suoi falli – a saldare i de- (343) biti con la
coscienza , ed a farne con più fiducia degli altri». (344)

LE DONNE SONO LE SUE MAESTRE DI MORALE

«… vi confesso ch’io quel molto che ho di buono nel cuore
l’ho avuto dalle donne incominciando da mia Madre» (348).

ELOGIO DEL PARINI

pp. 353-355

DIFETTO CONTEMPORANEO

«…insegnar presto e imparar presto». (365)

ANALISI DELL’ANALISI

«Questa specie di metafisica chiamasi analisi, ed ha la
facoltà di scomporre in minime particelle i libri e gli affetti umani e gli
esamina con microscopio anatomico, ma non può più ricomporli nelle forme che avevano
ricevuto dalla Natura e li lascia freddi cadaveri». (366)

MONDO CONTEMPORANEO

«Noi abbiamo fin quasi l’arte del volare e tante religioni
dogmatiche, filosofiche, e naturali e non sappiamo oggimai a quale attenerci;
viviamo ridendo e moriamo temendo di tutte». (384)

QUANDO NON SI CREDE IN NULLA, SI CREDE IN TUTTO

«Frattanto noi correndo dietro la turba tumultuosa degli
scrittori viventi, combattiamo per conquistare un’infinità d’opinioni e di
fantasie e di novità, finchè ciascheduno di noi volendole afferrar tutte
quante, si stanca, s’annoia di tutte e cade smemorato sul campo di battaglia
del Pirronismo. Ma l’uomo ha pur
bisogno di appoggiarsi ad alcuna opinione: e chi è in istato d’imbecillità fida
al soccorso de’ ciarlatani che allora vengono ad offerire sistemi miracolosi.

Adunque è da presumersi men
barbaro quel Bel mondo popolato di
scrittori e lettori i quali, studiando i pochi grandi esemplari d’ogni
generazione fino alla nostra, possono educarsi a pensare; e quindi, a scansare
gli inconvenienti della Mania e della
Fatuità: perchè credo che
imparerebbero tre cose (385) essenziali. L’una: le poche utili verità vedute e ripetute da tutti i grandi ingegni;
e n’emergerebbe l’idea generale del Vero;
l’altra: in che modi diversi ciascheduno
d’essi le abbia sentite, meditate ed espresse
; e n’emergerebbe l’idea
generale del Bello; – finalmente: come i nostri contemporanei sappiano
applicare ne’ loro scritti queste idee generali di filosofia e di stile
; e
desumerebbesi un’idea men incerta sul Gusto».
(386)

SU OMERO, PROFETI EBREI, DANTE, SHAKESPEARE VEDI P. 392.



Sciascia, “Il giorno della civetta”, 1961

letteratura Posted on Dom, Maggio 14, 2017 16:14:46

De “Il giorno della civetta” molti hanno in mente la classificazione in cinque gradi dell’umanità: “Gli uomini, i mezzi uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà”. Ma sono le parole di un mafioso.

Di recente, dopo la polemica sulle palme a piazza del Duomo a Milano, sono state rievocate le parole sulla “linea della palma”, che sale verso nord: “Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia”…

A me piace ricordare, a lettura ultimata, i pensieri che frullano nella testa del capitano Bellodi, proprio poco prima che don Mariano si lanci nella sua filosofica categorizzazione del genere umano:

“Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche, mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i vicini di casa della famiglia, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi… In ogni altro paese del mondo, una evasione fiscale come quella che sto constatando sarebbe duramente punita: qui don Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà molto ad imbrogliare le carte”.



Sciascia, “I paesi dell’Etna”

letteratura Posted on Mar, Febbraio 07, 2017 22:35:44


“Anche le lave dell’Etna sono, come quelle del Vesuvio, popolate di ginestre: ma a nessuno – da Pindaro a Spallanzani – hanno suggerito i sentimenti e i pensieri che Leopardi esprime nell’altissimo canto; e si può azzardare che non li avrebbe suggeriti allo stesso Leopardi. La ginestra erompe dalle lave dell’Etna come una promessa, non come un monito. Sta lì a disgregare primamente la durissima e compatta crosta della lava, preparandola alla disgregazione del piccone e della zappa, al lavoro tenace e paziente dell’uomo, alla coltivazione, alla «cultura». Non contenta dei «deserti», l’odorosa e lenta ginestra, ma del deserto nemica. Alleata dell’uomo, amica della fatica umana, della fecondità e della bellezza che l’uomo sa ricreare. Fragile come una canna, l’uomo, ma sempre più nobile di tutto ciò che lo uccide. E questo dicono le ginestre delle sciare, i giardini, le vigne, i ridenti paesi dell’Etna”.

Leonardo Sciascia, “I paesi dell’Etna”



Leonardo Sciascia, “L’utopia di Casanova” e “Casanova o la dissipazione”

letteratura Posted on Sab, Gennaio 21, 2017 17:46:45

Anche su Casanova Sciascia scrive tra le cose più interessanti e precise che si possano leggere. In due brevi note della fine degli anni ’70, intitolate L’utopia di Casanova e Casanova o la dissipazione, ricomprese nella raccolta Cruciverba.

Nella prima, che apparve originariamente in Belfagor nel 1979, l’utopia è l’incesto, il massimo grado di liberazione dal vincolo morale, raggiunto per via razionale. Per Sciascia è fine o scopo di tutta la narrazione della Storia della mia vita. Non solo, ma è come se lasciasse intendere che la centralità dell’incesto rivela quel ‘mistero’ della massoneria che lo scrittore veneziano nelle sue memorie dice ‘indicibile’ e incompreso da molti degli stessi affiliati: l’affrancamento totale da ogni vincolo morale, il superamento completo della legge, e dunque l’avvento del regno dello spirito.

‎”Coloro che entrano nella massoneria solo per carpirne il segreto, possono ritrovarsi delusi. Può infatti accader loro di vivere per cinquant’anni come maestri massoni senza riuscire a ottenere quello che si prefiggono. Il mistero della massoneria, di fatto, è per sua natura inviolabile. Il massone lo conosce solo per intuizione, non per averlo appreso, in quanto lo scopre a forza di frequentare la loggia, di osservare, di ragionare e dedurre. Quando lo ha appreso, si guarda bene dal far parte della sua scoperta a chicchessia, fosse pure il suo migliore amico massone, perché se costui non è stato capace di penetrare da solo il segreto non sarà nemmeno capace di profittarne se lo apprenderà da altri. Il segreto rimarrà dunque tale” (Storia della mia vita, I, 746-747).

Sciascia alla fine della nota afferma: “E non bisogna dimenticare che la consumazione dell’incesto, nel 1770 – dopo ventisette anni di preparazione – avviene sotto segni di massonica fraternità: il marchese di C., marito di Leonilda, e Casanova si sono al primo incontro riconosciuti ed amati come fratelli in massoneria: tra coloro, dice Casanova, che potevano ‘vantarsi di aver visto la luce’. Ed è appunto questa ‘luce’ che sembra conferire all’incesto quel carattere di utopia liberatrice che sotto gli orpelli dottrinari si nasconde nell’Icosameron” (il romanzo fantascientifico pubblicato dal veneziano nel 1788).

Nella seconda, che è un’introduzione all’omonima opera di Robert Abirached, si mette a fuoco la figura dello scrittore veneziano, sottraendola a cattive interpretazioni, come quella del drammaturgo libanese.

Inoltre si chiarisce il rapporto tra Casanova e Stendhal. Casanova è “stendhaliano”, ovviamente non perché Stendhal sia il vero Casanova, come supposto da alcuni critici ottocenteschi, ma perché Stendhal lesse Casanova. Stendhal avrebbe voluto vivere cinquant’anni prima ed essere Casanova, quel Casanova correttamente contrapposto a Don Giovanni da Apollinaire :

Je suis Casanova

L’amant joyeux et tendre

Je dis à l’Amour: «va»,

Il va sans plus attendre

Cueillir le coeur des belles.

J’en ai des ribambelles…

De l’Amour triste et nu

J’ai fait un joyeux drille.

Je n’attaque pas la vertu

Je ne trouble pas la famille

J’aime légèrement.

Si je suis parfois infidèle

Ce n’est que rarement

Que je fais pleurer une belle.

Don Juan

Était tragique et triste

Ainsi qu’un chat-huant.

Longue est la liste

De celles qui moururent pour lui.

Mais moi je ne fais pas de victimes

Je suis le plaisir et non l’ennui

Je commets des péchés, non des crimes.

Je suis gai, tendre et charmant

Je suis le meilleur des amants

Car j’aime légèrement.

Alcuni giudizi contenuti in questa introduzione sono tra i più perspicaci sulla figura del veneziano e non solo:

“Assimilando cattolicamente la moralistica interpretazione di Abirached, Fellini ha fatto di Casanova un triste manovale dell’accoppiamento, un vuoto automa di gesta erotiche”.

“… riteniamo Casanova scrittore, descrittore, di una sessualità che raramente arriva all’erotismo né d’altra parte scade nella pornografia. Altra cosa è lo scrittore erotico. Altra cosa il pornografo. Troppo sano e grossolano per essere scrittore erotico. Troppo ‘formale’ per essere scrittore pornografico”.

Chiosando i versi di Apollinaire: “E non altro, crediamo, sia stato realmente Casanova: nella vita prima pienamente vissuta, poi pienamente scritta”.



Leonardo Sciascia, “Nero su nero”,

letteratura Posted on Ven, Gennaio 20, 2017 16:06:20

Dopo una riflessione sul conformismo dei giornali e su come occorra andare a cercare dei giudizi originali altrove (nei piccoli giornali, dice lui), oggi direbbe nei blog in rete, una sfolgorante intuizione sul Vangelo di Giovanni, confermata dall’esegesi e dall’archeologia più recenti: “Non so molto di esegesi e critica evangelica, ma nel Vangelo di Giovanni sento la verità della cosa vista, della cosa sentita […] e in conclusione: alla domanda di Pilato – ‘Che cosa è la verità?’ – si sarebbe tentati di rispondere che è la letteratura”. E poco oltre, ritornando sul caso Moro, “la letteratura […] è la più assoluta forma che la verità possa assumere”. E ancora, la letteratura: “sistema di ‘oggetti eterni’ […] che variamente, alternativamente, imprevedibilmente splendono, si eclissano, tornano a splendere e ad eclissarsi – e così via – alla luce della verità”. Ecco, questo passare dalla cronaca al mistero, dalla fisica alla metafisica, sempre razionalmente, è la ragione fondamentale per cui occorre leggere questo straordinario diario di un decennio terribile (1969-1979).

“Il più bello esemplare di fascista in cui ci si possa oggi imbattere (e ne raccomandiamo agli esperti la più accurata descrizione e catalogazione) è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dar del fascista a chi fascista non è”.

“i libri di scuola allora non si buttavano via: giustamente, come è invece giusto buttarli via oggi”.

“Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è anche leggerezza, che sa essere ‘leggera’, può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità”.

“Sono uno degli ottomila italiani […] che denunciano quel reddito che dovrebbe essere denunciato da almeno trecentomila: e tanto per dire, tanto per inimicarmi una categoria, da quasi tutti i medici che esercitano nel territorio della Repubblica. E vivo, di fronte alle tasse, non nel sogno di occultare qualche entrata, ma nell’incubo di dimenticare a denunciarne qualcuna”.

“Nelle nostre librerie è ormai impossibile trovare un libro che non sia di giornata, come le uova”.

“In questo nostro paese quant’è difficile incontrare le persone che veramente si stimano e si ammirano; e quanto facile, fino all’esasperazione, incontrare invece quelle che profondamente disistimiamo. ‘Un enorme mostro di noia’: è una delle ultime battute di Flaiano sull’Italia”.

“Io ho votato comunista perché soltanto il comunismo potrà rompere le reni a questi operai”

“Quando c’è in giro tanta pietà per gli animali, pochissima ne resta per l’uomo”.

“Dei cretini intelligentissimi. Sembra impossibile: ma ce ne sono”.

“A cena con un fisico. Sto in silenzio ad ascoltare i suoi discorsi sulla scienza. Turbato in principio, poi annientato. Uscendo mi ritrovo a ripetere la frase di Matteotti appena sceso dal treno che lo riportava dalla Russia (o ricordo male?): “Orrore, amici miei, orrore”.

“Il trecentonovantunesimo numero di ‘Charlie Hebdo’ ha in copertina un Paolo VI che con una grinta alla Edward G. Robinson e impugnando una pistola per mano dice: ‘Finiamola di pregare!”

“Su ‘L’Espresso’ del 25 giugno, questa dichiarazione dell’onorevole Francesco Mazzola, democristiano, sottosegretario al ministero della Difesa: ‘La gente s’aspetta da noi soprattutto una persona onesta. L’unico per cui mi sentirei di mettere la mano sul fuoco, per sette anni, è Zaccagnini’. Sta parlando, si capisce, dell’uomo da mandare al Quirinale. Sembra di sognare. La DC è il più grande partito politico italiano, tra deputati e senatori dovrebbe poter contare su circa mezzo migliaio di persone oneste: oneste per definizione, se il partito le ha proposte all’elettorato e se l’elettorato le ha riconosciute come tali e sufficientemente suffragate per il Parlamento. Senza dire degli onesti in riserva, che dovrebbero essere almeno dieci volte tanto: e cioè quelli che sono stati presentati e non sono stati eletti. Ma fermandoci agli eletti: si può anche ammettere un margine d’errore, e per il partito e per l’elettorato, e considerare anche che qualcuno possa essersi guastato dopo, ad elezione avvenuta. Vogliamo far buono (e cioè cattivo) un dieci per cento? Sarebbe un po’ troppo per qualsiasi partito, per qualsiasi parlamento. Ma all’onorevole Mazzola non basta. Ne salva uno solo. E sembra di capire che ce ne sono altri di cui si fiderebbe: ma non per sette anni. Per un anno, due, tre: va bene. Ma per sette anni! Continuare ad essere onesti per sette anni, stando alla presidenza della Repubblica, attinge all’eccezionale, al sovrumano, alla santità. A conoscenza dell’onorevole Mazzola c’è solo un esemplare nella Democrazia Cristiana, che rappresenta la specie estinta delle persone oneste, delle persone di provata e durevole onestà: ed è Zaccagnini. E onestamente: è troppo poco.”

“La lettura dei giornali mi dà neri pensieri. Neri pensieri sui giornali appunto, sul giornalismo. I giornali mi si parano davanti come un sipario. Più esattamente come un velario, poiché qualcosa di quel che si muove dietro, degli oggetti che ci stanno, della scena che si prepara, la lasciano intravedere. Solo che ci vuole un occhio abituato, un occhio allenato. Non acuto, ché non basta. Esperiente. Di un’esperienza che non tutti hanno. C’è poi, impressionante, l’uniformità. Qualche differenza nel riferire i fatti si può cogliere. Ma raramente nel giudizio sui fatti. Parlo, naturalmente, dei giornali più diffusi. Tra i piccoli e meno diffusi, la valutazione dei fatti muta da giornale a giornale. Dovremmo abituarci a leggere i piccoli e meno diffusi e a trascurare quelli dalle alte tirature?”

“Intorno al 1963 si è verificato in Italia un evento insospettabile e forse ancora, se non da pochi, sospettato. Nasceva e cominciava ad ascendere il cretino di sinistra: ma mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare. Si credeva che i cretini nascessero soltanto a destra, e perciò l’evento non ha trovato registrazione. Tra non molto, forse, saremo costretti a celebrarne l’Epifania”.

“Mi piace fermare, per me e di me, un pensiero che mi è venuto leggendo nei Feuillets una citazione di Balzac che a sua volta cita Buffon: ‘Si, comme l’a dit Buffon, l’amour est dans le toucher…’ ‘L’amore è nel tatto’. Una di quelle verità così lampanti che difficilmente, se non al genio, si rivelano. (E il genio, secondo Buffon, è una ‘grande attitudine alla pazienza’: la pazienza, per esempio, di aspettare una rivelazione come questa.) Ed il pensiero che mi è venuto è questo, dilettevole di filologia alla Borges: Buffon annota questa rivelazione, Balzac la convalida un secolo dopo, Gide un secolo dopo Balzac; io la riscopro vera sessantasei anni dopo che Gide l’ha annotata nei Feuillets. Gide aveva allora quarantatre anni. Io ne ho cinquantasei nel momento in cui la ricevo da lui. Quanti anni aveva Buffon quando l’ha pensata e quanti Balzac quando, ne Le Paysans, l’ha citata? E in conclusione: è una verità, questa, che – anche se è vera da prima – può rivelarsi ad un uomo che non abbia superato quello che Gongora chiama il ‘climatérico lustro de la vida’?”.



Leonardo Sciascia, “L’affaire Moro”, 1978

letteratura Posted on Mar, Gennaio 10, 2017 15:06:47

L’affaire Moro è un documento di intelligenza e umanità. Stare accanto a Sciascia significa sempre avere il piacere di dilatare la propria mente, quasi senza fatica, tanto asciutta e chiara e diretta e gradevole è la sua prosa. Si può essere in disaccordo (e spesso lo si è). Ma ad ogni sua ipotesi e conclusione è giunto per via di ragionamento e di esperienza, mai per partito preso. E quindi, leggere Sciascia, è davvero mettersi in dialogo con lui. L’ironia, la sagacia, la brillantezza illuminano così anche in questo pamphlet e nella Relazione di minoranza della Commissione parlamentare presentata dal deputato Leonardo Sciascia una delle pagine più oscure della storia italiana.

“Moro non era stato, fino al 16 marzo, un ‘grande statista’. Era stato e continuò ad esserlo anche nella ‘prigione del popolo’, un grande politicante: vigile, accorto, calcolatore; apparentemente duttile, ma effettualmente irremovibile; paziente, ma della pazienza che si accompagna alla tenacia; e con una visione delle forze, e cioè delle debolezze, che muovono la vita italiana, tra le più vaste e sicure che uomo politico abbia avuto”.

“E’ come se un moribondo si alzasse dal letto, balzasse ad attaccarsi al lampadario come Tarzan alle liane, si lanciasse alla finestra saltando, sano e guizzante, sulla strada. Lo Stato italiano è resuscitato. Lo Stato italiano è vivo, forte, sicuro e duro. Da un secolo, da più che un secolo, convive con la mafia siciliana, con la camorra napoletana, col banditismo sardo. Da trent’anni coltiva la corruzione e l’incompetenza, disperde il denaro pubblico in fiumi e rivoli di impunite malversazioni e frodi. Da dieci tranquillamente accetta quella che De Gaulle chiamò – al momento di farla finire – ‘la ricreazione’: scuole occupate e devastate, violenza dei giovani tra loro e verso gli insegnanti. Ma ora, di fronte a Moro prigioniero delle Brigate rosse, lo Stato italiano si leva forte e solenne. Chi osa dubitare della sua forza, della sua solennità? Nessuno deve aver dubbio: e tanto meno Moro, nella ‘prigione del popolo’. ‘Lo Stato italiano forte coi deboli e debole coi forti’, aveva detto Nenni. Chi sono i deboli, oggi? Moro, la moglie e i figli di Moro, coloro che pensano lo Stato avrebbe dovuto e dovrebbe essere forte coi forti. Dell’improvviso levarsi dello Stato ‘come torre ferma che non crolla’ Moro è sorpreso. Come è venuto fuori, da quella larva, questo mostro corazzato e armato?”.



Leonardo Sciascia, “Candido. Ovvero un sogno fatto in Sicilia”, 1977

letteratura Posted on Dom, Gennaio 08, 2017 19:34:36

Poiché Candido vive come si dovrebbe vivere, ecco che passa di volta in volta agli occhi dei più per stolido, ingenuo, fatuo, eretico, imbecille, folle. Ma lui, fuori da ogni chiesa, congrega e conventicola, ha vissuto la sua vita in serenità, senza rinunciare alle sue lotte e ai suoi principi, senza scendere a compromessi, in compagnia di un animo non contorto, di un amore fedele, dissolvendo con la parola e con l’esempio di vita ogni stereotipo conformista, ogni movenza da gregge. Autobiografico e profondo, ma limpido e lieve, un romanzo e una vita che hanno cercato di librarsi leggeri ma ricchi su di un tempo povero, ma greve, “assai greve”.

“Come una pagina bianca, il nome Candido: sulla quale, cancellato il fascismo, bisognava imprendere a scrivere vita nuova. L’esistenza di un libro intitolato a quel nome, di un personaggio che vagava nelle guerre tra àvari e bulgari, tra gesuiti e regno di Spagna, era perfettamente ignota all’avvocato Francesco Maria Munafò; nonché l’esistenza di Francesco Maria Arouet, che di quel personaggio era stato creatore. Ed anche alla signora, che qualche libro lo leggeva; a differenza del marito che non uno ne aveva mai letto se non per ragioni di scuola e professione. Come poi entrambi avessero attraversato ginnasio, liceo e università senza mai sentire parlare di Voltaire e di Candido, non è da stupirsene: capita ancora”.

“Non conoscevo che chiese barocche, barocche in tutto: tu entri per sentire la messa, per pregare, per confessarti; e sei entrato invece nel ventre della ricchezza… Ma la ricchezza è morta ma bella, bella ma morta: l’ha detto qualcuno, forse non precisamente in questi termini. E credo che gli uomini che sanno qualcosa di sé, che vivono e si vedono vivere, si dividano in due grandi categorie: quelli che sanno che la ricchezza è morta ma bella e quelli che sanno che è bella, ma morta”.

“Ma tutti quei dogmi, quei simulacri, quei simboli che tu credi di aver abbattuto, vanno a raccogliersi e nascondersi nel corpo della donna, nell’idea dell’amore o semplicemente nel fare all’amore”.

“Ma vedi: Stalin stava al marxismo così come Arnobio stava al cristianesimo. In entrambi era un grande e totale disprezzo per l’uomo, per l’umanità; un gigantesco pessimismo. Arnobio credeva si potesse avere salvezza soltanto dalla Grazia, la forza dell’uomo essendo naturalmente insufficiente al raggiungimento del bene. E anche Stalin: solo che la Grazia di Stalin era la polizia: una Grazia che si manifestava diciamo per esclusione, mentre quella di Arnobio per inclusione… Una Grazia, quella di Stalin, che graziava coloro che non toccava… E sto pensando ad Arnobio, è il caso di dire, non gratuitamente… Sai chi l’ha scritta la cosa più viva, direi anche la più commovente, sui suoi sette libri dell’Adversus nationes? Concetto Marchesi, il più strenuo stalinista, o almeno il più scoperto che il nostro partito abbia tollerato dopo il rapporto Krusciov”.



Domenico Starnone, “Ex cattedra”, 1987

letteratura Posted on Ven, Gennaio 06, 2017 22:01:48

Un libro pessimo. Vorrebbe far ridere e invece desta solo rabbia e amarezza. Insegnanti sedicenti di sinistra vivacchiano nella scuola pubblica, anziché difenderla strenuamente, anziché opporsi alla deriva, ci sguazzano dentro e ci fanno libri. Tanto la colpa è del sistema, del riflusso. Starnone e quelli come lui pensavano di cambiare il mondo per aver letto due libri: sono finiti a fare i soldini con i librettini e i filmetti.

La cosiddetta scuola ‘classista’, che lui continua a denigrare, era cento volte meglio di quella qui descritta. Ma anche con Don Milani, Starnone e compagni non hanno nulla a che spartire.

Ci sono tutti i tic della pseudosinistra, ma rappresentati non con distacco e vera ironia, ma con affetto e indulgenza: i collettivi inconcludenti, i sindacati inconcludenti, la pseudo superiorità etica, il pauperismo… a loro della ‘sinistra patetica’ (esatta l’autodefinizione) addirittura ‘ripugna’ il tema dell’aumento dello stipendio. Quando, invece, il cuore è quello: se gli insegnanti fossero stati pagati, o fossero stati in grado di farsi pagare meglio, intelligenze più limpide, professionisti più seri avrebbero aspirato alla professione e lo spazio per questi sinistri patetici si sarebbe ridimensionato.

Tutto è ridotto a macchietta, persino i colleghi già defunti. Non si esce per un solo attimo dal macchiettismo. Ogni slancio è frustrato, gli studenti sono tutti un po’ scemi, anche quelli più bravi. E’ tutto un tic la scuola del riflusso. E lui, Starnone, che faceva? Niente, all’uscita da scuola si chiudeva nella sua stanzetta a ridacchiare e a scrivere questo libretto di successo, da cui è stato poi ricavato anche un film di successo, altrettanto penoso. Da qui una serie di altri libretti di successo e fiction di successo, dove la scuola è rappresentata sempre come un luogo a metà tra la clinica psichiatrica e il bordello, gli insegnanti, nel migliore dei casi, sono degli assistenti sociali o parapsicologi che risolvono i problemi degli adolescenti, nel resto sono dei frustrati con vari tic da ingigantire, per la risata collettiva.

Il danno che ha fatto questa gente all’Italia è incalcolabile.

Cito solo un passo dignitoso, che ha una sua profondità. Il resto è noia.

“A ogni stagione l’immutabile giovinezza dei nostri allievi rende sempre più intollerabile questo lavoro: non ce ne importa niente delle passioni dei giovani, sempre tra i piedi, eccoli qui per tutta la durata della nostra vita – diciamo – giovani per sempre: spariscono, sono sostituiti da altri giovani, non li vediamo mai invecchiare. Mentre noi infrolliamo nella carne e incupiamo la voce e tra noi e loro lentamente cresce una parete di vetro e le voci non si sentono più: solo le labbra si muovono – succede così”



Alberto Savinio, Partita rimandata. Diario calabrese, 1996 (1948)

letteratura Posted on Mar, Gennaio 03, 2017 15:23:16

Di digressione in digressione, di tangente in tangente, Savinio ci conduce lungo una galleria di pittura metafisica, dove le persone diventano cose e animali, le cose si animano, gli spazi si aprono silenziosi e geometrici, oppure silenziosi e perduti. Il mito si rinnova o si rinnega, un fiume di secoli lo sedimenta o lo distrugge. L’immagine si sostanzia in parola e in pensiero. Parola così forbita, mai snob.

“Ed è appunto ora, spariti i modelli del bello e del brutto, e in procinto di sparire quelli del bene e del male, che comincia la vera condizione ‘cristiana’”.

“I libri di Giulio Verne ho cominciato a leggerli intorno agli otto anni. Altri libri ho letto nel frattempo, tra cui l’Etica Nicomachea, il De Monarchia, la Critica della ragion pura; e ora, superato il mezzo secolo di vita, questi libri non li leggo più, quelli invece continuo a leggerli con dilettazione sempre maggiore e chissà che…”

“Ciascuno ha l’Hemingway che più gli talenta. E’ dalla bocca dello Stromboli, portati da un tapis-roulant di lava, che il professore Lidenbrock e i suoi compagni di viaggio – entrati nel cratere dello Sneffels, in Islanda, e traversato il viscere della terra, nel quale sotto cieli densi di vapori si stendono oceani interni in riva ai quali pastori di là da ogni storicità stanno a guardia di armenti di megateri – riescono alla superficie del globo, si trovano tra gli ulivi, i vigneti e i fichidindia, incontrano un fanciullo lacero e sofferente, che alla vista di quegli esseri irsuti e combusti che gli pongono domande moltilingui, risponde: ‘Stromboli’, e fugge impaurito”.

“Siamo per arrivare a Cosenza. Nella cattedrale di Cosenza, Tommaso Campanella passò una notte intera a colloquio col cadavere di Bernardino Telesio. Questo colloquio notturno, nella tenebrosa vastità della chiesa, tra un filosofo vivo e un filosofo morto, è uno degli episodi più drammatici e assieme più commoventi che io mi conosca. Quanto amore, quanta venerazione di discepolo! Quando Campanella seppe che il suo maestro era morto, lui, che in vita non era mai riuscito a vederlo, corse a Cosenza per vederlo almeno morto, entrò nella cattedrale ove la salma era stata portata e deposta sul catafalco, eluse la vigilanza dei guardiani, passò la notte presso la bara. Ma da dove partì Campanella per arrivare a Cosenza? Da Stilo, sua città natale, no. Troppo lontana. E allora?”



Leonardo Sciascia, “I pugnalatori”, 1976

letteratura Posted on Mar, Gennaio 03, 2017 14:44:04

L’oscura vicenda ricostruita ne “I pugnalatori”, consente a Sciascia di far vedere in controluce tanti mali dell’Italia dei suoi tempi: la radicale incomprensione tra Sud e Nord del Paese, la strategia della tensione, le stragi impunite, l’opacità del potere, i giornalisti come mestatori.

(Parlando del principe di Sant’Elia) “La peculiare disposizione della sua classe – in lui magari più pronta e affinata – a mutar tutto e anche se stessa, per non mutar nulla, e tanto meno se stessa: e rimandiamo a I Viceré di Federico De Roberto e a Il gattopardo di Giuseppe Tomasi”.

“Complottavano; e con tutta probabilità, a livello della plebe cittadina, della camorra rionale e della mafia rurale, contavano dalla loro parte quegli elementi stessi che il partito borbonico contava dalla sua: il che può sempre accadere ai ‘partiti esagerati’ in Sicilia e ovunque sia in corso una sicilianizzazione, e cioè una disgregazione sociale secondo l’antico e stabile modello siciliano”

“un ‘sommesso sussurro’, dice Giacosa: ed evitò di raccoglierlo fin oltre il processo ai dodici, non sapendo che a Palermo qualcosa di vero soltanto si può apprendere per ‘sommessi sussurri'”.



Stefan Zweig, “Casanova”, 1928

letteratura Posted on Mer, Dicembre 28, 2016 17:58:22

Scrivere una vita
romanzata di Casanova sarebbe stato un puro nonsense. Zweig realizza,
dunque, con la “materia” Casanova un’opera diversa. E meritoria. Egli ha il
coraggio e l’acume di accostare l’avventuriero veneziano a Stendhal e Tolstoj
in una ideale trinità di invincibili della scrittura, tentando, in nove brevi
capitoli, un’analisi della multiforme personalità del veneziano.

Lo scrittore viennese mette a fuoco
progressivamente il genio casanoviano, ma non fino in fondo. Alcune pagine sono
più fluide e appassionate, come quelle in cui analizza il rapporto con la
donna, contrapponendo, correttamente, Casanova a Don Giovanni; oppure quelle in
cui esalta le qualità letterarie del vecchio cavaliere di Seingalt. Altre sono
più impacciate, gravate da qualche riserva. In alcuni capitoli è come se la
cultura filosofico-letteraria del mitteleuropeo, anziché aiutare a comprendere
meglio il caso “Casanova”, proiettasse un’ombra un po’ snobistica e impedisse
all’autore di riconoscere al grande veneziano un profilo intellettuale
compiuto. C’è poi, qua e là, come un’invidia latente (pronta ad esplodere in
qualche rimbrotto) per l’uomo completo che ha saputo godere non di
una sola, ma di cento vite, e al tempo stesso è riuscito a consegnarsi all’immortalità
letteraria. Forse, un residuo di spiritualismo tardoromantico impedisce a
Zweig di comprendere fino in fondo il secolo stesso di Casanova.

Inoltre, alcuni aspetti che avrebbero aiutato l’indagine psicologica restano proprio non toccati, come ad esempio il
rapporto di Casanova con la malattia, con il cibo. Lo stesso tema del denaro è
non ben approfondito, rispetto al materiale che la Storia della mia vita offre. In ogni caso, il ‘saggio’ su Casanova, riproposto singolarmente in
questa edizione Castelvecchi, Roma 2015, merita di essere letto e conosciuto: è
un Casanova ricco e non stereotipato quello che Zweig offre al lettore, in una sorta
di brillante e colta introduzione alle Memorie.

“Casanova non vuole avere né conservare nulla, nulla vuole contare e nulla
possedere, poiché ciò che richiede la sua scatenata passione non è di vivere
una vita sola ma cento in un’unica esistenza”.

“Colui che non è mai stato né mai ha voluto essere qualcosa, diventa uno dei
poeti dell’esistenza più impareggiabili”.

“Poiché vedere le donne felici, beatamente sorprese, affascinate, ridenti e
rapite è per Casanova il piacere in cui culminano tutti i piaceri”.

“L’ho appena detto: onestà, parola che riempie di stupore a sentirla usare per
Casanova. Ma non serve: proprio nel gioco d’amore bisogna riconoscere a questo
baro incorreggibile, a questo lestofante consumato, una specie di probità”.

“Ognuno è libero di definire questa specie d’erotismo amore inferiore, puramente sessuale, epidermico, animalesco e
senz’anima, ma non si tenti di negarne la probità”.

“Non provoca disastri né disperazioni, ha reso molte donne felici e nessuna
isterica, tutte tornano, per nulla danneggiate dall’avventura puramente
sensuale, alla loro vita quotidiana, ai loro uomini o altri amanti. Ma nessuna
si suicida o si dispera, il loro equilibrio interno non appare turbato, anzi,
nemmeno toccato poiché l’inequivocabile e, nella sua univocità, sana passione
di Casanova non è arrivata alla profondità del loro destino. Casanova passa su
tutte come un vento tropicale, che le fa fiorire a più calda sensualità. Le
infiamma senza bruciarle, le conquista senza distruggerle, le seduce senza
traviarle”.

“accanto a lui, di sangue più nobile e indole più scura e molto più demoniaco
come apparizione, sta il suo rivale spagnolo Don Giovanni”.

“E in effetti le donne, una volta vinte da quella fredda tecnica, pensano a Don
Giovanni come al demonio in persona, odiano con tutta la foga del loro amore di
ieri il loro più grande nemico che già all’indomani rovescia sulla loro
passione la gelida doccia della sua risata beffarda […] Le donne che si sono
date a Casanova, invece, lo ringraziano come fosse un dio e ne ricordano
volentieri l’amplesso ardente poiché non solo lui non ha tolto loro nulla in
quanto a sentimenti e non le ha offese nella loro femminilità, ma anzi le ha
arricchite di una nuova consapevolezza. Proprio quello che il satanista
spagnolo Don Giovanni le costringe a disprezzare come umiliazione suprema,
ardore bestiale, momento del diavolo, debolezza femminile e cioè l’ardente
corpo nel corpo, l’infiammato abbandonarsi, è per l’appunto ciò che Casanova,
il delicato ‘magister artium eroticarum’, insegna loro come il vero senso, come
il più beato dovere della loro natura di donna”.

“Se in principio si sorride un po’ freddamente alle spiritosaggini e alle
spacconate di questo filou travestito da filosofo, al sesto, al decimo, al
dodicesimo volume si è già disposti a ritenerlo il più savio degli uomini e la
sua filosofia della superficialità la più intelligente e affascinante di tutte
le dottrine”.

“Che ricchezza! Soldati e principi, papi e re, furfanti e bari, commercianti e
notai, evirati ruffiani cantanti, vergini e prostitute, scrittori e filosofi,
savi e pazzi, il più divertente e ricco serraglio umano che una persona sola
abbia mai messo insieme entro il chiuso recinto di un libro”.

“Qui, come sempre, la disinvoltura fa il perfetto narratore. Lo scrittore più
consumato e noi tutti che ci affatichiamo intorno al suo ritratto non saremmo
capaci di rifare plasticamente Casanova come fa lui stesso con la sua assoluta
e spensierata noncuranza: come si arriva a conoscere un carattere addirittura
fin nella fisiologia grazie a quest’impareggiabile schiettezza!”.



Leonardo Sciascia, “La scomparsa di Majorana”

letteratura Posted on Lun, Dicembre 26, 2016 02:41:41

Le indagini di Sciascia hanno una caratteristica ricorrente: esordiscono con fiducia illuministica, proseguono con asciuttezza e rapidità, assemblando con destrezza le tessere che devono comporre il disegno. Ma l’ultimo tassello quasi sempre è mancante e in quel piccolo vuoto si spalanca un abisso che si affaccia sull’incompreso, sul mistero, sull’indicibile. L’ultima parola, la prosecuzione più sensata del discorso è affidata al margine bianco della pagina, al silenzio. Non c’è mai una perentorietà assertiva nelle sue conclusioni, ma sempre un rimando: ad un inevitabile supplemento di indagini, ad una sosta di riflessione, ad un nuovo interrogarsi. In questo senso, il finale de La scomparsa di Majorana è emblematico: un convento, un monaco votato al silenzio, un dialogo elusivo, un restare sospesi…

“Come tutti i siciliani ‘buoni’, come tutti i siciliani migliori, Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della ‘cosca’)”.

“Perché la sua scomparsa noi la vediamo come una minuziosamente calcolata e arrischiata architettura; qualcosa di simile alla beffa architettata da Filippo Brunelleschi a danno del Grasso Legnaiuolo”.

“Nato in questa Sicilia che per più di due millenni non aveva dato uno scienziato, in cui
l’assenza, se non il rifiuto della scienza era diventata forma di vita”.



Leonardo Sciascia, “Todo modo”, 1974

letteratura Posted on Ven, Dicembre 23, 2016 01:45:51

Il laico Sciascia, l’illuminista Sciascia, ossessionato dalla teologia. A ragione. Teologia, scienza di Dio, ovvero del potere. E “Todo modo” è un romanzo sul fondamento del potere. La conclusione è che non si deve eliminare il corrotto, né il corruttore, ma chi giustifica e sorregge con la sua corrotta teologia il sistema dell’opacità. Le cose sarebbero molto più semplici, in verità, se si avesse il coraggio di chiamare con un nome chiaro ciò che appare sotto gli occhi di tutti. Il labirinto è dipinto in tutti i suoi meandri. E il pittore-narratore mostra con l’ultimo colpo la via d’uscita.


“C’era un eremo: una casa diroccata, una chiesetta mal tenuta; e don Gaetano, tre anni fa, ha tirato su quest’albergo… La Repubblica tutela il paesaggio, lo so; ma poiché don Gaetano tutela la Repubblica… Insomma la solita storia”.

Sciascia aveva in mente l’obbrobrioso Emmaus di Zafferana Etnea, che nel romanzo chiama “Eremo di Zafer”.

“Mi avvicinai cautamente. Nella radura, al sole, c’erano delle donne in bikini. Erano certamente quelle dell’albergo, di cui mi aveva detto il giovane prete. Cinque, infatti. Mi avvicinai ancora, sempre silenziosamente. E stavano in silenzio anche loro: distese sugli asciugamani a spugna dai colori vivaci, quattro; una invece seduta, immersa nella lettura. Era un’apparizione. Qualcosa di mitico e di magico. A immaginarle del tutto nude (e non ci voleva molto), tra l’ombra cupa del bosco in cui io stavo e la chiazza di sole in cui stavano loro, con quei colori, in quell’assorta immobilità, ne veniva un quadro di Delvaux”.


“Mi creda: il miglior modo di fare all’amore è quello immediato, fuggevole, che offrono le prostitute… […] E’ una cosa talmente semplice, il fare all’amore… Che è poi l’amore: non ce n’è altro, tra un uomo e una donna… E’ come aver sete e bere. Non c’è niente di più semplice che aver sete e bere; essere soddisfatti nel bere e nell’aver bevuto; non avere più sete. Semplicissimo”

“Era sì un ladro, uno che, in altri tempi, avrei rubricato mille volte per malversazione e peculato, per corruzione, per tutti quei reati che i legislatori hanno constatato o previsto in rapporto all’amministrazione del denaro pubblico; ma per la morale corrente, per la prassi oggi in uso, era considerato strenuamente onesto: e soltanto perché pochissimo, o addirittura nulla, rubava per sé”.

“C’è una netta demarcazione, per costoro, tra le donne da sposare e far prolificare e le donne con cui peccare: queste bisogna che emanino il senso del peccato a prima vista, a primo odore”.



Alessandro Salerno, “Perduto incantamento”, 2016

letteratura Posted on Mar, Dicembre 20, 2016 23:53:28

È uscito il mio libro di poesie, Perduto incantamento, Le Nove Muse, Catania 2016.

Si può trovare a Catania presso le librerie “La Paglia”, via Etnea e “Vicolo stretto”, via Santa Filomena, oppure presso

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Leonardo Sciascia, “Il contesto. Una parodia”, 1971

letteratura Posted on Mar, Dicembre 20, 2016 23:48:28

Mentre gli altri si agitano nella corrente, l’intellettuale si rende conto dove essa li porterà. Ne “Il contesto” (1971) Leonardo Sciascia, ancora una volta, vede in anticipo la sicilianizzazione dell’Italia, la mafizzazione del potere. Il potere che si costituisce solo ed esclusivamente come menzogna e assassinio seriali: la caduta seriale di ogni cercatore di verità, la non rivoluzione permanente. Le stragi, le strategie della tensione, la menzogna totalitaria.

Uno scritto che inizia in modo molto confortante, come un perfetto poliziesco, ma che sul più bello perde il suo protagonista. I nomi improbabili, le atmosfere sudamericane, i falsi d’autore dicono la menzogna, il posticcio, ad ogni riga, e precipitano nel dubbio e nello sconforto il lettore, che troppo ingenuamente aveva sperato nel bravo Rogas e nella risoluzione dei casi.

Verità e bellezza si rifugiano solo nella perfezione della lingua così pura dello scrittore.

“- Il Pontormo – disse Rogas.
– Già, il Pontormo… Ma come fa a saperlo?”

“L’uomo umano ha avuto la sua luna
umana dea
quieto lume d’amore
voi avete la vostra
grigia pomice vaiolosa
deserto degno delle vostre ossa non più umane
natura morta con le morte ampolle del senno
ma già non sapete niente
dell’ariostesca fiaba di Orlando
del suo senno recuperato da Astolfo
in un viaggio lunare
del senno sigillato in un fiasco
come il vostro (ma irrecuperabile
è il vostro). Il fiasco natura morta
il fiasco cilecca dell’eros
come Stendhal diceva
in italiano nel testo
Stendhal che voi non conoscete
Stendhal che parla
la lingua della passione cui siete morti.”

“… sugli operai in sciopero, sui contadini che chiedono acqua, sugli studenti che chiedono di non studiare”

“la palazzina a tre piani che si levava in sgraziata, disgraziata anzi, geometria”

“Argumentum ornithologicum”

“… sono i libertini che preparano le rivoluzioni, ma sono i puritani quelli che le fanno”.